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domenica 23 dicembre 2012

Rassegna Stampa: Il Corriere della Sera




Venerdì scorso, a Washington, Vittorio Grilli ha parlato della strategia del governo in maniera diversa da come si fa di solito in Italia.
Il ministro dell'Economia ha incontrato il suo pari grado Usa, Tim Geithner, quindi ha passato un'ora con un gruppo di investitori e osservatori della capitale. È di fronte a loro che ha indicato l'obiettivo del 3% e,  per una volta, non si trattava della soglia di Maastricht per il rapporto fra deficit e Pil.
Il nuovo 3% vitale per l'Italia, ha spiegato il ministro, riguarda un dato curiosamente ignorato nelle discussioni fra politici, sindacalisti, imprenditori o banchieri.
Eppure ora è più importante di Maastricht. Senza centrare quell'obiettivo, sarà difficile fermare la progressione del debito pubblico (e privato): è il 3% di crescita del Pil in termini nominali, la soglia che il ministro ha indicato a Washington per fermare e poi piegare la dinamica del debito. Se ne parla così di rado, che quasi solo gli addetti ai lavori sanno cos'è. La crescita del Pil nominale è il risultato di quella reale - di cui si parla di solito - più l'inflazione.
Oggi questo dato è attorno allo zero, perché nel 2012 il Pil reale è caduto di più del 2% e l'inflazione è salita di circa altrettanto. Questa è la ragione principale che attualmente spinge verso l'alto il rapporto numerico fra debito e Pil, perché il Pil resta appunto fermo a zero mentre il debito tende a salire in modo inerziale per il solo fatto che gli interessi da pagare sono attorno al 5%.
A chi lo ha ascoltato l'altro giorno a Washington, il ministro dell'Economia ha detto che l'Italia ora punta a quel 3% al più presto.
Per raggiungerlo non serve un boom dell'economia. Basterebbe una crescita reale dell'1% più un'inflazione di circa il 2%, più o meno la velocità di crociera tenuta dall'Italia nel decennio scorso. A quel punto con un avanzo del bilancio del 4% o 5% prima di pagare gli interessi passivi - un obiettivo realistico - il Tesoro può bloccare il debito e metterlo su una traiettoria discendente.
A Washington, Grilli si è detto certo che sia fattibile ed alcuni dei presenti si sono congratulati per la credibilità della strategia.
Resta solo un punto da chiarire: nei tredici anni dell'euro l'Italia ha perso circa il 30% di competitività sulla Germania e il 20% sulla media dell'area monetaria. Per crescere, il Paese ha bisogno di tornare competitivo. Ma per riuscirci l'Italia ha solo due opzioni: la prima sarebbe aumentare molto gli investimenti per la produttività, ma in questa fase di credito difficile sembra una strada preclusa; la seconda invece è quella di ridurre i costi, a partire da quelli del lavoro, ed infatti è proprio ciò che sta succedendo.
Il continuo aumento della disoccupazione spinge chi cerca un posto ad accettare compensi sempre minori pur di lavorare, ridando così un po' competitività di prezzo alle imprese. Ma comprimere i compensi e i costi tramite disoccupazione e intanto centrare il 3% di crescita nominale non è facile: è come camminare con una gamba in un senso, e con l'altra in quello contrario.

Federico Fubini
18/12/2012
 

lunedì 28 maggio 2012

Rassegna Stampa: "Fornero va all'Alenia" da "Il Corriere della Sera" del 24 aprile 2012


da "Il Corriere della Sera" del 24 aprile 2012

La crescita I temi La mossa Confronto in un hangar: i rappresentanti di Fim, Ugl e Fismic cercano di sbarrare la strada alla titolare del Welfare
Il ministro: confronto, ma potremmo non cambiare idea. Il caso del turnista Michele

DAL NOSTRO INVIATO CASELLE (Torino) - In un Paese normale questa sarebbe una giornata normale. All' ingresso dell' Alenia invece c' è un affollato picchetto dei sindacati Fim, Ugl e Fismic che cercano di sbarrare l' ingresso a Elsa Fornero, schierando cartelli e un paio di sobri cappi al collo. I militanti contestano l' incontro del ministro del Lavoro con i dipendenti dell' azienda che le hanno chiesto di spiegare la riforma. Considerano la sua visita come una specie di lesa maestà, che cancella il loro diritto di rappresentanza dei lavoratori. Tendono però a svicolare quando viene fatto presente che si trattava di un invito e che in passato era già successo altrove. Comunque l' opera di sbarramento non va a buon fine, l' auto del ministro passa attraverso l' aeroporto di Caselle e si ferma davanti all' hangar 7, nella zona del campo volo.
L' ambiente era di quelli spartani, un capannone spoglio e abbastanza buio, con pareti e finestre ricoperte da spessi teli blu che preservano il segreto industriale dei C-27J, gli aerei militari da trasporto tattico assemblati in quest' area. Nessuna sedia in platea, tutti in piedi. Un piccolo palco e un tavolo con quattro sedie. L' assemblea è stata accesa ma in buona sostanza corretta. Il ministro è stato interrotto un paio di volte, aveva 20 minuti di tempo per esporre i contenuti della riforma del lavoro, ha preso appunti su nove domande che le sono state rivolte dal pubblico e le ha condensate in una sola risposta. «Guardate che non è una cosa straordinaria, voi mi avete invitata e io ho detto sì. So che abbiamo punti di vista diversi e che ci sono delle critiche, io sono venuto a spiegare il mio punto di vista e ascolterò il vostro, anche se questo potrebbe non farci cambiare idea».
L' esordio, al netto del rimbombo che ha condizionato la resa di ogni registrazione, è stato più o meno questo. Non ha replicato quando Pierpaolo Calcagno, delegato Fiom, una certa notorietà acquisita tramite la trasmissione di Michele Santoro, ha sventolato sopra la testa un libretto dal titolo impegnativo, «Ricerche del Comitato ambiente sulle resine epossidiche adottate dalle nuove tecnologie aeronautiche». L' opera risale al 1982, ormai si tratta di un esemplare unico. «Ma vede ministro, con questa ricerca noi mettemmo a rischio molte commesse. Oggi non potremmo più farlo, oggi ci avrebbero licenziato per ragioni economiche». Secondo i resoconti di Calcagno e dei suoi colleghi, Fornero ha mostrato una faccia comprensiva. Ma solo quella. «Sulla flessibilità in uscita la soluzione che abbiamo dato è quella che riteniamo più equilibrata. Lavorerò da subito con le Camere perché la riforma venga approvata in tempi brevi».
Non è stata una passeggiata, e il sentiero più scosceso era quello delle disuguaglianze. «Volete abbattere il debito pubblico e guarda caso cominciate sempre da noi», è il grido che arriva dalla platea, seguito da un invito a pareggiare i conti con la patrimoniale. Fornero replica con frasi piuttosto studiate. «La nostra riforma magari non è perfetta ma ha un equilibrio generale ed è fatta per ridare speranza all' Italia». Quando il microfono passa agli operai, diventa evidente qual è il vero nodo, non solo di questa assemblea. «Dovete ridurre i costi della politica», «dovete colpire anche gli altri, i ricchi». Le risposte, c' era da prevederlo, rendono l' hangar ancora più freddo di quel che già non sia. «Premesso che abbiamo studiato le carte...» «Un conto è studiarle, un conto è viverle...» urla un altro operaio, che fa il pieno di applausi. Il ministro risponde, senza lasciare troppi spiragli alle riforme invocate dalla platea. «La riduzione delle spese politiche è una delle cose allo studio, ma è un argomento molto complesso...».
Eppure arriva un momento in cui questi due mondi così distanti generano una piccola empatia. «Mi chiamo Michele, ho 32 anni e sono in cerca di un futuro. Quando l' ho vista piangere alla televisione mi sembrava sincera, e ho pensato che di lei potevo fidarmi. Adesso non vorrei dovermi ricredere». Fornero incassa il colpo, quando finisce l' assemblea chiede di poter scambiare due parole con Michele, che ha 32 anni, 1.200 euro di stipendio, una fidanzata insegnante precaria, un bilancio mensile che lo costringe a vivere ancora con i genitori a Mappano di Borgaro, pochi chilometri da Caselle. «Sono costretto a recitare da bamboccione» scherza all' uscita del turno delle 14. «Il ministro mi ha ringraziato. "Vi capisco" ha detto. Resto della mia opinione, ma ho apprezzato il fatto che ci abbia messo la faccia».
Alla fine non è successo niente. Le reciproche opinioni sono rimaste distanti. Il ministro ha incassato un attestato di rispetto e stima. La Fiom, che ha 12 delegati sindacali su 21, e la Uilm, entrambe favorevoli all' incontro, hanno capitalizzato una inaspettata rendita di immagine giunta da una settimana di incomprensibili polemiche sulla scelta della Fornero di accettare l' invito, che ha unito Susanna Camusso a Giorgio Cremaschi passando per Raffaele Bonanni. L' avamposto di questa lotta era all' ingresso dell' Alenia. «Non deleghiamo a nessuno la rappresentanza dei lavoratori» ha detto Claudio Chiarle, segretario della Fim torinese. «Altrimenti i sindacati vengono meno alla loro funzione principale, di aiutare i lavoratori a capire». Salvo improbabili casi di omonimia, deve trattarsi della stessa persona che nel gennaio 2011, ai tempi del referendum di Mirafiori, fece spiegare in fabbrica i contenuti del nuovo contratto Fiat dai capi reparto dell' azienda. Altri tempi.

Imarisio Marco

mercoledì 2 maggio 2012

Rassegna stampa: Il Corriere della Sera intervista Airaudo



Airaudo: il ministro? 
Parlare in fabbrica è sempre un bene
Il dialogo 
Non capisco Camusso, però ora si ascoltino le nostre idee

«Sono stupefatto. Susanna Camusso ha pronunciato un vero e proprio "niet". A noi invece i veti non piacciono».
Quelli che credono alla profezia dei Maya troveranno nelle parole di Giorgio Airaudo un ulteriore segno dell' imminente fine del mondo. Il numero due della Fiom-Cgil, principale nemico dell' attuale governo, difende il ministro del Lavoro dall' attacco del «suo» segretario, che in una intervista al Corriere aveva bollato come «una sfida supponente» l' annunciata visita di Elsa Fornero in una fabbrica per spiegare agli operai la riforma del lavoro. Non è di poco conto la circostanza che la fabbrica in questione sia l' Alenia di Torino, che Airaudo e Fornero siano entrambi torinesi, e che la città in fondo non sia poi così grande. I due, insomma, non sono d' accordo su nulla ma si conoscono, e si rispettano.
Airaudo, il segretario della Cgil ha sbagliato?
«Diciamo che c' è stato almeno un errore di comunicazione. Non si può e non si deve dire che i lavoratori non possono avere il diritto di confrontarsi con il ministro».
Le parole precise non erano queste.
«Così sono state interpretate. Camusso ha sopravvalutato questa vicenda. Mi sfugge per quale ragione un sindacalista non debba apprezzare il confronto tra gli operai e la loro controparte. Forse non è correttamente informata».
C' è qualcosa che dovrebbe sapere?
«I lavoratori dell' Alenia hanno scioperato unitariamente contro la riforma del lavoro. In quei giorni Fornero mostrò quella supponenza da professoressa che Camusso le rinfaccia adesso, a mio avviso sbagliando».
Come si palesò?
«Disse che le sarebbe piaciuto spiegare la riforma agli operai, ma era stata caldamente sconsigliata. Insomma, lasciava intravedere possibili strumentalizzazioni e problemi di ordine pubblico, come se i lavoratori fossero belve in gabbia».
All' Alenia l' idea di raccogliere le firme per invitare il ministro è nata in quel momento?
«Esatto. La sfida non era della Fornero, ma dei lavoratori: venga pure a spiegare le sue ragioni in tranquillità, sia pronta però ad ascoltare le nostre. Hanno raccolto 1.300 adesioni. Iscritti di ogni sindacato, non solo della Fiom. L' assemblea è promossa dalle Rsu, non solo dalle nostre».
Si aspettava che Fornero raccogliesse l' invito?
«Molti temevano che non avrebbe risposto, altri lo speravano. Invece lo ha fatto. Un gesto importante: pur nella radicale diversità delle opinioni, è un bene che ci sia il confronto. Fa bene a tutti».
Lo spiega lei alla Camusso?
«Spero che alla base del suo ragionamento non ci sia il timore che le parole del ministro possano convincere gli operai. Un' idea che non rivelerebbe certo stima e fiducia nei confronti dei lavoratori. Che invece sono molto informati e consapevoli, possono tranquillamente affrontare il "rischio" del confronto».
Il suo giudizio sulla scelta della Fornero?
«Ha colto una occasione. Nell' accettare il confronto con i lavoratori, ha implicitamente corretto le sue parole precedenti. Almeno in questo non vedo alcuna supponenza da parte sua».
Anche gli altri sindacati non hanno gradito.
«Cisl e Uil si scandalizzano per la visita di un ministro all' Alenia ma accettano che la Fiom sia esclusa dalla rappresentanza sindacale in Fiat e non solo, con il loro consenso. Sarebbe meglio che si indignassero per questo».
Cosa si aspetta dall' incontro di lunedì?
«Una discussione accesa su una riforma ingiusta. Al ministro verrà tolto ogni possibile alibi, mentre i lavoratori eserciteranno il sacrosanto diritto di ascoltare chi vogliono».
 
Imarisio Marco

(20 aprile 2012) - Corriere della Sera

giovedì 12 aprile 2012

Rassegna stampa: Corriere: intervista a Landini


Il lavoro La riforma Il leader della Fiom «È bene che Fornero si confronti con le tute blu Alenia. Più tutele ai precari? Restano i 46 tipi di contratto di prima»

Landini: smantellato l' articolo 18, 

Camusso troppo soft

Questo governo sta attuando punto per punto la lettera di agosto della Bce

ROMA - Maurizio Landini boccia il governo. Ma anche la Cgil di Susanna Camusso, soddisfatta del ritorno della possibilità del reintegro sui licenziamenti economici. Il leader della Fiom conferma invece il giudizio negativo su tutta la riforma del mercato del lavoro e chiede alla Cgil di non far marcia indietro e di attuare gli scioperi previsti.
L' analisi di Landini lascia poco spazio al dialogo.
«Vedo la stessa logica nella riforma delle pensioni e in questa del mercato del lavoro. Ed è una logica sbagliata».
Secondo il governo tecnico si tratta di riforme necessarie. 
«Non siamo di fronte a un governo tecnico, ma a un governo politico che sta facendo scelte che rispondono alla lettera inviata ad agosto dalla Banca centrale europea, che continua a dire che per uscire da questa crisi bisogna tagliare lo Stato sociale, rendere più facili i licenziamenti e ridurre la contrattazione. Siamo quindi in presenza di un disegno preciso, lucido da parte del governo Monti, di riforme strutturali sbagliate».
Il governo parla di soluzioni equilibrate.
«Monti e Fornero dicono con molta schiettezza quello che pensano. Spesso non condivido, ma riconosco loro una chiarezza e una coerenza tra quello che dicono e quello che fanno».
Perché è così negativo sulla riforma del mercato del lavoro?
«Innanzitutto perché non riduce la precarietà. Non è vero che darà un lavoro stabile ai giovani. Restano i 46 tipi di contratti che c' erano prima. Anzi, il governo ha appena recepito una direttiva europea sul lavoro interinale che peggiora le condizioni perché supera causali e tetti e prevede la possibilità di sottopagare i lavoratori svantaggiati».
C'è una stretta su partite Iva, contratti a progetto, associazioni in partecipazione. Questo non riduce la precarietà?
«No. Bisognava cancellare i contratti che generano precari».
Il governo ha messo circa due miliardi all' anno sugli ammortizzatori sociali. Nemmeno questo va bene?
«Non c' è l' universalità degli ammortizzatori, perché non c' è la cassa integrazione nelle aziende con meno di 15 dipendenti e perché la nuova indennità di disoccupazione, l' Aspi, che tra l' altro sostituisce l' indennità di mobilità peggiorandola, mantiene una soglia di accesso alta, con 52 settimane di lavoro in due anni. Questo significa che molti precari che perdono il lavoro resteranno senza tutele».
Per loro c' è la mini Aspi. 
«Che appunto è mini. E anche qui, comunque, c' è una soglia di accesso mentre sarebbe stato necessario estendere a tutti i lavoratori l' indennità e prevedere un reddito di inserimento». 
Veniamo all' articolo 18. 
 «È stato svuotato il senso e il contenuto dell' articolo 18. Oggi il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo dà diritto al reintegro nel posto di lavoro. Con la proposta del governo, che spacchetta i motivi del licenziamento, il risultato è che in molti casi non c' è più il reintegro ma un risarcimento economico.
Dopo il pressing dei sindacati e del Pd la possibilità del reintegro è stata introdotta anche sui licenziamenti economici illegittimi, che nella prima proposta del governo venivano solo indennizzati. 
«Si tratta di un miraggio. Basta leggere il disegno di legge e ascoltare quanto dice lo stesso presidente del Consiglio che ha appunto spiegato che il reintegro sui licenziamenti per motivi economici sarà l' eccezione - "in casi estremi ed improbabili", afferma - mentre la regola sarà l' indennizzo. Non lo dico io. Lo dice Monti e lo ha detto anche il ministro Fornero».
Nessun passo avanti allora? 
«In queste settimane i lavoratori si sono mobilitati e hanno scioperato perché l' articolo 18 non venisse modificato. Invece è stato smantellato. Per questo bisogna continuare la lotta, per cambiare la legge in Parlamento».
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, non ha fatto un buon lavoro? 
«Ha fatto la sua parte. Io da sindacalista dico che è stato tolto un diritto ai lavoratori, peggiorando la loro condizione e rendendo più facili i licenziamenti. Questo è un arretramento inaccettabile».
Il mondo cambia e anche noi dobbiamo cambiare, dice Fornero. Non crede che ci sia bisogno di un mercato del lavoro più dinamico ed efficiente? 
«Questi sono slogan vuoti. Non è vero che in Italia le imprese investono meno perché c' è l' articolo 18. Da questa riforma non verrà fuori un posto di lavoro che sia uno. Prima della crisi, quando l' occupazione aumentava, l' articolo 18 c' era. In ogni caso i posti di lavoro si creano con un piano di investimenti pubblici e privati e recuperando soldi sull' evasione fiscale, la corruzione e distribuendo meglio la ricchezza».
Come si spiega lei la nota della segreteria Cgil che invece dà un giudizio positivo sul ritorno del reintegro sui licenziamenti economici? 
«Non me la spiego. Io sto alle decisioni del direttivo Cgil che ha proclamato 16 ore di sciopero. Non ho cambiato idea, perché sull' articolo 18 il diritto resta leso. Il licenziamento ingiusto che non preveda il reintegro ma solo l' indennizzo non è mai stata la linea della Cgil».
È vero che la Fiom ha invitato il ministro Fornero a un incontro? Quando si farà visto che ieri il ministro ha detto che accetta? 
«Sono stati i lavoratori dell' Alenia di Torino a chiedere di poter discutere col ministro, che tra l' altro è torinese, perché vorrebbero raccontare il loro punto di vista. Dopo la disponibilità di Fornero immagino che nei prossimi giorni si organizzerà l' incontro».
Ci sarà anche lei? 
«No, hanno invitato il ministro. Io all' Alenia ci sono già stato e ci tornerò in un' altra occasione». 

Marro Enrico

Pagina 18
(6 aprile 2012) - Corriere della Sera

martedì 6 marzo 2012

Rassegna Stampa: Corriere - Mucchetti intervista Marchionne



«L'EUROPA SI ERA ILLUSA DI POTER EVITARE SCELTE DOLOROSE ORA INEVITABILI»


Marchionne: «Le fabbriche italiane si salvano solo se esporteranno in America» 

Intervista all'a.d. Fiat: «Ma senza costi competitivi
dovremo ritirarci da 2 stabilimenti»

L'amministratore delegato di Fiat Chrysler Sergio MarchionneL'amministratore delegato di Fiat Chrysler Sergio Marchionne
MILANO - «Ha visto? Chrysler ha ritirato la domanda dei prestiti federali per le auto ecologiche». Il colloquio con Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, parte dall'America e sull'America finirà.
Dottor Marchionne, perché decidere ora quando Gm vi aveva rinunciato tempo fa?
«Perché ora Chrysler non ha più bisogno di quei dollari...».
Tre miliardi al tasso dello 0,1%.
«Alla fine eravamo scesi a 2, ma il tasso d'interesse basso si accompagnava a vincoli sugli aumenti di capitale e agli investimenti fuori dagli Usa. Troppi per mettersi le manette».
Adesso avete le mani libere.
«Sì, i prestiti dei governi di Stati Uniti e Canada li abbiamo restituiti nel 2011, versando mezzo miliardo di dollari quale risarcimento degli interessi che avremmo dovuto pagare se fossimo rimasti debitori fino alla scadenza».
Tiferete per la riconferma del presidente Obama che vi diede Chrysler?
«Ci auguriamo un risultato elettorale chiaro, con la stessa maggioranza al Congresso e alla Casa Bianca. Sennò si fatica a governare».
Sembra neutrale. Con Obama lo Stato è intervenuto nell'economia. Socialismo, accusano i repubblicani. Lei che pensa?
«L'intervento dello Stato non può essere giudicato in assoluto. Io condivido i valori americani, il primato dell'iniziativa privata. Ma nel 2008 l'economia intera stava andando alla malora. Il bail out dell'auto è stato necessario perché il sistema finanziario non era più in grado di affrontare i fallimenti. Ora i fondi Tarp sono stati quasi tutti rimborsati».

Marchionne risponde alle domande dei cronistiMarchionne risponde alle domande dei cronisti
Come vede il 2012 per l'America?
«Sono molto ottimista».
Con tutto quel debito pubblico?
«In quel concorso di bellezza che è la vita spesso vince la meno brutta».
E l'Italia?
«Non siamo in condizioni floride. E però il nuovo governo, in pochissimo tempo, ha dato al mondo l'idea di un Paese che sta svoltando. Un successo incredibile. Ero a Washington durante la visita del premier Mario Monti. Ha avuto un'accoglienza straordinaria: Monti è stato un'ora a colloquio con il presidente Obama, ha riscosso grandissima attenzione al Peterson Institute, il think tank più importante. L'America è un animale enorme, che tende a percepire tutti gli altri come piccoli. Non è facile che dia tanta importanza ai suoi ospiti...».
Silvio Berlusconi attaccava i giudici dall'estero. E lei non certo incoraggiava i capitali internazionali dicendo che la Fiat non poteva investire in Italia per colpa della Fiom.
«Un momento: io non ho mai parlato male dell'Italia. Ho solo riconosciuto quello che non va perché era serio farlo nell'interesse della Fiat, che è un gruppo multinazionale, e, se permette, del mio Paese».
Se in America le chiedessero: dimmi, Sergio, adesso conviene investire in Italia?
«Conviene investire man mano che le riforme del governo Monti vanno avanti».
Tra queste spicca la riforma del mercato del lavoro. Che cosa pensa dell'articolo 18?
«Che ce l'ha solo l'Italia. Meglio assicurare le stesse tutele ai lavoratori in uscita in modi diversi, analoghi a quelli in uso negli altri Paesi. Diversamente, le imprese estere non capiscono e non vengono qui a investire».
E la Fiat che fa?
«La Fiat sta investendo».
E' soddisfatto degli accordi sindacali?
«Sì. Ora possiamo lavorare».

Ad Auburn Hills, quartier generale Chrsyler a DetroitAd Auburn Hills, quartier generale Chrsyler a Detroit
Come mai allora, 14 mesi dopo il referendum, la produzione di Mirafiori scende da 70 mila a 54 mila auto l'anno quando se ne dovrebbero produrre 280 mila? Il progetto Fabbrica Italia, presentato nell'aprile 2010 a palazzo Chigi, appare in ritardo.
«Pomigliano è ripartita. Venga a visitarla: vedrà una fabbrica modello...».
Senza più iscritti Fiom tra i neoassunti.
«Falso. Si legga il Giornale . Riporta le parole on records di lavoratori che erano iscritti alla Fiom e non ne vogliono più sapere. Ma abbiamo deciso di non parlare più di Fabbrica Italia. Siamo l'unica azienda al mondo da cui si pretendono informazioni così di dettaglio. Gli investimenti li comunichiamo man mano li facciamo. E li facciamo in base al mercato. A Mirafiori, non si lavora per riempire i piazzali di veicoli invenduti. Ma Mirafiori tornerà a regime entro la fine del 2014 con un modello Fiat e uno Chrysler».
E' sano che sindacalisti dal seguito non trascurabile siano costretti a uscire dagli stabilimenti portandosi via gli scatoloni come i banchieri della Lehman dopo il crac? Perfino negli anni di Valletta le commissioni interne da vano cittadinanza a tutti.
«Lasciamo la storia agli storici. Il quadro anche giuridico era diverso. La Fiom si trova in questa situazione in seguito al referendum del 1995 sulle rappresentanze sindacali, che essa stessa aveva sostenuto, e perché non firma quando pure l'accordo è stato approvato dalla maggioranza assoluta dei lavoratori».
In un Paese che ha avuto il terrorismo rosso è saggio isolare il sindacalismo radicale?
«Onestamente, non vedo oggi rischi analoghi a quelli di oltre trent'anni fa».
E se il governo regolasse il diritto di sciopero e le rappresentanze sindacali attuando gli articoli 39 e 40 della Costituzione, e dunque riaprendo le porte delle fabbriche alle sigle che raggiungono un certo quorum?
«Che senso ha schierarsi sulle ipotesi? Qualsiasi riforma non potrà prescindere dall'esigibilità degli accordi approvati dalla maggioranza dei lavoratori. La Fiat sarà coerente con le intese raggiunte con tutti gli altri sindacati e convalidate dalla magistratura. Se si assume le sue responsabilità, la Fiom può rientrare già adesso. Ma temo che Maurizio Landini stia facendo una battaglia politica».
Difende, dice, i diritti dei lavoratori.
«C'è forse un sindacalista che dica il contrario? In pratica, vedo un Landini più rigido, molto di più del suo predecessore, Gianni Rinaldini, con cui si poteva dialogare».

Ha mai cercato un chiarimento?
«Ci sono stati incontri riservati con esponenti della Fiom. La sinistra più intelligente ha provato a ricucire. Ma è andata male. Non possono pretendere che, nei fatti, sconfessi Cisl, Uil, Ugl e Fismic».
In Cgil c'è ora Susanna Camusso.
«Con Epifani si riusciva a ragionare di più. Camusso forse parla troppo della Fiat e di Marchionne sui media e troppo poco con noi».
Vorrà evitare che nasca una quarta confederazione a egemonia Fiom.
«Io sono un metalmeccanico che fa automobili. E fatica a capire chi considera Parlamenti i sindacati. In America, il capo della Uaw comanda e sa prendere impegni. Lo stesso accade in Germania con l'Ig Metal. E, mi creda, non sono sindacati comodi».
L'Italia ha la sua storia.
«Di troppa storia si muore».
La sua dichiarazione pro Bombassei e l'eventuale rientro in Confindustria non rischiano di trasformare il dopo Marcegaglia in un referendum sulla Fiat?
«Al referendum non ci avevo proprio pensato. Ma riflettendoci non mi interessa molto. Ho voluto semplicemente dire che stimo Bombassei come persona e come imprenditore e che credo sia in grado di cambiare radicalmente Confindustria che, come tutto il Paese, deve essere profondamente modernizzata».
Veniamo ai bilanci. Parlate di record per il 2011, ma Fiat e Fiat Industrial assieme fanno un utile della gestione ordinaria di 4,1 miliardi, pari al 4,8% dei ricavi aggregati quando nel 1989 il gruppo Fiat portò a casa, a moneta attualizzata, 4,8 miliardi di euro, pari al 9% dei ricavi di allora.
«Nel 1989 c'erano business poi gradualmente ceduti: Telettra, Snia, Impresit, sistemi ferroviari, Avio. Nel loro insieme, contribuivano per 700 miliardi di lire al risultato operativo consolidato di 4.670 miliardi. A parità di perimetro e a moneta inflazionata, quel margine sarebbe di 4 miliardi di euro. Dunque...».
Beh, nell'89 non c'era Chrysler.
«Consolidi allora pro forma Chrysler per 12 mesi e vedrà che il risultato della gestione ordinaria arriva a 5 miliardi di euro: 3,3 miliardi Fiat Spa e 1,7 Fiat Industrial».
Ma su ricavi ancora maggiori. Dunque, i margini restano minori, fatale per i produttori generalisti europei. Concentriamoci perciò su Fiat Spa, il cui cuore è appunto l'auto. Ebbene, senza l'apporto di Chrysler e la rivalutazione delle azioni Chrysler ottenute senza esborso monetario, e con un'aliquota fiscale media del 24%, l'utile netto consolidato di Fiat Spa supera di poco i 300 milioni. Non è molto...
«Nel 2011, l'aliquota fiscale media è del 24% perché risente dell'impatto quasi nullo dei proventi atipici. Con un carico fiscale normalizzato in relazione ai diversi Paesi dove operiamo, e senza Chrysler e i proventi atipici, l'utile sarebbe di 700 milioni...».

Marchionne con John Elkann (al centro)
Escludevo la quota delle minoranze. Ma non è questo il punto. Con trasparenza, lei avverte che l'auto non è ancora a posto. Ed è questo il grosso problema per l'Italia.
«In effetti, ipotizzando Chrysler quale parte integrante del gruppo Fiat per l'intero 2011 e non solo per i 7 mesi citati, si può stimare che le attività automobilistiche in America Latina diano il 37% del risultato della gestione ordinaria e quelle nordamericane il 52%. Il resto del gruppo perderebbe appunto 500 milioni già a livello operativo se non potesse compensare con i risultati positivi di Ferrari, Maserati e componentistica».
Non crede che la Fiat Spa abbia anche un debito troppo grande e troppo costoso? Nel 2011 ha pagato 1,3 miliardi di oneri finanziari netti, pari al 55% del risultato della gestione ordinaria. «L'esborso che lei cita comprende pure componenti di natura contabile per 200 milioni quali la valutazione degli equity swap e l'attualizzazione dei fondi pensione. Fiat-Chrysler ha debiti finanziari per 26,8 miliardi di euro. Ma una ventina restano liquidi».
Gli impieghi liquidi, si sa, rendono meno di quanto costi il debito. Quanto meno?
«Quasi 700 milioni».
Non converrebbe ridurre tanta liquidità?
«Ma lei si fida dei mercati finanziari?».
Molto poco.
«E allora dovrà riconoscere che questa liquidità è la nostra polizza contro un credit crunch ; il suo costo è il premio assicurativo».
Vedere tanta liquidità ferma in un Paese che ha avuto la Parmalat...
«Ma come si permette?! Si tratta di disponibilità liquidabili in tempi brevissimi e investite con controparti solide. Nessun legame con FGA Capital (la joint-venture con il Credit Agricole per il finanziamento delle vendite, ndr ) né con le posizioni bancarie dei concessionari. Non ci sono Gmac nel nostro perimetro, tanto per capirci (Gmac era la «banca» commerciale di Gm che la tirò a fondo, ndr ). Il fatto è che la liquidità serve perché è finito il tempo dei convertendi!».
Spieghiamo. Si chiamò convertendo un prestito di 3 miliardi che si convertiva dopo 3 anni in azioni e che nel 2002 salvò la Fiat.
«Oggi le banche, con gli accordi di Basilea, non potrebbero fare un prestito di quel tipo nemmeno se volessero».
Quanto pagano il denaro Fiat e Chrysler?
«La prima il 6%, confermato anche nell'ultima emissione obbligazionaria in franchi svizzeri, e l'altra poco più dell'8%».
Perché questa differenza se Chrysler è meglio di Fiat? Il mercato si preoccupa perché ha un patrimonio netto negativo per 3 miliardi di dollari e uno netto tangibile negativo addirittura per 8 miliardi?
«Il patrimonio netto contabile di Chrysler risente degli oneri straordinari sostenuti al riavvio dell'attività nel 2009. E gli intangibles pesano per il 13% del totale di attività, impianti e macchinari per il 41%. Sono solo questioni contabili. Oggi il business fa profitti e cassa, le vendite aumentano del 26% in un mercato che cresce del 10%, ed è ciò che conta».
Chrysler dovrà pagare pensioni per circa 32 miliardi di dollari e ha attività finanziarie per 25,5 miliardi. Uno squilibrio pesante che non viene ricompreso nel debito. «La quota unfunded del fondo pensioni non è un debito finanziario, ma un impegno verso i dipendenti da onorare nel tempo. Molte imprese americane hanno quote unfunded nei fondi pensione. D'altra parte, l'1% in su o in giù nei tassi rivaluta o svaluta di 3 miliardi le attività finanziarie del fondo Chrysler».
Le decisioni della Federal Reserve contano più delle vostre, verrebbe da dire. Ma se la Fiat sale all'80% del capitale Chrysler, diventa responsabile in via surrogatoria di eventuali inadempienze del fondo pensioni.
«Sarebbe un problema solo se Chrysler versasse in stato di insolvenza. Gli Organizational Documents di Chrysler, comunque, assicurano che Fiat non sarebbe soggetta a tali obblighi in maniera inattesa. Ma oggi Chrysler va bene, ne abbiamo il 58% e il resto appartiene al fondo Veba dei sindacati».
Che rimarranno soci ancora a lungo?
«Non troppo a lungo. O compreremo noi quelle azioni (abbiamo un'opzione) o troveremo assieme il modo di ricollocarle».
Quale futuro per Fiat-Chrysler?
«Le ipotesi sono tre: a) un'offerta pubblica delle azioni Chrysler; b) Fiat compra e sale al 100%; c) si fa la fusione Fiat-Chrysler che comporterebbe l'automatica quotazione di Chrysler e diluirebbe sia Veba che Exor».
Qual è l'ipotesi più probabile?
«La meno probabile è la prima».
Dottor Marchionne, Giovanni Agnelli non volle rinunciare al controllo sull'auto. Lei riconobbe con gli analisti che Fiat Auto da tanti anni non ripagava il costo del capitale investito dai soci. Qual è il suo mandato?
« Il mio mandato nel 2004 era molto semplice: salvare un'azienda quasi fallita. E ci siamo riusciti. Poi di rendere la Fiat redditiva. E il risultato del 2011, pur in una situazione economica molto difficile, mi pare testimoni che l'operazione è ampiamente riuscita».
L'entità dei suoi compensi fa discutere.
«I miei compensi hanno una parte fissa e una variabile costituita da opzioni sulle azioni Fiat, e dunque legata alle quotazioni del titolo. E' questa che ha indotto a certi calcoli. In realtà, nel 2004, quando nessuno ci credeva, mi è stato assegnato lo stesso numero di opzioni che aveva Giuseppe Morchio, e un prezzo d'esercizio più alto. Per quattro anni su otto non avevano alcun valore. Se oggi ce l'hanno, dipende dall'andamento del titolo di cui beneficiano tutti i soci».
Ma c'è un'enorme sproporzione tra i compensi dei top manager e quelli del dipendente medio. Un tempo non era così.
«Trent'anni fa non si era ancora creato un mercato delle competenze manageriali come quello attuale».
Lo spread tra le obbligazioni Volkswagen e quelle Fiat è superiore al differenziale tra i Btp e i Bund tedeschi. Come mai?
«Ciascun debitore ha la sua storia».
Infatti, lo Stato italiano ha varato la manovra per risanare i conti pubblici. La Fiat farà un aumento di capitale?
«Non serve. Nel 2012 investiremo oltre 7 miliardi, ma senza aumentare il debito. Useremo semmai un po' della nostra liquidità...».
E intanto zero dividendo alle ordinarie .
«E' il momento di rafforzare il patrimonio. Più in generale, si deve capire che l'auto è un business che, quando tira, genera molta cassa. Già nel 2007 il gruppo Fiat aveva azzerato il debito industriale netto».
Ne avete abbastanza per reggere la sfida della multipiattaforma Volkswagen per 20 modelli diversi?
«Fiat spende in ricerca e sviluppo il 5,3% dei ricavi La media dei produttori generalisti europei è del 5,7%. Ce la stiamo giocando. La multipiattaforma Volkswagen rientra nei processi di standardizzazione e razionalizzazione comuni a tutti i produttori, anche se c'è chi ha cominciato prima e chi, come noi, un po' dopo. Ferdinand Piëch è un grandissimo. Ma con le sue 10 architetture, Fiat-Chrysler riuscirà a non sacrificare le prestazioni delle vetture di segmento superiore e a non caricare costi insostenibili su quelle di segmento inferiore. Già nel 2014 metà dei nuovi modelli Chrysler e Fiat verranno da una piattaforma comune».
Ford e Gm varano piattaforme da 2 milioni di pezzi.
«Oltre il milione le economie di scala tendono a esaurirsi».
Ma dove sono questi nuovi modelli?
«La Fiat ha scelto di rallentare il lancio dei nuovi modelli per la scarsità della domanda in Europa».
I concorrenti fanno il contrario.
«Ed ecco che Peugeot-Citroen, Opel, Renault e la stessa Ford Europe perdono soldi nel Vecchio Continente».
Come voi, del resto. Ma almeno hanno difeso le quote di mercato.
«Ragionando così non si va lontano. Guardiamo avanti. La domanda di automobili in Europa è destinata a rimanere bassa ancora a lungo. Almeno fino al 2014. Le case generaliste hanno troppa capacità produttiva...».
Secondo il Financial Times , Renault e Psa sfruttano gli impianti al 62%, Fiat al 50%. Volkswagen al 75%.
«Volkswagen è un caso a parte. Ha cominciato 20 anni fa a scalare il mondo e ci sta arrivando. La Francia invece si era illusa di poter reggere tale e quale, magari con i sussidi statali. Ora anche Philippe Varin, il mio collega della Psa, pone il problema dell'eccesso di capacità produttiva in Europa. Ma la Fiat ha una straordinaria opportunità negli Stati Uniti. Che hanno fatto quanto l'Europa si era illusa di poter evitare: chiudere un certo numero di stabilimenti per abbassare i costi fissi in relazione alla domanda attesa nella produzione di massa. Le linee premium, dove eccellono Bmw, Audi, Mercedes, Porsche, ma anche le nostre Ferrari e Maserati, sono tutto un altro film...».
L'Europa come la Detroit del 2005?
«Ricordo solo che Chrysler perdeva vendendo quasi 3 milioni di automobili, oggi pareggia con 1,5 milioni e nel 2012 ne venderà 2,4 milioni. La domanda sta rifiorendo...».
Chrysler riaprirà i siti dismessi?
«No, quelli sono finiti alla car.co in liquidazione. Le fabbriche della nuova Chrysler stanno già marciando a pieni giri. Potremo aumentarne un po' la capacità produttiva. Ma ormai negli Usa c'è un terzo della domanda che potrà essere soddisfatta solo dal Messico, dal Canada o dall'Europa. Gli stabilimenti Fiat italiani hanno l'opportunità di esportare negli Stati Uniti. Questo penso di fare per l'Italia ed è per questo che trovo insopportabilmente razzista dipingermi come un uomo senza patria: svizzero, canadese, americano, italiano a seconda delle comodità polemiche».
Che cosa ci vuole adesso?
«L'indebolimento dell'euro verso il dollaro aiuta, ma servono costi competitivi. Sa perché gli Usa funzionano con un costo orario del lavoro più alto di quello italiano? Perché si utilizzano in modo pieno e flessibile gli impianti. L'Italia deve tenerne conto».
Ma bisogna anche avere il prodotto. La Chrysler ha avuto la tecnologia Fiat...
«Chrysler è tornata al profitto ristrutturandosi, e cioè con le sue forze. Il primo modello a tecnologia Fiat è la Dart. Che abbiamo cominciato a vendere adesso».
Grazie agli accordi, Fiat ha avuto il 35% di Chrysler in cambio dell'accesso a tutte le sue tecnologie da parte della casa di Auburn Hills. Il governo americano le valuta miliardi di dollari. Nel bilancio Chrysler sono iscritte per 320 milioni di dollari.
«Confermo i numeri di Chrysler
Che danno a Fiat 120 milioni di guadagno.
«Il prezzo delle tecnologie dipende dalle circostanze in un cui vengono scambiate».
La Fiat inventò il common rail e lo vendette per poche decine di miliardi di lire.
«Non giudico quelle scelte. Non c'ero. Nelle condizioni in cui è oggi la Fiat non lo venderei. Magari ci farei una licenza».
L'Italia ha ancora un cluster dell'auto competitivo oppure no?
«La storia è grande, ma anche la Grecia era il bacino della democrazia. Esistono ancora diffuse competenze. Non mancano tentativi di aggregazione. Ma manca una regia. E oggi anche la Chrysler sta dimostrando inaspettate capacità tecnologiche. Lo dico sempre ai nostri ingegneri: non si vive sugli allori».
Chi dovrebbe essere il regista?
«Se ne dovrebbe occupare chi guida la politica industriale del Paese».
La Fiat non è riuscita a rilanciare l'Alfa Romeo. Perché non la cede a Volkswagen?
«Perché non la vogliamo vendere. E in ogni caso Piëch vorrebbe solo il marchio».
Non si prenderebbe un sito produttivo?
«So quel che dico. E l'Alfa ci serve in America».
In Brasile, Serbia, Usa la Fiat trova diversi ma sempre rilevanti aiuti da parte degli Stati. Che cosa si attende dal governo italiano?
«Mi attendo soprattutto che non dia altri incentivi alle rottamazioni. E' vero, in passato li abbiamo chiesti anche noi. E abbiamo fatto male. Anche perché hanno sostenuto al 70% le vendite dei concorrenti».
La Fiat Auto ha lasciato Termini Imerese. Le restano Mirafiori, Cassino, Atessa, Melfi e Pomigliano. Se non funzionassero le esportazioni verso gli Usa, quanti sarebbero i siti eccedenti?
«Tutti gli stabilimenti staranno al loro posto. Abbiamo tutto per riuscire a cogliere l'opportunità di lavorare in modo competitivo anche per gli Stati Uniti, ma se non accadesse dovremmo ritirarci da 2 siti dei 5 in attività».
Quali?
«Ricorda Sophie's choice ? Nel film, alla fermata del treno il nazista chiede a Sophie uno dei suoi due figli. In caso contrario li avrebbe ammazzati tutti e due. Sophie resiste, ma alla fine deve scegliere e passa il resto della sua esistenza con l'incubo di quella decisione. Dunque, per favore, non me lo chieda».

MASSIMO MUCCHETTI

24/02/2012