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sabato 1 giugno 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica

La disuguaglianza uccide la crescita,
ecco la dimostrazione di Stiglitz

Se la ricchezza si concentra in poche mani la crisi è inevitabile, come negli anni Trenta. Il teorema del premio Nobel dimostra come disuguaglianza e polarizzazione dei redditi ostacolino la crescita e frenino il Pil 

di ROBERTO PETRINI

ROMA - E' la diseguaglianza il vero killer del Pil. Nei paesi dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri il Prodotto interno lordo segna il passo e, a volte precipita. Nelle nazioni dove si estende una grande middle class si affaccia invece la prosperità. Il premio Nobel Joseph Stiglitz rompe gli indugi e formalizza in un vero e proprio teorema, come egli stesso lo definisce, la sintesi degli studi che conduce da anni.

Il teorema di Stiglitz dal fronte keynesiano getta una bomba oltre le trincee liberiste. Si fonda sul meccanismo di quella che gli economisti chiamano "propensione al consumo": i ricchi ce l'hanno più bassa del ceto medio, dunque se la distribuzione del reddito li favorisce lo shopping, contrariamente a quanto si potrebbe pensare intuitivamente, si deprime. E' invece il ceto medio a consumare quasi tutto quello che ha in tasca e a spingere Pil ed economia, quando la distribuzione del reddito lo favorisce.

La prova? Il grafico di Stiglitz è inattaccabile: quando i ricchi (ovvero l'1 per cento più ricco della popolazione) si è appropriano del 25 per cento del reddito scoppia la "bomba atomica economica". E' successo con la Grande Crisi degli Anni Trenta e con la Grande Recessione di questo secolo. Altro che teorie liberiste che hanno segnato gli ultimi trent'anni: "Gli apologeti della diseguaglianza sostengono che dare più soldi ai più ricchi  -  scrive Stiglitz nella sua relazione  -  sarà un vantaggio per tutti, perché porterebbe ad una maggiore crescita. Si tratta di una idea chiamata "trickle-down economics" (economia dell'effetto a cascata). Essa ha un lungo pedigree e da tempo è stata screditata".

L'occasione per presentare gli straordinari risultati delle ricerche di Stiglitz in una sorta di anteprima mondiale, è il convegno organizzato a Roma dalla Sieds (la Società italiana di economia, demografia e statistica), cominciato ieri, dove il premio Nobel invierà le considerazioni conclusive, scritte a quattro mani, con il suo più stretto collaboratore italiano dell'Università Politecnica delle Marche, Mauro Gallegati.

Così il mainstream va nell'angolo. Il teorema è chiaro e lucido come una formula chimica o una relazione fisica: se l'indice di Gini (ovvero l'indicatore di diseguaglianza inventato da un economista italiano, appunto Corrado Gini) aumenta, dunque aumenta la diseguaglianza, il "moltiplicatore" degli investimenti diminuisce e dunque il Pil frena.

L'equazione di Stiglitz rischia di essere il terzo colpo agli assunti della teoria economica dominante ormai vacillanti. Il primo è stato nei mesi scorsi quello che ha messo in crisi il "dogma" dell'austerità: l'Fmi ha infatti calcolato che il taglio del deficit di 1 può ridurre il Pil di 2 e non solo  -  come si credeva fino ad oggi  -  di mezzo punto. L'altro colpo mancino è stato quello che ha smontato, smascherando un errore "Excel", la teoria del debito di  Rogoff e Reinhard secondo la quale oltre il 90 per cento nel rapporto con il Pil porta inevitabilmente alla recessione.

Ma il nuovo assalto di Stiglitz rischia di essere ancora più pericoloso rispetto alle tesi dello status quo economico. La diseguaglianza infatti per il premio Nobel, fiacca fino ad uccidere il Pil, non solo per via della caduta dei consumi ma anche perché il sistema è "inefficiente" se prevalgono rendite e monopoli. "Spesso la caccia alla rendita - concludono Stiglitz e Gallegati - comporta un vero spreco di risorse che riduce la produttività e il benessere del paese". 
 
(31 maggio 2013) 


lunedì 20 maggio 2013

Rassegna Stampa: Il Sole 24 Ore - Paul Krugman



di Paul Krugman

Come ho scritto più volte negli ultimi tempi, il piccolo, confessabilissimo segreto della crisi economica globale è che la teoria economica corrente ha retto all'impatto piuttosto bene.
È vero che pochi avevano previsto la gravità della crisi del 2008, ma non per incapacità teorica, quanto per incapacità di osservazione. La nostra conoscenza delle crisi di panico bancarie era buona: quello di cui non ci eravamo accorti è che le banche rappresentavano una quota del sistema complessivo molto più piccola di un tempo, e che il settore bancario ombra, senza regole e senza garanzie, era diventato importantissimo. Una volta presa coscienza di questo, come ha documentato l'economista Gary Gorton, le nozioni teoriche esistenti sulle crisi bancarie si sono rivelate più che valide.
E se la maggior parte degli economisti e delle agenzie governative non ha previsto quello che è seguito alla crisi - tassi di interesse bassi persistenti nonostante forti deficit, impotenza della politica monetaria, pesanti impatti negativi delle politiche di austerity - il problema è loro, non della teoria.
Come ripeto spesso e volentieri, la teoria macroeconomica di base se l'è cavata più che bene. Non c'è bisogno di teorie nuove e radicali, perché gli strumenti economici che già abbiamo sono stati molto utili.
Ma allora perché stiamo andando così male? E quando dico male, intendo male sul serio: in Europa la ripresa è più indietro di com'era, nello stesso momento, durante la Grande Depressione. Guardate il grafico sulla produzione industriale europea (dati della Lega delle nazioni dal 1929 e di Eurostat dal 2007).
La risposta molto semplicemente è che sono state applicate politiche sbagliate, a partire dal rigore di bilancio in una situazione di disoccupazione di massa, cioè tutto quello che non bisognerebbe fare in base alle nozioni macroeconomiche di cui disponiamo. Alcune di queste scelte sono influenzate dai problemi dell'Unione monetaria europea, ma di austerità ce n'è stata tanta, perfino nei Paesi del nocciolo duro dell'euro. E alla base di tutta questa austerità c'è la determinazione incrollabile dei funzionari nel gettare al vento tutto quello che era stato appreso sulle politiche macroeconomiche da adottare in una situazione di depressione economica per dare libero sfogo ai loro pregiudizi.
Naturalmente hanno trovato illustri economisti - come Alberto Alesina, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff - che gli hanno detto quello che volevano sentirsi dire. Ma di altri illustri economisti che lanciavano disperati allarmi sulla pericolosità di queste politiche ce n'era a profusione: sono stati i policymakers e le persone tanto coscienziose in generale che hanno deciso chi era degno di attenzione e chi no; e il risultato sono errori che ora appaiono comici.
Ma non è una commedia: è una storia drammatica di disastri e follie.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

© NEW YORK TIMES SYNDICATE, 2013

14 maggio 2013



lunedì 6 maggio 2013

Rassegna Stampa: NY Times



di Paul Krugman

L’Italia è un disastro. È vero, ha un Primo Ministro, finalmente; ma le possibilità di una seria riforma economica sono minime, la volontà di continuare con l’austerità sempre più rigida - che i Rehn di questo mondo ci dicono essere essenziali - sta evaporando.

Va tutto male. Ma sta succedendo una cosa buffa [vedendo la curva dei rendimenti dei titoli di stato decennali italiani]

Che cosa?
Credo che stiamo assistendo alla controprova della validità della visione di Paul De Grauwe. De Grauwe sostenne che i tassi dell'Europa periferica avevano poco a che fare con il problema della solvibilità, ma si trattava invece di panico del mercato causato dal fatto che i paesi che si univano all’euro non avevano più un prestatore di ultima istanza, ed erano a rischio di crisi di liquidità. 

Adesso succede che la Bce sembra essere sempre più disponibile a fungere da prestatore e che in generale l’ammorbidimento della retorica dell’austerità fa sembrare meno probabile che l’Italia venga forzata a fare default semplicemente a causa di una mancanza di liquidità. Quindi, tassi in discesa e riduzione della pressione. 

Questo dimostra, tanto per essere un po’autoreferenziale, che negli anni Novanta, quando citavo l’Italia come esempio di come un Paese avanzato possa sopportare pesanti debiti pubblici, non ero naif. Al tempo l’Italia aveva la sua valuta, e il debito era denominato da quella valuta; è vero che era agganciata al Marco tedesco, ma c’era sempre l’opzione di sganciarsi. Con l’ingresso nell’euro, l’Italia si e’ in effetti trasformata, macroeconomicamente, in un Paese del Terzo Mondo con debiti in valuta straniera e si è esposta a una crisi del debito; adesso, grazie alla dichiarazione di Draghi, è rientrata, almeno per metà, nel primo mondo.

29 aprile 2013

venerdì 5 aprile 2013

RSU Dianos: Manifestazione 9 aprile 2013


A TUTTI I LAVORATORI DIANOS


SCIOPERO DI 4 ORE 
(DALLE 9 ALLE 13)
MARTEDÌ 9 APRILE

MANIFESTAZIONE CON CORTEO
DA PIAZZA ARBARELLO A PIAZZA CASTELLO


La FIOM di Torino ha organizzato una manifestazione per il 9 aprile con lo scopo diriportare l'attenzione degli enti locali sulla situazione drammatica che il tessuto produttivo di tutta la provincia di Torino sta vivendo.

In base alla Legge Fornero alcune industrie note (De Tomaso, Sandretto, ecc.) e altre meno (Dianos, per esempio) non avranno diritto di accedere ad ulteriori sostegni: in queste realtà il rischio di licenziamenti collettivi è concreto e le ricadute sulla tenuta sociale del territorio insostenibili.
 
Le aziende informatiche che versano in situazioni critiche aumentano: dopo Agile (ex Eutelia), OIS (ex Solgenia), FINSOFT, si annunciano pesanti ripercussioni sull'occupazione in Altran, DDWay ex CSC, ecc. e l'assenza di un concreto piano industriale Fiat compromette tutte le aziende (informatiche e non) della filiera.

Invitiamo tutti i lavoratori di Dianos a scioperare
prendendo parte al corteo
per rendere note le nostre difficoltà aziendali e umane 

Dobbiamo manifestare
per pretendere misure concrete
a favore dell'occupazione

Siamo chiamati a manifestare
perchè non vengano abbandonate famiglie intere
solo perchè è arrivato il termine della CIGS


giovedì 4 aprile 2013

FIOM Torino: sciopero con manifestazione il 9 aprile 2013


CONTRO LA CRISI
NO AI LICENZIAMENTI!

Nel torinese la crisi non concede tregua: ogni giorno aziende che chiudono, che riducono ordini e fatturato, che mancano della liquidità per sopravvivere.
Vicende come De Tomaso e Sandretto Romi sono solo la punta di un iceberg di una situazione destinata a peggiorare nei prossimi mesi.

Tutto questo significa per i lavoratori licenziamenti o, almeno, cassa integrazione, sempre che se ne abbia diritto e che ce ne sia ancora a disposizione: il risultato è l'azzeramento o la riduzione del reddito, e quindi della possibilità di vivere dignitosamente. Per molti è così dal 2008, cioè da quando la crisi ha cominciato a far sentire il suo peso sulla struttura industriale in parallelo alle mancate scelte di alcune grandi aziende, a partire da Fiat, con tutte le drammatiche conseguenze sull'indotto oltre che su Mirafiori, a tutt'oggi simbolo delle promesse mancate della proprietà e del management.

La difesa del lavoro è la priorità per chiunque abbia a cuore il futuro di chi oggi è pericolosamente in bilico tra un futuro sempre più precario e il baratro della disoccupazione, a partire da un accordo tra tutte le parti per IMPEDIRE I LICENZIAMENTI E TRAGHETTARE TUTTI I LAVORATORI OLTRE LA CRISI!

PER QUESTE RAGIONI:
  • occorre un governo in grado di sostenere e rilanciare il patrimonio industriale del nostro paese, garantendo nel contempo a tutti i lavoratori gli ammortizzatori sociali, a partire dall'estensione della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà e dal rifinanziamento urgente della cassa in deroga;
  • è decisivo chiudere definitivamente con le politiche del governo Monti, che hanno impoverito ulteriormente lavoratori e pensionati, riducendo i diritti senza creare un posto di lavoro nè risolvere alcuna delle tante crisi aziendali aperte;
  • anche le istituzioni locali, a partire dalla Regione, devono impedire la chiusura e la fuga delle aziende, trovando le risorse, insieme a Governo e Parlamento, per dare più forza alle tutele sociali.

NESSUN LAVORATORE VA LASCIATO SOLO DI FRONTE ALLA CRISI!
Per queste ragioni facciamo sentire la voce dei lavoratori metalmeccanici:


MANIFESTAZIONE MARTEDÌ 9 APRILE
 

CON CORTEO ALLE ORE 9
DA PIAZZA ARBARELLO 
A PIAZZA CASTELLO

mercoledì 26 dicembre 2012

Rassegna Stampa: Lo Spiffero





Scritto da Carlo Manacorda, economista, Università di Torino

Il capoluogo rientra nel Patto di stabilità tra gli osanna del sindaco che però dimentica di riconoscere il peso sobbarcato dai cittadini, i più tartassati d’Italia, e che ora saranno assai più poveri non possedendo più molti dei gioielli di famiglia

Dai e dai, (s)vendi e (s)vendi, Torino rientra (pare) nel patto di stabilità. Sembra, addirittura, con le congratulazioni del Presidente del Consiglio Monti che ha riconosciuto nel sindaco Piero Fassino un suo fedele allievo nella pratica del rigore nella gestione dei conti pubblici. Esultante per questa notizia, ho provato a chiedere ad alcuni conoscenti se condividevano con me la gioia di questo fatto strabiliante (considerato che, fino a qualche giorno fa, tutto sembrava ancora in alto mare). La richiesta li ha lasciati del tutto indifferenti. Da un lato ignoravano (né poteva essere altrimenti non essendo addetti ai lavori) che cosa fosse il patto di stabilità, e che cosa significasse uscirne o rientrarne (e questo la dice lunga sul come i cittadini possano vivere tutte queste vicende che riempiono la bocca ai governanti, che però non si degnano mai di spiegare). Dall’altro, udendo alcuni chiarimenti dati in merito a questo “patto” curioso (che non è un accordo, come direbbe la parola, ma un’imposizione del Governo) ed ai benefici che ne derivano dal suo rispetto (con conseguenti sanzioni per la Città di Torino che non l’ha rispettato nel 2012), le domande sono state immediate: ma allora, se Torino non sarà più multata, pagheremo meno Imu (erano tutti reduci dall’aver versato, da pochi giorni, il saldo dell’imposta)? E quali altri benefici avremo?

Fui costretto a dire loro (in questo caso diventando anch’io seguace di Monti) che le sofferenze (fiscali) sono ben al di là di essere terminate. Che anzi il 2013, da questo punto di vista, sarà un anno ancora più pesante. Ci saranno le conseguenze dell’aumento dell’addizionale IRPEF, stabilita dal Comune di Torino nella misura massima consentita: 0,8%, che graverà sull’intero reddito se superiore a 11.200 euro (fino a questo importo non si paga), ed i lavoratori se ne accorgeranno coi prossimi conguagli fiscali. Il Comune applicherà sulla Tares – che è la nuova imposta sui rifiuti e sui servizi che sostituirà, dal 2013, la tassa raccolta rifiuti – una maggiorazione dello 0,30% per pagare i cosiddetti servizi indivisibili: illuminazione, manutenzione strade, polizia urbana, ecc.. Che, al di là degli annunci vittoriosi dati in merito al rientro nel patto di stabilità (fatto derivante soltanto da alcuni meccanismi matematici fine a se stessi e senza alcuna correlazione con le reali condizioni finanziarie dell’ente), l’indebitamento del Comune era così elevato che anche negli anni e venire avrebbe, comunque, comportato la massima “spremitura” dei cittadini per la sua estinzione.

A questo punto, s’è aperto un mini dibattito. Le obiezioni degli interlocutori non erano prive di fondamento. Ma l’Imu – anche questa applicata a Torino alle massime aliquote consentite – non doveva proprio servire a rientrare in questo misterioso patto di stabilità? Ma perché si chiede una maggiorazione sulla Tares per pagare alcune spese specifiche che prima venivano coperte con le tasse generali? Ed allora queste per quali spese saranno utilizzate? Visto poi che la maggiorazione sulla Tares dovrebbe servire per pagare quegli strani  “servizi indivisibili”, come potremo essere certi che il suo gettito sarà effettivamente devoluto ad essi – potendo così avere migliore illuminazione, meno strade gruviera, più vigili a tutelarci -, e non a tappare quelle voragini di debito presenti a Palazzo di Città? Poi, in fondo, la domanda che corre di necessità è sempre la stessa: ma se il Comune, per rientrare in questo dannato patto, ha dovuto (s)vendere molti dei suoi beni più pregiati, comperati coi soldi dei suoi cittadini - i quali, in tutta questa vicenda, sono stati gli “assoluti ignorati” anche da parte delle opposizioni, anch’esse prestatesi alle artificiose soluzioni -, cosa farà in futuro per trovare quelle risorse aggiuntive necessarie a tappare quei buchi finanziari immensi? E’ vero che il ricambio politico trasferisce ai successori le disinvolte politiche dei predecessori ma, vivaddio, ci saranno sempre degli eredi che dovranno farsi carico del malgoverno dei predecessori.

Terminata la mini discussione, l’indifferenza manifestata inizialmente s’è trasformata in una smorfia di disgusto. Perché dovremmo essere grati a chi ha fatto l’impresa di questo rientro se a noi non ne viene nulla? Forse il Presidente del Consiglio, oltre che a rallegrarsi con il sindaco, poteva anche avere una parola di ringraziamento per i torinesi che si sono sobbarcati il peso di essere tra i cittadini più tartassati di tasse d’Italia e che, d’ora innanzi, saranno assai più poveri non possedendo più molti dei gioielli di famiglia. Forse anche loro hanno dato una mano per raggiungere l’obiettivo.

A conti fatti, se il sindaco s’è preso l’elogio, anche i cittadini l’avrebbero gradito. Se non l’ha fatto Monti, allora lo faccia almeno Fassino. Se non lo farà neppure lui, ai torinesi non resterà che andare in giro dicendo di essere “mazziati e cornuti”.

Pubblicato Domenica 23 Dicembre 2012

domenica 23 dicembre 2012

Rassegna Stampa: Il Corriere della Sera




Venerdì scorso, a Washington, Vittorio Grilli ha parlato della strategia del governo in maniera diversa da come si fa di solito in Italia.
Il ministro dell'Economia ha incontrato il suo pari grado Usa, Tim Geithner, quindi ha passato un'ora con un gruppo di investitori e osservatori della capitale. È di fronte a loro che ha indicato l'obiettivo del 3% e,  per una volta, non si trattava della soglia di Maastricht per il rapporto fra deficit e Pil.
Il nuovo 3% vitale per l'Italia, ha spiegato il ministro, riguarda un dato curiosamente ignorato nelle discussioni fra politici, sindacalisti, imprenditori o banchieri.
Eppure ora è più importante di Maastricht. Senza centrare quell'obiettivo, sarà difficile fermare la progressione del debito pubblico (e privato): è il 3% di crescita del Pil in termini nominali, la soglia che il ministro ha indicato a Washington per fermare e poi piegare la dinamica del debito. Se ne parla così di rado, che quasi solo gli addetti ai lavori sanno cos'è. La crescita del Pil nominale è il risultato di quella reale - di cui si parla di solito - più l'inflazione.
Oggi questo dato è attorno allo zero, perché nel 2012 il Pil reale è caduto di più del 2% e l'inflazione è salita di circa altrettanto. Questa è la ragione principale che attualmente spinge verso l'alto il rapporto numerico fra debito e Pil, perché il Pil resta appunto fermo a zero mentre il debito tende a salire in modo inerziale per il solo fatto che gli interessi da pagare sono attorno al 5%.
A chi lo ha ascoltato l'altro giorno a Washington, il ministro dell'Economia ha detto che l'Italia ora punta a quel 3% al più presto.
Per raggiungerlo non serve un boom dell'economia. Basterebbe una crescita reale dell'1% più un'inflazione di circa il 2%, più o meno la velocità di crociera tenuta dall'Italia nel decennio scorso. A quel punto con un avanzo del bilancio del 4% o 5% prima di pagare gli interessi passivi - un obiettivo realistico - il Tesoro può bloccare il debito e metterlo su una traiettoria discendente.
A Washington, Grilli si è detto certo che sia fattibile ed alcuni dei presenti si sono congratulati per la credibilità della strategia.
Resta solo un punto da chiarire: nei tredici anni dell'euro l'Italia ha perso circa il 30% di competitività sulla Germania e il 20% sulla media dell'area monetaria. Per crescere, il Paese ha bisogno di tornare competitivo. Ma per riuscirci l'Italia ha solo due opzioni: la prima sarebbe aumentare molto gli investimenti per la produttività, ma in questa fase di credito difficile sembra una strada preclusa; la seconda invece è quella di ridurre i costi, a partire da quelli del lavoro, ed infatti è proprio ciò che sta succedendo.
Il continuo aumento della disoccupazione spinge chi cerca un posto ad accettare compensi sempre minori pur di lavorare, ridando così un po' competitività di prezzo alle imprese. Ma comprimere i compensi e i costi tramite disoccupazione e intanto centrare il 3% di crescita nominale non è facile: è come camminare con una gamba in un senso, e con l'altra in quello contrario.

Federico Fubini
18/12/2012
 

domenica 2 dicembre 2012

Rassegna Stampa: Phastidio.net


Mentre il sottosegretario progetta di stanziare fondi per le autostrade, il Presidente del Consiglio descrive la situazione del Sistema Sanitario Nazionale confermando le preoccupazioni di molti.
Pare evidente che esistano problemi di comunicazione all'interno e all'esterno del Governo.


Il giornalismo telepatico di Repubblica


Oggi il premier ha parlato delle problematiche e delle criticità del servizio sanitario nazionale, in occasione di un intervento in videoconferenza con la fondazione Ri.Med di Palermo. Monti ha detto quello che tutti sanno:
«La sostenibilità futura dei nostri sistemi sanitari, incluso il nostro servizio sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni»
Frase e concetti di una banalità e descrittività assolute. Ma non per tutti.

In primo luogo, riferendosi in prima battuta al plurale, Monti pare svolgere considerazioni comuni a gran parte dei sistemi di welfare sanitario dei paesi occidentali, cioè di società in via di prevalente invecchiamento ed a reddito pro-capite ancora molto elevato. In tali società si osserva un elemento caratterizzante: la forte pressione al rialzo dei costi sanitari, dovuta sia all’invecchiamento della popolazione che allo sviluppo delle tecniche mediche e farmacologiche. Anche il nostro SSN si trova in queste condizioni, con la criticità aggiuntiva di una crisi fiscale che è sotto gli occhi di tutti, e che rende quindi problematico il reperimento di risorse per ogni funzione pubblica.

Monti enfatizza, nel proprio intervento, l’”orgoglio” per il nostro SSN, e quindi (evidentemente) per la sua natura pubblica ed universalistica, oltre che per i suoi standard elevati conseguiti con utilizzo di una quota di risorse nel complesso modesta: nel 2011 la sanità pubblica italiana ha assorbito il 7,6 per cento del Pil, mentre l’intera spesa sanitaria del nostro paese è stata di poco superiore al 9 per cento (fonte Ocse). Facciamo molto meglio di paesi che spesso ci vengono indicati come modello, e conseguiamo questo risultato soprattutto grazie alla dedizione ed alla professionalità del nostro personale sanitario pubblico, e malgrado aree di malaffare non marginali. Considerazione dovuta, e chiusa parentesi.
Ora, pare (visionando il frammento dell’intervento di Monti relativo alla sanità) che in nessun caso il premier abbia parlato della necessità di “privatizzare” alcunché, se mai vi fossero dubbi dopo l’espressione di “orgoglio” per il SSN. Malgrado ciò, c’è stata l’immediata levata di scudi della Cgil. Che fa il proprio mestiere e segue i propri convincimenti ideologici. Su questi pixel non leggerete mai critiche gratuite o espressioni di dileggio per una organizzazione sindacale della storia e della rappresentatività della Cgil, pur permanendo dissenso, anche forte, rispetto alle posizioni prevalenti del sindacato guidato da Susanna Camusso.
Il problema è un altro, ed è il sottotitolo di Repubblica.it, che si inventa un “non pubbliche” che non c’è da nessuna parte (vedi qui sotto, a futura memoria: cliccare per ingrandire), e soprattutto che scompare nel successivo testo dell’articolo. Ora, a meno che a Repubblica.it dispongano di sofisticati strumenti che leggono nel pensiero al prossimo, pare che questo riassunto della notizia sia uno svarione, e neppure lievissimo.
Quanto al resto delle considerazioni di Monti, ribadiamolo: sono banali e del tutto evidenti a chiunque non sia avvezzo a sottoporre la propria testa a frequenti sabbiature. Il problema di Mario Monti è che lui è il termometro di questo paese. E che una parte non marginale di italiani mostrano una elevata propensione a rompere il termometro per non guardare in faccia la realtà. E’ questo il “cambio di cultura” a cui Monti si riferiva, giorni addietro, quando ipotizzava il modo per permettere al nostro paese di uscire dalla crisi. Pare che siamo ancora molto indietro, sotto questo aspetto.

27/11/2012

pagina originale



venerdì 23 novembre 2012

Rassegna Stampa: Phastidio.net


Rischio di morte per il sistema delle imprese italiane 

 Fonte: Phastidio.net, 21/11/2012

Non che non si sapesse, ma vederlo visualizzato in questo modo è sempre scioccante e deprimente. La società di consulenza Price Waterhouse Coopers ha calcolato  il livello di onerosità fiscale complessiva su una impresa-tipo di 60 dipendenti in giro per il mondo, su un campione di 185 paesi. Il nostro paese resta in condizione pre-agonica.

Utilizzando un indicatore composito, fatto di numero di adempimenti, ore dedicate alla compilazione delle dichiarazioni e pressione fiscale complessiva, l’Italia è alla posizione 131, con 15 adempimenti fiscali che richiedono un totale di 269 ore. Ma il dato drammatico è quello della pressione fiscale complessiva.
Da esso emerge che le aziende italiane, così come definite nel campione PWC, hanno un tax rate totale del 68,3 per cento,   su cui gli oneri sociali pesano per circa due terzi. Anche la Francia è messa tragicamente, come si vede dal grafico riprodotto qui sotto, pubblicato da Les Echos, con un cuneo fiscale ancor più elevato del nostro. Se a questo tax rate sommate il costo del credito, potete solo stupirvi del fatto che in Italia esista ancora un sistema delle imprese, anche se non è chiaro per quanto tempo.

La terapia? La solita: tagliare il cuneo fiscale, di almeno 20-25 punti percentuali. La domanda? La solita: taglio finanziato con quali soldi? E non dite “lotta agli sprechi, all’evasione ed alla corruzione”, per favore, siamo seri e realisti. Ed alla fine, cresce la probabilità che si arrivi alla falcidie delle retribuzioni nominali, per manifesta mancanza di risorse fiscali.





giovedì 22 novembre 2012

Rassegna Stampa: La Stampa



“L’austerità funziona male 
La pagano i giovani e i poveri 
E i debiti aumentano comunque”

di Tonia Mastrobuoni
 
L’ austerità sta chiedendo un prezzo troppo alto ai giovani e alle fasce più indifese della popolazione. Soprattutto, è fondata su dati sbagliati, contraddetti da una recessione più pesante del previsto. È ora di cambiare, secondo il direttore generale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo), Guy Ryder. Occorre abbandonare l’approccio «ideologico» adottato ad oggi in Europa nei confronti della Grecia e di altri Paesi. Altrimenti l’austerità «non farà che peggiorare la situazione».

L’austerità ha fallito?

«Sappiamo che è indispensabile abbassare i deficit e i debiti e rendere sostenibili i conti pubblici. Ma il primo problema è il ritmo. L’evidenza dimostra che gli effetti dei risanamenti, a causa dei cosiddetti moltiplicatori, sono stati molto più pesanti del previsto, molto peggiori di quanto i politici europei potessero immaginare».

Lo ha riconosciuto il Fmi, che fa parte della trojka. È il motivo per cui Lagarde dice che 2 anni in più non bastano, che bisogna tagliare il debito greco.

«Esatto, il Fmi l’ha capito. Oggi siamo dinanzi alla certezza che le politiche economiche sono eccessive e stanno aggravando la recessione. Soprattutto: il debito sta aumentando ovunque, anzitutto in Grecia. Quindi, dobbiamo riconoscere che finora abbiamo avuto un approccio ideologico e dobbiamo tornare a un modo di pensare più razionale».

Oltre ai debiti, aumenta anche la disoccupazione.

«La vera questione è: c’è stata una distribuzione equa dei sacrifici? Io penso di no. Stando ad indicatori come il crollo dei consumi o la disoccupazione in aumento, il peso è ricaduto soprattutto sui deboli: i pensionati, i giovani. Tra l’altro, vorrei far notare che, contrariamente a quel che si crede, quella giovanile non riguarda soltanto i Paesi del Sud Europa».

Tuttavia le cifre che riguardano la Spagna e la Grecia fanno impressione: oltre il 50% dei giovani è senza lavoro.

«Le nostre stime ci dicono che nel mondo ci sono ormai 200 milioni di disoccupati, il 6% della popolazione attiva. Per i giovani la percentuale è doppia, è il 12%. Quello cui si assiste in Spagna o in Grecia, con tasso al di sopra del 50% è terribile, ma non inusuale».

Cosa bisogna fare?

«Prendere esempio dai paesi virtuosi. Il più ovvio è la Germania, dove la disoccupazione giovanile è solo del 2% più alta di quella media. Lì aiuta il sistema educativo duale, c’è un legame stretto tra il lavoro e l’educazione. Quello che voglio dire è che si possono fare politiche mirate per i giovani. Anzi, è indispensabile. È dimostrato ormai che se un giovane rimane fuori dal lavoro per un anno, le conseguenze sono molto negative per il resto della sua vita. Quando parliamo di una generazione perduta, non è soltanto uno slogan».

La flexicurity alla danese può aiutare?

«È un dibattito vecchio. Per molti versi la flexicurity funziona solo in Danimarca: richiede un livello di tassazione altissimo, insostenibile in altri paesi. Non tutte le buone idee sono esportabili. Nello specifico, non penso che sia applicabile in Italia. D’altro canto, voglio dire con forza che non si può pensare di discutere del lavoro sempre e solo abbassando le tutele. Cerchiamo di imparare dai paesi che hanno statistiche e condizioni di lavoro virtuose come la Germania o i Paesi scandinavi. Servono istituzioni forti per il lavoro, collocamento, formazione, apprendistato. Ma anche un dialogo sociale forte».

L’Ocse e la Banca d’Italia parlano di un mercato del lavoro italiano “duale», spaccato tra ipertutelati e non.

«È molto pericoloso creare un mercato duale come in Italia con un segmento della popolazione ben protetto e una fetta enorme che ha tutele troppo scarse. In Spagna, il motivo per cui il tasso di disoccupazione si è impennato quando è esplosa la crisi, è che il 40% della forza lavoro era precaria. In Germania c’è stato, al contrario, il tentativo di proteggere i lavoratori, ad esempio con la Kurzarbeit, la settimana corta. Ha funzionato. La soluzione della crisi non è aumentare l’insicurezza nel mercato del lavoro. Hollande ha detto che il contratto a tempo indeterminato deve diventare quello prevalente. Certo, bisogna deciderne il grado di flessibilità, ma sono d’accordo con lui».


La Stampa 21.11.2012



giovedì 4 ottobre 2012

Rassegna Stampa: Phastidio.net


Gli stipendi, 
vittima sacrificale della peggiocrazia italiana

Monday, 1 October, 2012

Un grafico elaborato da JPMorgan illustra, per ognuno dei PIIGS, l’evoluzione di costo del lavoro nominale per unità di prodotto, disoccupazione e saldo delle partite correnti dall’inizio della crisi ad oggi. Le evidenze mostrano il nostro paese come deviante rispetto agli altri quattro. Che implicazioni da ciò? 

Come si vede nel grafico qui sotto, il nostro paese è l’unico tra i Piigs ad aver registrato nel periodo un aumento del costo del lavoro nominale per unità di prodotto, mentre gli altri hanno proseguito sulla strada della deflazione salariale. Analogamente, l’Italia ha finora registrato un minor deterioramento del proprio mercato del lavoro (tutto è relativo, ovviamente, considerando anche il livello di partenza del tasso di disoccupazione), e pare non aver fatto particolari progressi nel restringimento del deficit delle partite correnti, mentre gli altri quattro paesi sembrano aver “beneficiato” soprattutto di un crollo delle importazioni che, almeno da questi dati, pare superiore al nostro.
Se obiettivo è quindi quello di recuperare competitività, pare che non ci siamo proprio. Il che pare destinato a rafforzare la pressione per giungere a tagli delle retribuzioni. In realtà, come segnalava anche l’editoriale di ieri del professor Luigi Zingales sul Sole, obiettivo vero sarebbe quello di ridurre il cuneo fiscale, visto che le retribuzioni nette italiane sono già sufficientemente compresse. Purtroppo, esiste un non trascurabile rischio che le cose vadano altrimenti, e che alla fine paghino gli stipendi netti in busta paga.
Per tagliare il cuneo fiscale, infatti, servirebbe un taglio di spese tale da liberare risorse per coprire la riduzione degli oneri che gravano sulle buste paga. Ma finché la crisi continuerà a mordere in questa maniera, aprendo nuovi buchi di bilancio, ogni taglio di spesa finirà a colmare i buchi e non a sostituire tassazione, come invece dovrebbe accadere. Nel frattempo, la crisi determinerà un’accelerazione delle perdite di posti di lavoro ed una pressione a tagli delle retribuzioni nominali, per effetto di domanda ed offerta.
Ancora una volta, quindi, i lavoratori pagano colpe non proprie, ma si trovano presi a tenaglia nella morsa della crisi, oltre che dell’imprevidenza di una classe politica inetta, che non ha operato per ristrutturare l’economia in tempo di pace, e che non può evidentemente farlo in tempo di guerra, ammesso e non concesso di esserne capace. L’importante però è nascondersi dietro Monti, divenuto il nuovo scudo di una generazione di parassiti letali. E con questo termine non intendiamo solo la classe politica, ma anche quella che guida le grandi imprese italiane.
L’argomentazione di Zingales, ormai divenuto studioso e censore della “peggiocrazia” italiana nelle sue molteplici forme, oltre che grande accusatore dell’ambito in cui il “parassitismo dirigente” italiano maggiormente si annida, è esemplare:
    «Le cause di questo gap produttivo sono molte, dagli scarsi investimenti ad un sistema scolastico che non prepara adeguatamente i nostri ragazzi al mercato del lavoro. Ma una grossa fetta di responsabilità spetta al nostro management, che – in studi internazionali – sembra essere uno dei peggiori dei paesi avanzati. Se FonSai è arrivata sull’orlo del fallimento, non è perché i suoi dipendenti guadagnavano troppo, erano poco flessibili o troppo protetti dallo Statuto dei lavoratori. E’ perché la società era gestita male, da manager incompetenti»

Vale la pena ricordare queste semplici verità a tutti coloro che, col ditino levato, spiegano che i lavoratori italiani sono “troppo rilassati” o poco duttili alle “nuove esigenze” del sistema produttivo. La vera tragedia italiana è la sua classe dirigente, in senso lato.



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martedì 11 settembre 2012

Rassegna stampa: La Repubblica


A rischio l'informatica "made in Torino"
Chiusure e esuberi, sos del sindacato

Il settore informatico in difficoltà sotto la Mole: dall'Ibm a Agile Eutelia: una lunga lista di chiusure e trasferimenti in altre città

di STEFANO PAROLA

Richieste di esuberi, trasferimenti in altre città, chiusure, utilizzo della cassa integrazione. Nessuna situazione catastrofica, solo tanti piccoli e grandi scricchiolii che fanno temere per il domani dell'Ict torinese, il secondo settore più importante nel tessuto industriale della provincia dopo l'automotive. L'informatica "made in Torino" vive una fase critica, resa ancora più delicata dalla paura che a crollare sia uno dei suoi giganti: il Csi Piemonte.
Il futuro del consorzio che gestisce l'Ict della pubblica amministrazione piemontese è ancora oscuro. L'unica certezza, per il momento, sono le sforbiciate che hanno subito i suoi incassi, garantiti quasi esclusivamente dagli enti locali, a loro volta messi in difficoltà dalle ristrettezze di bilancio. Ma il Csi non è l'unico. Le aziende in difficoltà o in fuga sono tante, alcune hanno nomi famosi.
Claudio Gonzato e Bruno Ieraci sono i due funzionari della Fiom-Cgil Torino che seguono più da vicino il comparto. Solo una parte delle aziende del settore applica il contratto metalmeccanico, eppure l'elenco stilato dai due sindacalisti è lungo. Si parte dall'Ibm, che ha deciso di trasferire 72 dipendenti su 700 da Torino a Segrate e sta valutando la possibilità di esternalizzarne un altro centinaio (per questo stamattina sono in programma tre ore di sciopero con presidio). Eppure, sottolinea Gonzato, "fino a dieci anni fa il colosso informatico contava 2.500-3.000 lavoratori sotto la Mole". Poi si prosegue con Oracle, 40 dipendenti, e con Solgenia, 80 addetti, che sono intenzionate a dimezzare la quantità di personale. Con la Csc, multinazionale pronta a vendere le sue attività in Italia, compresa la sede torinese che dà lavoro a 350 dipendenti. Si va avanti con la Dianos (gruppo Scai), che conta 50 tra tecnici e impiegati che hanno provato ogni tipo di cassa integrazione negli ultimi quattro anni. Senza scordare la vicenda Agile-Eutelia, che vede ancora coinvolti 250 lavoratori di Torino e Ivrea in un complicato tentativo di risanamento.
"Esiste poi una miriade di piccole aziende legate a quelle più strutturate che chiudono senza fare rumore. Per non parlare della marea di consulenti esterni lasciati a casa da un giorno all'altro", raccontano i due sindacalisti. E aggiungono: "Le istituzioni piemontesi non possono fare finta di nulla. Serve una discussione seria sul futuro del comparto torinese, perché il rischio concreto è che il baricentro di molte realtà si sposti altrove".
Anche Renato Bellavita, vicepresidente del gruppo Ict dell'Unione industriale, conferma che il comparto vive un momento molto difficile: "Da un lato - spiega - risentiamo di un generale problema economico dell'area piemontese, dall'altro patiamo la principale debolezza del nostro comparto, che è poco legato alla ideazione e vendita di prodotti ed è troppo incentrato soprattutto sulla fornitura di servizi alle aziende".
Insomma, l'Ict torinese si occupa più che altro di gestire l'informatica degli altri, più che di creare nuovi software. E negli ultimi anni ha perso alcuni clienti importanti: "La Crt - elenca Bellavita - è confluita in Unicredit, la Rai si è ridimensionata, Telecom pure, Fonsai ha spostato molte attività informatiche della Sai a Fondiaria e la fusione di Intesa e Sanpaolo ha messo a rischio il centro dati di Moncalieri, dove lavorano 700-800 consulenti esterni, cioè dipendenti delle nostre aziende". Adesso la paura delle aziende Ict è di dover fare a meno pure del Csi Piemonte. Per evitarlo, secondo l'esponente dell'Unione industriale occorre trovare "una forma di condivisione tra pubblico e privato, che magari sfoci in una privatizzazione totale e che sia accompagnata da un affidamento al Csi dell'informatica dell'intera sanità piemontese". 

 (11 settembre 2012)

giovedì 21 giugno 2012

Rassegna Stampa: Marcelli su Il Fatto Quotidiano


I diritti del lavoro e il doppio tuffo nella miseria 



Secondo i più avvertiti esponenti del pensiero economico, tra le cause di fondo dell’attuale devastante crisi che stiamo vivendo c’è proprio la compressione dei livelli di vita della maggioranza della società a livello mondiale, la cosiddetta deflazione salariale. Ciò comporta tra l’altro che le sciagurate ricette applicate dal potere finanziario e dalle sue istituzioni rappresentative (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca centrale europea), lungi dal delineare una qualche praticabile soluzione alla crisi, mediante la cosiddetta mitica “crescita”, stanno portando al suo aggravamento, con l’infilarsi di tutti i Paesi nel tunnel senza uscita della recessione e del double dip (il “doppio tuffo” nel vortice senza fondo della disoccupazione e della miseria).
Nel mio piccolo, pur non essendo un esponente del pensiero economico, avevo indicato tale problematica come decisiva, unitamente a quella della perdita di controllo sui mercati finanziari, nel corso XVII Congresso dell’Associazione internazionale dei giuristi democratici svoltosi ad Hanoi dal 6 al 10 giugno 2009 e in particolare nella mia introduzione ai lavori della IV Commissione sulla globalizzazione e i diritti economici, sociali e culturali, che presiedevo.
Ciò è confermato dalla drammatica situazione che stiamo vivendo. L’impossibilità della gente, anche negli “avanzati” Paesi europei, di condurre una vita degna e di soddisfare i più elementari diritti fondamentali di ordine economico, sociale e culturale, ma anche civile e politico, strettamente connessi con i primi come rilevato dalla Conferenza di Vienna sui diritti umani del 1993, produce una spirale deflattiva e precipita l’insieme dell’economia nella crisi.
Diritti umani e rilancio economico, come affermato da studiosi come Vandana Shiva e Amartya Sen, non sono affatto antitetici, ma assolutamente complementari e sinergici.


Rassegna stampa: Scalfari su Repubblica


IL COMMENTO

Rinnovare i partiti
Liberare le istituzioni

di EUGENIO SCALFARI

Questa mattina si sta votando in Grecia e tra poche ore conosceremo il risultato, ma hanno sbagliato quanti (ed io con loro) hanno attribuito al voto il valore d'un referendum pro o contro l'euro e pro o contro l'Europa. Non è affatto così. Tutti i partiti greci, quelli tradizionali e quello di opposizione (socialista massimalista), non vogliono affatto uscire dall'Unione europea e abbandonare la moneta comune. Quanto agli elettori, essi sono perfettamente consapevoli che tornare alla dracma sarebbe un disastro di proporzioni immani; un sondaggio pre-elettorale prevede addirittura una vittoria dei partiti tradizionali, quelli cioè che si sono assunti la responsabilità del rigore tedesco, il che è tutto dire.

La Grecia quindi non se ne andrà dall'euro a meno che non sia la Germania a sbatterla fuori. Molti pensano che quest'ipotesi sia probabile: ucciderne uno per educarne cento; ma io non credo che sia così. Non solo è improbabile ma è addirittura impossibile. Sarebbe un esercizio di accanito sado-masochismo che un grande popolo non può permettersi. Il popolo e le classi dirigenti tedesche non possono permetterselo ed è inutile ricordarne il perché, stampato nella memoria del mondo intero a caratteri indelebili.
Però c'è un però: anche se l'esito del voto greco non potrà essere utilizzato dagli speculatori come pretesto, ne troveranno certamente altri per proseguire il loro attacco all'eurozona, ai debiti sovrani più esposti e alle banche più fragili.

Del resto hanno già cominciato, con la Spagna prima e con l'Italia poi. L'obiettivo finale è la disarticolazione dell'eurozona, l'isolamento della Germania, la cancellazione d'ogni regola che miri a incanalare la globalizzazione in un quadro di capitalismo democratico e di mercato sociale.

Ormai è evidente che questa è la posta in gioco. Altrettanto chiara è l'identità delle forze contrapposte. Da un lato ci sono le principali banche d'affari americane che guidano il gioco, le multinazionali, i fondi speculativi, le agenzie di rating, i sostenitori del liberismo selvaggio e del rinnovamento schumpeteriano. Un impasto di interessi e di ideologie che noi chiamiamo capitalismo selvaggio e che loro nobilitano chiamandolo liberismo puro e duro.
(...)
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(17 giugno 2012)

martedì 12 giugno 2012

Rassegna stampa: Fatto Quotidiano

Salvataggio finanziario della Spagna: un altro passo verso il disastro

Sabato era una giornata tranquilla a Madrid. C’era il sole, ma non faceva molto caldo, perchè un vento fresco percorreva le strade della città, rendendo sopportabile la temperatura.
Non è un caso che il salvataggio della Spagna sia avvenuto proprio sabato, visto che la domenica si sarebbe giocata la finale di Roland Garros, e la prima partita della nazionale agli Europei. Nonostante questo, quando l’esecutivo aveva smentito i giorni precedenti che quella sarebbe stata la data dell’importante appuntamento finanziario, l’intera Spagna sapeva che sarebbe avvenuto il contrario. Stiamo cominciando ad abituarci. Le menzogne non finiscono qui: Luis de Guindos, ministro dell’economia, ex presidente esecutivo di Lehman Brothers per Spagna e Portogallo, nell’eroico tentativo di infiocchettare la realtà, è rimasto quasi senza voce a forza di ripetere che non si sarebbero imposte ulteriori condizioni ai tagli per poter ricevere il denaro pormesso. Nonostante questo, un sguardo rapido alle cifre rende evidente che non sarà così e che oltetutto la storia non avrà un lieto fine.
Per cominciare, il denaro ricevuto dall’Europa andrà al Frob, ente pubblico che emette il debito sovrano (che pesa sui conti) per canalizzare denaro verso gli istituti finanziari. Questa istituzione dispone dell’avallo illimitato dello Stato, e sarà quest’ultimo a rispondere davanti all’Europa tanto dei prestiti generali emessi, così come degli interessi che generano. Se gli istituti di credito non potessero far fronte a questi prestiti, sarà il Frob a pagare, cioè la Spagna emetterà debito pubblico. Per come si evolve l’economia spagnola è difficile immaginare che le banche potranno far fronte a questo prestito.
Qualsiasi fosse lo scenario, il rapporto debito/Pil in Spagna aumenterà tra il 10 e il 17% spingendo il debito sovrano vicino, se non oltre il 100% del Pil in tempi brevi. Questo significherà un aumento di dubbi e sfiducia da parte dei mercati finanziari fino a mettere appunto in dubbio la capacità si solvenza della Spagna, che già con un 80% di debito pubblico sul Pil ha diffoltà a finanziarsi.
Attualmente perché il rapporto debito/Pil si stabilizzi è necessario più del 4,5% di interesse primario, il che sembra del tutto impossibile, da che ne consegue che questo rapporto continuerà ad aumentare. Questo supponendo che il tasso di crescita si mantenga costante e i tassi di interesse non salgano, per cui se consideriamo questo aumento e il deterioramento sicuro delle variabili fondamentali a breve, questo salvataggio è una gentile spinta verso la bancarotta spagnola, indipendentemente dal risultato degli Europei.
La magia dell’Europa e Rajoy ha fatto sì che, questo sì, si sia riusciti ad avere gli aiuti in termini di approssimativamente il 3% di interessi contro il 6% che paga attualmente la Spagna per le sue emissioni a 10 anni. Non si è specificato se il salvataggio proverrà dal non ancora ratificato Ems o dall’Efsf, cosa importante nella misura in cui i debiti emessi dall’Ems sono prioritari sugli altri debiti e bisognerebbe apportare qualche modifica legale ulteriore. Questo implica che il nuovo debito emesso per finanziare le perdite delle banche si emetteranno ad un tasso preferenziale del 3%, mentre il debito esistente e emesso in futuro per altri fini continuerà ad emettersi ai termini, quasi escatologici, del 6% o più. Ma per ottenere questi tassi di interesse vantaggiosi sul mercato (mercato=banche che si salvano), è necessario che esista un incentivo di sicurezza e probabilmente fiscale. Basta pensare ai prestiti della Troika all’Irlanda, alla Grecia e al Portogallo, perché nessuno abbia dubbi: presto potremo assaporare questo piatto amaro che oggi assaporano altri paesi europei.
Nonostante ciò potrebbero darsi le condizioni per recepire questo denaro a braccia aperte nella misura in cui fossero sufficienti per chiudere la ferita sanguinante dell’economia spagnola, o, che poi è lo stesso: sono sufficienti 100 mila milioni di euro? No.
Si possono contare 85mila milioni in prestiti concessi al boom della costruzione e al settore immobiliare. Questi attivi, potenzialmente tossici (quasi biologicamente a rischio), hanno molte probabilità di non essere ripagati, ma le banche hanno appena 50mila milioni di riserve per coprire le perdite potenziali, con i prezzi delle case che crollano e una ribasso dei prezzi atteso di almeno il 35%.
Ma il problema non è solo la Spagna, ma la domanda del momento è: l’Italia quando crollerà? Anche l’Italia, infatti, potrebbe dover essere salvata, e se questo avvenisse. il gioco ha tutta l’aria di concludersi a breve. L’Italia sopporta il doppio del debito pubblico spagnolo, e l’economia italiana diminuirà prevedibilmente di un 1,7% quest’anno, un decimo in più di quella spagnola. Il contagio ha tutta l’aria di arrivare a breve. L’esodo degli investitori ha lasciato il tesoro italiano alla mercé delle banche nazionali, gli istituti che più hanno preso in prestito denaro della Bce attraverso le operazioni a tre anni. Se l’Italia entra nelle sabbie movili, l’unico che potrebbe appoggiare il debito pubblco di questo paese, data la sua grandezza, sarebbe la Bce il che creerà tensioni sui mercati del debito fino al punto da diventare letale per l’eurozona.
Il salvataggio delle banche spagnole è un’efficace misura di conversione del debito privato, quello delle banche, in debito pubblico, quello degli spagnoli. Proprio per questo mette in crisi la possibilità di raggiungere l’obiettivo di deficit pubblico stabilito dal governo spagnolo (anche se essendo stato annunciato dal governo, non ci stupirebbe che non si raggiungesse). Questo a sua volta renderà più dura la cosiddetta austerity, e renderà più profondo il trasferimento di reddito che si sta realizzando dalla cittadinanza al settore finanziario e ai suoi mercati. Questo fa prevedere un temporaggiamento da parte dell’esecutivo, che ha una boccata d’ossigeno che durerà il tempo di un soldo in Spagna, cioè molto poco. Così come il posticipo di soluzioni reali che alla fine si imporranno (nazionalizzazione delle banche, controllo, eliminazione del debito, etc..) si suppone che prolungherà l’agonia in modo innecessario e ad un prezzo troppo caro.
11/06/2012
 
Vienici a trovare anche su www.econoNuestra.net
(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)

Rassegna stampa: Sole24Ore


Stiglitz e i mercati asimmetrici 

Sin dai tempi della sua collaborazione come consulente economico, iniziata nel 1992, con il Presidente americano Bill Clinton, Joseph Stiglitz critica l'idea secondo cui la finanza internazionale può e deve intervenire per sanare le economie dei paesi più poveri o "in via di sviluppo" imponendo loro una serie di ferree regole: tra di esse vi sono la totale liberalizzazione dei mercati e la completa apertura ai mercati stranieri, in particolare a quelli dei paesi ricchi che detengono una grossa fetta di potere all'interno delle istituzioni finanziarie internazionali come il Fondo Monetario Internazionale. Consigliare e imporre la repentina quanto totale apertura verso il mondo del mercato internazionale a un paese che vive una crisi di bancarotta, secondo Stiglitz, è un delitto
(...)
Secondo Stiglitz bisogna iniziare a ridare fiducia agli Stati, che sono gli unici capaci di controllare e gestire i difetti del mercato proprio perché conoscono le realtà particolari dei paesi, e bisogna invece rigettare il luogo comune che il mercato sia un'Entità Razionale che induce all'economia virtuosa, perché la realtà che abbiamo sotto gli occhi ci mostra, al contrario, quanto sia irrazionale questo sistema. «Nessuna grande economia è uscita mai da una crisi come questa – quella che stiamo vivendo dall'inizio del XXI secolo – con l'austerità».
(...)
Stiglitz consiglia al premier italiano Monti di non badare solo al debito, nel suo intervento di risanamento, di non limitare la sua visione della economia italiana ai calcoli finanziari. C'è di più: c'è bisogno di ricostruire la fiducia, anche e soprattutto «migliorando l'accesso al credito per le piccole imprese e aumentando il sostegno a scuola e università». A cosa serve riportare in pari i conti dell'economia del paese se poi, nel particolare, la vita delle persone diviene poverissima di prospettive future?
(...)
Per Stiglitz è molto chiaro come devono andare le cose: «È l'economia a dover essere al servizio della gente e non viceversa».

10/06/2012

domenica 15 aprile 2012

FIOM: Direfarecosolidale a Pinerolo




DIREFARECOSOLIDALE
Crisi, transizione, territorio: idee e pratiche


VIII edizione di Pensieri in Piazza in collaborazione con il G.A.S./Stranamore

Ciclo di incontri introduttivi alla manifestazione del 18 – 19 – 20 maggio


Mercoledì 18 Aprile
ore 21:00, Salone Baralis
via Marro, 8 – Pinerolo


Crisi e transizione


Maurizio Landini – sindacalista
Elvira Corona - giornalista


Maurizio Landini - Dopo aver cominciato a lavorare, quale apprendista saldatore, in un’azienda cooperativa attiva nel settore metalmeccanico, Landini è stato prima funzionario, e poi Segretario generale della Fiom di Reggio Emilia. Successivamente, è stato Segretario generale della Fiom dell’Emilia-Romagna e, quindi, di quella di Bologna. All’inizio del 2005 Landini è entrato a far parte dell’apparato politico della Fiom nazionale. Il 30 marzo dello stesso anno, è stato eletto nella Segreteria nazionale del sindacato dei metalmeccanici Cgil.
Come segretario nazionale, Landini è stato responsabile del settore degli elettrodomestici e di quello dei veicoli a due ruote, conducendo trattative con imprese quali Electrolux, Indesit Company e Piaggio. A questi incarichi, si è poi aggiunto quello di responsabile dell’Ufficio sindacale, che lo ha portato a seguire a stretto contatto con il Segretario generale, Gianni Rinaldini, le trattative per il rinnovo del Contratto dei metalmeccanici nel 2009.

Elvira Corona - è nata a Cagliari, dove si è laureata in Scienze politiche prima di conseguire il master in Economia non-profit e Cooperazione allo sviluppo a Ferrara. Giornalista freelance, scrive per testate online italiane e latinoamericane come Unimondo.org e Alainet.org. Ha pubblicato Lavorare senza padroni A dieci anni dalla grande crisi argentina, che ha avuto il suo apice nel dicembre del 2001, il libro indaga sulla grande diffusione del fenomeno delle “Imprese Recuperate” riportando le storie raccontate dagli stessi protagonisti che vissero le battaglie per mantenere i propri posti di lavoro.

martedì 20 marzo 2012

Rassegna Stampa: La Repubblica - Riforma Lavoro




Trattativa sul lavoro, l'obiettivo indicibile

di CARLO CLERICETTI

La flexicurity, favorire i giovani, eliminare il dualismo del mercato del lavoro? Tutto fumo. Che serve per coprire l'obiettivo vero della cosiddetta riforma, un obiettivo indicibile, perché politicamente inaccettabile non solo dai sindacati, ma soprattutto dal Pd che poi, in Parlamento, a quelle misure dovrà dare il suo voto, pena la caduta del governo. L'obiettivo reale e principale è uno solo: i salari devono diminuire.
Tra le misure imposte alla Grecia c'è stata anche la riduzione del 30% del salari minimi, oltre ai vari tagli a indennità e mensilità aggiuntive dei dipendenti pubblici. Per la Spagna non c'è stato bisogno di imposizioni così plateali: la riforma del lavoro approvata dal nuovo governo conservatore di Mariano Rajoy (tanto lodata dal nostro presidente del Consiglio) prevede tra l'altro che, dopo due trimestri di riduzione dei ricavi, le aziende possano decidere unilateralmente di ridurre le retribuzioni. Per i dipendenti c'è una finta scelta: o accettano, o se ne vanno ottenendo un modesto indennizzo monetario. Vogliamo fare qualche ipotesi su come si comporteranno, in un paese dove la disoccupazione supera il 20%?
Se in Italia fosse rimasto Berlusconi, la cui credibilità era sottozero, anche a noi sarebbe stato imposto un diktat in proposito. Ora che c'è Monti, di cui la signora Merkel si fida, si può lasciare a lui il compito  -  che però resta lo stesso  -  in modo da salvaguardare almeno l'apparenza del mantenimento di una sovranità ormai di fatto evaporata.
Tutto questo accade perché Monti è un "nemico del popolo"? In realtà le personali inclinazioni del presidente del Consiglio in questo caso c'entrano poco. In un altro articolo ("La trappola europea")  avevamo cercato di spiegare quali siano i presupposti di questa politica, la cui dimensione non è solo italiana ma europea. Qui basta ricordare che, quando un paese perde competitività (ed è il caso dell'Italia e di tutti gli altri paesi colpiti dalla "cura"), se non può svalutare la moneta  -  e nessuno dei paesi euro può prendere questa decisione  -  deve procedere a una "svalutazione interna", cioè deve fare in modo che prezzi e salari si riducano fino a quando la sua economia non torna competitiva. A quel punto, sostiene questa teoria, il paese aumenta le esportazioni, la bilancia commerciale ritorna in equilibrio, l'economia riparte e tutti tornano felici.
Ma, appunto, di una teoria si tratta, e molti economisti di primo piano sostengono che è completamente sbagliata. Perché nel frattempo il paese in questione entra in recessione, le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta, cadono i redditi e il Pil, i conti pubblici peggiorano nonostante i tagli: si alimenta, cioè, una spirale perversa. Lo abbiamo visto in Grecia, lo stiamo vedendo in Portogallo, in Spagna, in Italia. Molto probabilmente tra poco la Francia si unirà al gruppo. Ma finché non se ne convincono i tedeschi, che in questa fase di fatto comandano in Europa, la linea non cambierà.
E veniamo alla nostra "riforma". Al di là degli escamotage che saranno inventati dai sindacati per salvare la faccia, l'articolo 18 sarà reso completamente inefficace. Dal momento che è ormai scontato che il licenziamento potrà essere motivato da ragioni "economiche o organizzative", nessun imprenditore sarà così sprovveduto da attuare licenziamenti discriminatori o persino disciplinari: un problema organizzativo  -  con la necessità di ristrutturazione che hanno tutte le aziende in questa fase  -  si trova molto facilmente. E allora, con i licenziamenti praticamente liberi, succederà una di queste due cose, o meglio tutt'e due. In parte verrà posta la scelta tra riduzioni di salario o un certo numero di licenziamenti; in parte ci si libererà di una parte di lavoratori più anziani per sostituirli, a minor costo, con giovani che nel migliore dei casi entreranno con il contratto di apprendistato, tre anni  -  estendibili a cinque  -  a salario ridotto e con la possibilità di esser mandati via. Ci saranno un po' di ammortizzatori sociali, ma con una durata inferiore agli attuali e con meno gente che avrà la possibilità di passare  -  alla loro scadenza  -  alla pensione, visto che l'età è stata aumentata. Un meccanismo poco appropriato, ma che finora aveva sostituito, anche se non per tutti i lavoratori, le carenze delle protezioni dalla disoccupazione.
C'è un'altra strada? Ci sarebbe, e sono ormai immumerevoli gli appelli e i "manifesti" di economisti e politici che la indicano. L'ultimo è quello dei democratici e progressisti europei che si sono riuniti a Parigi il 17 marzo e hanno diffuso una dichiarazione comune intitolata "Renaissance pour l'Europe". L'altra strada è quella di non puntare tutto e subito sul risanamento dei bilanci pubblici, che va fatto, ma in modo più graduale e non in una fase di recessione. Di utilizzare strumenti che permettano di stimolare la crescita, come i "project bond" europei, con cui realizzare opere infrastrutturali e investire sull'energia rinnovabile. Di premere a livello di G20 per realizzare una riforma della finanza per cui finora poco o nulla è stato fatto. Insomma, di dosare i tempi dell'aggiustamento e soprattutto di accompagnarlo con misure che favoriscano la ripresa dell'economia, senza la quale gli sforzi dovranno essere molto più pesanti e  -  soprattutto  -  rischiano di essere inutili. Questo non significa che si eviterebbero i cosiddetti "sacrifici", ma certamente sarebbero meno drammatici e il purgatorio durerebbe meno.
Per il momento questa strada alternativa è sbarrata dalla determinazione contraria dei tedeschi e dei loro alleati. Ma nel giro di un anno ci saranno le elezioni politiche nei tre paesi più importanti dell'Eurozona, Germania, Francia e Italia. Se vinceranno i partiti progressisti la musica cambierà. Sperando che non sia troppo tardi.

(20 marzo 2012)

venerdì 30 settembre 2011

CGIL: Camusso, una patrimoniale per salvare il paese

In una lettera inviata al Direttore del quotidiano 'la Repubblica', il Segretario Generale della CGIL, sottolinea come “le risorse per il risanamento e la crescita si debbano reperire da una seria tassazione delle grandi ricchezze, dei grandi immobili e da un contributo di solidarietà sui redditi alti ed una rigorosa lotta all'evasione fiscale che non guardi in faccia a nessuno”
29/09/2011   
Caro Direttore, l'Europa si affaccia al tema della crescita e pone domande all'Italia dove il Governo ha prodotto manovra su manovra politiche recessive; e anche se adesso lancia annunci, bisogna constatare che piani decennali e decreti sono fuori tempo massimo e privi di risposte efficaci. Il Governo rappresenta gran parte del problema: la sua uscita di scena è condizione per recuperare credibilità sui mercati.
Nel frattempo bisogna dare una prospettiva al Paese e noi pensiamo che le risorse per il risanamento e la crescita si debbano reperire da una seria tassazione delle grandi ricchezze, dei grandi immobili e da un contributo di solidarietà sui redditi alti ed una rigorosa lotta all'evasione fiscale che non guardi in faccia a nessuno. La straordinaria partecipazione allo sciopero dello scorso 6 settembre testimonia, l'ampia condivisione di una politica di giustizia fiscale.
Confindustria non può pensare che la crescita della nostra economia possa derivare dall'allungamento dell'età pensionabile. Infatti il fondo lavoratori dipendenti è in equilibrio e non può essere intaccato per fare cassa. Soprattutto, se crescita significa occupazione, non si può allungare l'attesa dei giovani per l'ingresso al lavoro: il teorico risparmio dell'età pensionabile è in realtà un gigantesco costo che produce disoccupazione femminile e giovanile e dispersione all'estero delle intelligenze.
Parlare di crescita non significa parlare solo di Pil, ma di lavoro, di occupazione, di qualità dei servizi, di sostenibilità ambientale. È indispensabile un piano per l'occupazione giovanile e la stabilizzazione del precariato. Lo si può aiutare con la riduzione del carico fiscale sulle aziende e con incentivi all'assunzione e alla stabilizzazione. Lo si può finanziare con il ripristino di una tassa di successione che non escluda i patrimoni societari.
L'obiettivo della crescita e della coesione sociale passa per un riconoscimento alle Regioni ed alle Autonomie Locali della loro funzione: welfare è sviluppo e gli investimenti li produce il territorio.
Per questo con loro occorre ragionare di qualificazione e stabilizzazione del lavoro pubblico e di qualificazione dei servizi pubblici locali. Non in una logica di privatizzazione e smantellamento, come sembra indicare Confindustria, ma di riorganizzazione e concentrazione.
Il potenziamento e la qualificazione del trasporto pubblico locale può rappresentare una filiera con cui modernizzare intere aree, sfruttare le capacità tecnologiche e industriali nazionali, produrre, difendere e favorire l'occupazione e la mobilità dei cittadini. Per fare ciò sono necessarie risorse adeguate, politiche mirate e coinvolgimento delle istituzioni locali, di tutti gli operatori locali e nazionali. In materia di Tpl proponiamo alle Regioni che svolgano una funzione di indirizzo e pianificazione costituendo un'unica società integrata per ogni Regione.
La crescita è possibile solo in una logica unitaria che assuma l'emergenza meridionale come priorità assoluta. La crisi minaccia interi settori produttivi e può produrre la deindustrializzazione di intere Regioni (a partire dalla Campania, dalla Sardegna e dalla Sicilia). La latitanza del Governo su questo tema è stata scandalosa e ha concorso al declino e al degrado del Paese. La responsabilità di una classe dirigente impone che le grandi imprese nazionali si facciano promotrici di un disegno che produca la difesa degli insediamenti e nuovi investimenti nel Mezzogiorno. Finmeccanica ed Eni sono chiamate a "fare la loro parte" di grandi gruppi a controllo pubblico con responsabilità sociali oltre che interessi aziendali cui rispondere, senza cedere a nessun richiamo di secessione nel Paese.
Quest'idea di Crescita presuppone occupazione stabile e qualificata, nonché un sistema di diritti e regole certe; facendo la nostra parte abbiamo definito l'accordo interconfederale del 28 giugno. Per lo stesso motivo siamo impegnati a cancellare l'articolo 8 della manovra, emblematico della negazione dello sviluppo da parte del Governo che pensa si possa cancellare il Diritto del Lavoro.

Segretario Generale CGIL

martedì 23 agosto 2011

CGIL Torino: Manovra di Governo

MANOVRA ECONOMICA:

CHI PAGA?



I SOLITI... NOTI


Nessuna risposta su crisi e disoccupazione.
Riduce i salari.
Fa pagare i lavoratori che rivendicano i diritti.


La recente manovra economica è l’ennesimo atto governativo che colpisce esclusivamente i lavoratori e le lavoratrici italiane, oltre che pensionati e pensionate.

Oltre ai gravissimi interventi fiscali e previdenziali, il Governo non affronta la crisi, la disoccupazione giovanile, la precarietà del lavoro; riteniamo assolutamente prioritario dare risposta alle centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici colpiti dalla crisi con misure di sostegno all'economia e una vera riforma degli ammortizzatori sociali che aumenti le prestazioni, estenda i diritti a tutte le tipologie di lavoro ed a tutti i settori.

Non è pensabile continuare con gli ammortizzatori in deroga all’infinito, in quanto non strutturali e con risorse sempre incerte, come confermato dalle recenti richieste della Regione di introdurre forti limitazioni temporali al ricorso alla cassa in deroga.

E’ inaccettabile inoltre non dare risposta a 30mila lavoratori in mobilità che rischiano, a causa dell’allungamento delle finestre, di rimanere per un anno senza pensione o sostegno economico.

La manovra, oltre non dare risposta a questi problemi, colpisce i lavoratori pubblici e riduce i diritti.


Lavoro pubblico e scuola
Per il Governo, il risanamento dei conti pubblici passa attraverso il peggioramento delle condizioni di lavoro e di reddito di 3,5 milioni di lavoratori pubblici e della scuola in particolare con:
  • blocco della contrattazione e dei salari fino al 2014 con una perdita secca che varia dai 237 ai 315 euro mensili;
  • limitazione del turn-over (20% del numero dei cessati) fino al 2014. Si determina in tal modo il licenziamento o la non stabilizzazione di migliaia di precari e si mettono a rischio i livelli essenziali dei servizi pubblici. Vengono inoltre bloccate le assunzioni dei disabili anche per quelle amministrazioni che sono inadempienti nell'applicazione della legge 68/99;
  • scuola: taglio di ulteriori 10.000 posti in organico nella scuola, conseguenza delle manovre precedenti non modificate.
Tassa sulle cause di lavoro e previdenziali
Si cancella la gratuità del processo del lavoro, introducendo, un'odiosa tassa che colpisce le fasce più esposte alla crisi: si tratta infatti di una norma che ricadrà pressoché esclusivamente sui lavoratori, sui pensionati e sugli invalidi, che dovranno d'ora in poi pagare per poter agire in giudizio per la tutela dei propri diritti.
Il costo medio per tali cause sarà di circa 233 euro e saranno esentati coloro che sono titolari, nell'anno precedente, di un reddito di 31.884 euro lordi.


Liberalizzazione del collocamento
Tra coloro che vengono autorizzati a svolgere l'intermediazione di manodopera si aggiungono i singoli consulenti del lavoro e i patronati. Incomprensibile cosa c'entri questa norma con la manovra per il rientro dal deficit/debito pubblico se non con la volontà di destrutturare ulteriormente il mercato del lavoro, in base al principio ridicolo per cui più “mercanti del lavoro” ci sono e più aumenta il lavoro stesso.

Liberalizzazione orari apertura negozi
Si tratta di una norma inefficace che crea ulteriore divisione tra le imprese, non risolve nessun problema dei cittadini, peggiora le condizioni di chi lavora.
Nonostante la soddisfazione dei comuni, la norma produrrà effetti devastanti abbinata alle norme contenute nel Contratto collettivo nazionale di lavoro del commercio che la FILCAMS CGIL non ha firmato, perché le lavoratrici e i lavoratori saranno obbligati, senza il compenso di maggiorazioni, a turni domenicali e orari serali oggi non previsti.
Non servirà al rilancio dell'economia, servirà solo ad accontentare i datori di lavoro che non saranno più legati a leggi regionali non allineate con la liberalizzazione degli orari.



BISOGNA CAMBIARE LA MANOVRA
Serve un piano straordinario contro l'evasione fiscale
Bisogna aumentare la tassazione delle rendite finanziarie
Serve un'imposta sulle grandi ricchezze e sui grandi patrimoni
Bisogna ridurre le tasse per i lavoratori dipendenti e i pensionati