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venerdì 28 dicembre 2012

Il Giornale dei Metalmeccanici: Dicembre 2012




Non nel nostro nome
Fim, Uilm e Fismic aboliscono il contratto nazionale. Ma la partita è aperta


Accordo a perdere
L'accordo firmato da Fim, Uilm, Fismic conviene solo alle imprese. Escluso dal negoziato il sindacato più rappresentativo, senza mandato di lavoratrici e lavoratori, l'intesa accoglie i contenuti voluti da Federmeccanica, in coerenza con l'accordo sulla produttività non firmato dalla Cgil. Gli aumenti previsti non tutelano il potere d'acquisto. L’orario aumenta - con il raddoppio dello straordinario obbligatorio - e le Rsu perdono il loro ruolo contrattuale perché alle imprese basterà un rapido esame congiunto per applicare i turni che vogliono. Il pagamento dei primi tre giorni di malattia non sarà più garantito. Fim, Uilm e Fismic pensano di varare questo contratto senza farlo votare dai lavoratori. Per noi l’accordo è illegittimo, non rappresentativo e manomette diritti essenziali. Perciò non lo accetteremo in silenzio, rassegnandoci al furto di democrazia che impedisce a lavoratrici e lavoratori di decidere sul loro contratto e sulle loro condizioni di lavoro.
l'analisi dell'intesa a pagina 4 e 5

La democrazia dimenticata
di Loris Campetti
In fondo sono appena 1 milione e 600 mila elettori che, si sa, ora votano e ora no, ora, magari al nord, votano Lega e al sud Berlusconi o il primo populista in circolazione. Operai metalmeccanici, schede poco affidabili che riesumano un mondo del lavoro in via di estinzione o in transumanza verso il sud e l'est del mondo. Operai per di più pretenziosi, che se non vogliono tutto come negli anni Settanta poco ci manca. Pretendono, pensate, di eleggere loro chi dovrà rappresentarli e non il padrone, e di votare i contratti e gli accordi che riguardano le loro condizioni. E dicono che se la sinistra li abbandona loro abbandoneranno la sinistra. Ma non l'avevano già fatto? C'è altro di cui occuparsi che non della democrazia nelle fabbriche: una testa un voto va bene, ma mica ovunque. Il centrosinistra deve pescare al centro, nei ceti emergenti.
Soprattutto non può schierarsi da una parte, con un sindacato, sia pure maggioritario, se le altre organizzazioni dei lavoratori stanno da un'altra parte. Magari con i padroni, ma lo dicono tutti, compreso il presidente Napolitano, che serve la pace sociale e non la lotta di classe. Se la politica, quella parte che una volta si chiamava di sinistra, ha smarrito il lavoro o lo pospone al capitale o lo impasta con esso, i media dal canto loro non scherzano. Così, forse per la prima volta nella storia italiana, lo sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla Fiom in difesa dei diritti e del contratto nazionale, non ha trovato spazio nelle prime pagine dei grandi giornali, troppo occupati dalle resurrezioni annunciate dell'Uomo Nero. 
Per non lasciare spazio al dubbio, Fim, Uilm e Federmeccanica hanno firmato l'ennesimo contratto separato poche ora prima dello sciopero generale della Fiom. Un contratto separato che cancella il contratto nazionale, sulla scia di Marchionne illuminata prima dal governo Berlusconi e poi da Monti. Se ci fate caso, i capisaldi del bidone rappresentano il rovesciamento delle parole d'ordine portate in fabbrica e in piazza dalla Fiom: su salari, orari, condizioni di lavoro, contrattazione, democrazia. Prima si diceva che Pomigliano era un caso isolato, poi il caso isolato è entrato in tutte le officine e gli uffici della Fiat, ora con il contratto separato esonda in tutte le aziende metalmeccaniche italiane. Non serve una memoria da elefante per ricordare come nella storia italiana, la Fiat ha sempre fatto da battistrada per l'intero capitalismo che, a sua volta, ha modellato a sua immagine e somiglianza l'insieme delle relazioni sociali. E il contratto separato di
oggi cancella l'aspetto fondamentale del con contratto nazionale: la solidarietà generale. Per governare, in officina e in Parlamento, si sta scegliendo la strada classista della divisione, del conflitto orizzontale, della contrapposizione tra le vittime delle ingiustizie sociali, per trasferire tutto il potere nelle mani di pochi.
Se la battaglia di Pomigliano ha imposto il ripristino di un embrione di legalità in fabbrica, ora l'obiettivo è ancora impegnativo e, al tempo stesso, ineludibile: riportare la democrazia nel lavoro, prima che l'infezione autoritaria nelle fabbriche infetti l'intera società. Gli operai metalmeccanici non possono farcela da soli, anche se dalla loro hanno ancora la legge, quella parte almeno che non è stata ancora revisionata con il consenso di gran parte della politica. Non basta scrivere sull'agenda del centrosinistra «lavoro», dopo che si sono sostutuiti negli statuti dei partiti i lavoratori e i cittadini con i consumatori. La campagna elettorale che si è aperta nel modo peggiore è una delle ultime occasioni per ricordare con la mobilitazione generale che se si perde il lavoro, se lo si spoglia dei diritti, se gli si nega la rappresentanza sindacale e politica, è la democrazia che si sta uccidendo. Che ne pensa chi dice di voler voltare pagina e si presenta alle elezioni in discontinuità con gli ultimi due governi? 






5 e 6 dicembre: le piazze metalmeccaniche

 Quelle del 5 e del 6 dicembre sono state, in tutta Italia, due grandi giornate di lotta dei metalmeccanici, in tante parti affiancati dagli studenti e dai precari. Non è servito a fermare la firma di un accordo separato regalato alle imprese ma è stata una risposta immediata a un atto illegittimo che la Fiom, insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, si prepara a contrastare. 
Valle d’Aosta. Presidio regionale ad Aosta, in piazza Chanoux. Buona partecipazione allo sciopero, in particolare nelle installazioni telefoniche, con il 100% alla Alpitel e il 65% alla Acc. Alla Cogne, la principale azienda della regione, dove sono presenti in misura significativa anche i sindacati firmatari dell’accordo separato, le adesioni allo sciopero si collocano tra il 40 e il 50%. 
Piemonte. Otto ore di sciopero in tutta la regione e manifestazione a Torino. Il corteo si è mosso dal piazzale antistante la stazione ferroviaria di Porta Susa per arrivare a piazza Castello, dove si è svolto il comizio conclusivo. Alte le percentuali di adesione allo sciopero. Tra le altre ricordiamo l’Ilva di Alessandria e la Marcegaglia di Asti all’80%, l’Ilva e la Oerlikon di Cuneo al 90%, la Meritor e la Isringhausen di Novara rispettivamente al 95 e all’80%, la Lagostina di Verbania Cusio Ossola al 75%. A Torino, la Federal Mogul di Cuorgnè e l’Avio di Rivalta al 90%, come la Microtecnica. 
Lombardia. A Milano la manifestazione regionale, con un corteo partito da piazza Venezia e arrivato a piazza Duomo. Alte le adesioni allo sciopero, il 100%, tra gli altri, alla Stefàna Ospitaletto (Bs), Lucchini di Lecco, Garavaglia di Varese, il 98% alla Marcegaglia di Lodi, il 95% alla Comer di Mantova, Lanfranconi di Lecco e Whirlpool di Varese, il 90% alla Belleli e Bondioli&Pavesi di Mantova, Abb di Lodi, Magneti Marelli di Legnano, Ocrim (operai) di Cremona, tra l'80 e l'85% alla Ansaldo Sistemi Industriali, Kone, Alstom Power, Nacco e Ugitek di Milano, Somaschini di Trescore e Bianchi Vending di Zingonia (Lc), Isa Passirano e Tassara della Vallecamonica, Hydro Alluminio e Brucola della Brianza. 
Liguria. A Savona 8 ore di sciopero. A Genova e La Spezia si è tenuto un attivo provinciale dei delegati; iniziative di sciopero e manifestazioni si terranno martedì 11 dicembre. 
Veneto. Manifestazione regionale a Padova, dove un lungo corteo di lavoratori e studenti ha percorso le vie principali dalla Stazione ferroviaria fino a piazza dei Signori. In questa occasione, ai metalmeccanici del Veneto si sono aggiunti lavoratori provenienti dal Trentino-Alto Adige. Tra le adesioni più alte allo sciopero nel Veneto si segnalano la Fincantieri e le imprese di appalto del Petrolchimico di Marghera (Ve) e la Electrolux di Susegana (Tv) al 90%. 
Friuli-Venezia Giulia. Manifestazione regionale a Pordenone. Un corteo partito da largo San Giovanni ha attraversato il centro riempiendo piazza del Municipio, dove si è svolto il comizio. 
Emilia-Romagna. Manifestazione regionale a Bologna. Un lungo e fitto corteo ha attraversato le vie del centro da piazza Saragozza fino a piazza Ravegnana. Qui, sotto le Due Torri, si è svolto il comizio conclusivo nel corso del quale hanno parlato anche alcuni studenti medi, il cui corteo autonomo si era congiunto con quello degli scioperanti. 
Toscana. Manifestazione regionale a Firenze, con corteo partito da piazza dell'Indipendenza e arrivo davanti a palazzo Strozzi, passando per piazza del Duomo. Per quanto riguarda lo sciopero, percentuali particolarmente significative sono state rilevate, in mattinata, alla Lucchini-Severstal (85%) e alla Magona ArcelorMittal (75%) di Piombino, alla Trw di Livorno (95%), alla Continental (90%) e alla Asso Werke (80%) di Pisa e alla Barsanti (85%) di Massa Carrara.  
Umbria. Nella regione sciopero di 4 ore. In provincia di Perugia comizi a staffetta nelle tre zone industriali di Marsciano, Umbertide e Spoleto. A Terni presidi davanti alle fabbriche della zona. L’alto livello di adesioni all’iniziativa di lotta (90%) ha completamente bloccato l'Ast. Ferme anche le imprese minori dell’indotto.  
Lazio. Roma, corteo partito dalla Bocca della Verità e concluso, con il comizio, a piazza Farnese. 
Marche. Ad Ancona, un corteo affollato è partito dal porto (zona Mandracchio) e ha attraversato buona parte del centro cittadino fino a raggiungere il piazzale della Libertà, dove si è tenuto il comizio conclusivo. 
Tra gli stabilimenti dove sono state toccate le percentuali più alte di adesione allo sciopero, la Fincantieri (90%) e i cantieri Isa e Crn di Ancona (rispettivamente al 90 e all'85%). La Meccanica Adriatica di Ascoli Piceno (90%), la Comelit di Senigallia-Osimo (80%), nonché la Caterpillar e la Cnh (Fiat Industrial) di Jesi, rispettivamente all'80% e al 70%.  
Abruzzo. Iniziative articolate a livello provinciale. Per quanto riguarda lo sciopero, 70% di adesioni alla Technolabs de L’Aquila e 65% alla Siapra (gruppo Fiamm) di Avezzano.  
Molise. A Isernia, manifestazione regionale sotto forma di presidio davanti alla sede della Associazione degli Industriali e poi corteo fino alla Prefettura.  
Campania. A Napoli imponente manifestazione regionale: un corteo infittito dalla presenza di molti studenti ha attraversato il centro cittadino dalla Stazione centrale fino alla sede della Regione, davanti alla quale si è svolto il comizio conclusivo. 
Puglia. Manifestazione regionale a Bari, dove è stato effettuato un presidio e un comizio a piazza della Prefettura. 
Basilicata. A Potenza manifestazione regionale dalla sede dell’Unione degli Industriali alla sede della Regione. Successivamente, assemblea all’aperto con gli studenti unitisi al corteo degli scioperanti. Molto buone le adesioni allo sciopero nella zona industriale di Potenza. Al 90% le due maggiori imprese siderurgiche, Marcegaglia e Pittini. Stessa percentuale alla Sud Elettra e 80% all’Italtractor. Infine il 50% in Telespazio. La Fiat di Melfi era in Cassa integrazione. 
Calabria. Un attivo regionale si è svolto a Catanzaro. L’iniziativa è stata tenuta al chiuso a causa del maltempo. 
Sicilia. Manifestazione regionale a Palermo. Qui un corteo, partito da piazza Marina, ha raggiunto la Presidenza della Regione. 
Sardegna. Manifestazione a Cagliari da piazza del Carmine a piazza Garibaldi, con un corteo di oltre 2.000 partecipanti. Nella zona industriale di Sarroch (Cagliari), le adesioni allo sciopero sono state intorno all’80% tra i dipendenti delle imprese metalmeccaniche di appalto attive presso la locale raffineria.

Su www.fiom.cgil.it comunicati, foto e dati di adesione allo sciopero dai territori

Milano, i metalmeccanici non si rassegnano 
di Lella Bellina
Questa piazza i metalmeccanici li conosce da tempo, da prima del dicembre 1960 che segnò la tappa fondamentale di una stagione di lotta e conquiste. Oggi i metalmeccanici sono ancora qui perché, per dirla con Landini, «c’eravamo prima di Marchionne e ci saremo anche dopo». Sono arrivati da tutta la Lombardia a Porta Venezia e hanno sfilato per le vie del centro dietro alla parola Lavoro a «misura d’uomo» e ai grandi cartelli bianchi con i nomi delle aziende simbolo della mobilitazione contro le chiusure e i licenziamenti. È il rosso delle bandiere e quello delle felpe della Fiom indossate sopra i giacconi il colore che segna il lungo corteo che poco prima del Duomo si apre per accogliere, tra gli applausi, gli studenti. Prima del segretario generale della Fiom, due donne si alternano al microfono: generazioni e storie diverse che qui si parlano, si comprendono, si «tengono». Teresa è quella che i diritti oggi messi in discussione li ha conquistati giorno dopo giorno, con determinazione e passione, nel luogo da cui non si può prescindere, l’azienda, e il suo messaggio è chiaro e netto: «non rassegniamoci!». Silvia studia e grida alla piazza «noi siamo il futuro», un futuro che è diritto al sapere e ad un lavoro dignitoso, usa parole antiche e nostre per rivendicarli.
«I lavoratori non devono essere costretti a scegliere se morire di fame o di cancro, come sta accadendo all’Ilva…» Landini finisce la frase, poi si interrompe un momento. È arrivata la notizia che era nell’aria: Fim e Uilm hanno sottoscritto la piattaforma dei padroni e lo hanno fatto proprio oggi. Se si aspettavano il disordine sono rimasti delusi: quella che arriva dalla piazza è una riposta di classe.
«Dai Enrico che abbiamo da fare, domani in fabbrica ci tocca spiegare a quello della Fim che gli hanno dato l’elemosina e neppure quella è certa, in cambio non può più ammalarsi. E se ci dice “è la globalizzazione” gli rispondiamo che a firmare quella vergogna è stato il suo segretario, mica la globalizzazione…». No, non si rassegnano questi metalmeccanici.



Il contratto cancellato, eccone le parti peggiori

“Il contratto non deve essere rinnovato a tutti i costi ma solo se in grado di dare risposte positive alle necessità delle imprese” (Linee guida di Federmeccanica)

Con l'accordo separato del 5 dicembre 2012 Fim e Uilm hanno introdotto la flessibilità sui minimi contrattuali e hanno sancito che il salario del Contratto Nazionale è un salario diverso tra le fabbriche e tra i territori.
Per la prima volta i minimi salari, a parità di mansione, non sono più uguali per tutti i lavoratori perché, con la contrattazione aziendale, gli aumenti potranno essere differiti di 12 mesi, e quindi diversi da fabbrica a fabbrica, sia in caso di crisi che di nuovi insediamenti produttivi o anche per usufruire di sgravi fiscali e contributivi. 
Se manca la rappresentanza sindacale in azienda, comunque le imprese potranno chiamare i sindacati provinciali e definire con loro lo spostamento degli aumenti previsti.
Gli aumenti del triennio 2013-2015 sono definiti in tre tranche a partire dal primo gennaio 2013 ma le aziende possono erogare gli aumenti del 1/1/2014 e del 1/1/2015 dodici mesi dopo: ad esempio la seconda al primo gennaio 2015 e la terza all’inizio del 2016 oppure rispettare la scadenza della seconda tranche e far slittare la terza all’1 gennaio 2016.
La conseguenza sui salari nei quattro anni è consistente: sul montante retributivo un lavoratore di 3° livello con lo spostamento della terza tranche percepisce 560 euro in meno, con lo spostamento della seconda tranche percepisce 1065 euro in meno. 
L'intesa separata del 5 dicembre 2012 non tutela il potere d'acquisto del salario: gli importi economici definiti per incrementare i minimi contrattuali non considerano i valori dell'inflazione e, in caso di differimento del salario a livello aziendale, non considera il quarto anno di allungamento del contratto.
Per tutelare il potere d'acquisto con gli attuali valori dell'inflazione, senza differimenti a livello aziendale e rispettando le scadenze previste per gli aumenti, i minimi contrattuali vanno rivalutati tenendo a riferimento l'inflazione e aggiornando il valore punto, fissato nel 2008, come previsto dal Contratto del 2008. Gli incrementi definiti sui minimi non solo non tutelano il potere d'acquisto delle retribuzioni ma gli incrementi definiti con l'accordo separato favoriscono le categorie più alte e penalizza le categorie più basse.
La piattaforma della Fiom, votata dalla maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici, chiede per gli anni 2012/2014 un aumento uguale per i 3-4-5- livelli di 206 euro a titolo di recupero, salvaguardia e valorizzazione reale del potere di acquisto della retribuzione .
Gli incrementi delle maggiorazioni - per lavoro notturno e per le ulteriori 40 ore di straordinario obbligatorie aggiunte con l'intesa separata - assorbono i trattamenti di miglior favore già definiti in azienda.
Per molti lavoratori quindi aumentano le ore di straordinario e di flessibilità obbligatorie senza alcun aumento salariale per le ore lavorate in notturno e in straordinario. 
Nel Premio di Risultato Fim e Uilm con Federmeccanica mascherano la clausola di «esigibilità», che hanno sottoscritto in Fiat, per imporre ai lavoratori le flessibilità dell'orario di lavoro introdotte con l'accordo separato o con gli accordi in azienda.
A livello aziendale si potrà prevedere che i singoli lavoratori percepiranno il premio di Risultato solo a fronte dell'effettivo svolgimento della flessibiltà degli orari di lavoro richiesta dall'azienda, le 120 ore di flessibilità e straordinario o altro ancora definito a livello aziendale.

Su alcuni importanti capitoli che riguardano i diritti – quello allo studio e i passaggi automatici di livello prevvisti dall’inquadramento, ad esempio – si rinvia a una serie di commissioni con poteri negoziali, che integreranno l'accordo. Da questo punto di vista si tratta di un contratto in itinere, una sorta di cantiere aperto e dagli esiti incerti.  
Per quanto riguarda il preavviso di licenziamento e di dimissioni, l'accordo separato indebolisce le norme che contrastano la pratica delle dimissioni in bianco fatte firmare alle donne. La legge prevede – per il periodo di gravidanza e fino ai tre anni di vita del bambino – la sospensione delle dimissioni fino alla loro convalida ministeriale.
Già con l'accordo confederale del 3 agosto 2012 la convalida delle dimissioni poteva avvenire più «agevolmente» presso le sedi sindacali, ora con l'accordo separato basta l'Rsu per dare il via libera alle dimissioni. 
Rispetto al contratto del 2008 l’assenza per malattia o infortunio non sul lavoro non interrompe il periodo di preavviso. Quindi, incaso di malattia durante il periodo di preavviso lo stesso decorrerà fino alla risoluzione del rapporto di lavoro prevista. 
Naturalmente se si dimette il lavoratore l’azienda potrà far valere il principio che il periodo di preavviso siintende di “lavoro”; invece se il lavoratore è licenziato, l’azienda potrà considerare concluso il rapporto di lavoro al termine del periodo di preavviso, indipendentemente dalla malattia.
Il trattamento economico della malattia definito con l’accordo separato spetta «al lavoratore non in prova», di conseguenza al lavoratore in prova non spetterà nessuna integrazione in caso di malattia.
Al lavoratore non sarà più riconosciuta l'integrazione per i primi tre giorni dalla quarta volta che si assenta per malattia brevi (di durata non superiore a 5 giorni). In questo caso i primi tre giorni della quarta malattia, e delle successive, nonsaranno più retribuite al 100% ma nel seguente modo:
  • quarta assenza: 66% della intera retribuzione globale; 
  • quinta e successive: 50% della intera retribuzione globale.
Sono trasformati in giorni i periodi che l’azienda è tenuta ad integrare al 100%; il Ccnl del 2008 prevede che i periodi restanti, fino al raggiungimento del comporto previsto per il mantenimento del posto di lavoro, siano indennizzati al 50%, l’accordo separato prevede per gli stessi periodi restanti un’indennità dell’80%. (è necessario sapere che questo vale per gli impiegati perché per gli operai, l’Inps indennizza già il 66% dal 20° giorno e fino al 180° ogni anno solare). Il calcolo del 100% riparte ogni qual volta si lavori per almeno 61 giorni di calendario.



L'accordo separato del 5/12/2012 peggiora le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori aumentando l'orario di lavoro e cancellando la contrattazione della Rsu sugli orari in fabbrica.
Con l'intesa firmata:
  • l'orario di lavoro non è più oggetto di contrattazione in azienda con la Rsu ma alla contrattazione si sostituisce una procedura di «esame» di 10 giorni trascorsi i quali l'azienda può procedere;
  • aumenta strutturalmente l'orario individuale di lavoro fino a 144 ore annue nelle aziende con oltre 200 dipendenti e fino a 152 ore nelle aziende con meno di 200 dipendenti introducendo un unico vincolo alle imprese, il limite di 120 ore di utilizzo complessivo tra ore di flessibilità e ore straordinario obbligatorio.
    Fim Uilm e Federmeccanica estendono in tutte le imprese metalmeccaniche il peggioramento degli orari di lavoro introdotto con l'accordo separato a Pomigliano a Mirafiori e in tutti gli stabilimenti Fiat: aumentano l'orario di lavoro dei lavoratori attraverso l'aumento della flessibilità e dello straordinario obbligatorio, la monetizzazione dei Par, lo slittamento della mezz'ora di mensa. 
    Aumentano fino a 80 ore annue le attuali 40 ore di straordinario obbligatorio nelle aziende con più di 200 dipendenti, e fino a 88 ore all'anno le 48 ore di straordinario obbligatorio previste nelle aziende fino a 200 dipendenti;
    • Aumentano fino a 80 ore annue le attuali 64 ore di flessibilità a disposizione delle aziende;
    • Monetizzano tre Par con ulteriori 24 ore annue di lavoro a disposizione dell'azienda, spostando sul lavoratore l'onere di chiederne l'accantonamento in luogo della retribuzione;
    • Accettano di concordare in azienda lo slittamento della mezz'ora di mensa a fine turno,Eliminano 8 ore di riduzione di orario aggiuntiva nelle fonderie di seconda fusione che rimane solo per i lavoratori in forza al 31/12/2012.
    L'intesa separata inoltre stravolge il Ccnl del 2008 cancellando dalla normativa sull'orario ogni riferimento alle norme di legge e introducendo ulteriori flessibilità che peggiorano la vita e il lavoro delle persone e delle loro famiglie.  
    Per il ricorso all'orario flessibile:
    • Riconosce alle imprese le "necessitàimprovvise" riducendo i tempi di preavviso da 10 a 5 giorni; 
    • Supera tutte le causali che la giustificano (stagionalità, picchi produttivi, attività di istallazione e montaggio) e cancella i limiti massimi (8 ore sul primo turno del sabato, 6 ore su due turni al sabato, 32 ore di prestazione minima settimanale) fino a oggi previsti.
    L'accordo introduce anche ulteriori flessibilità di orario di lavoro, a scapito dei diritti dei lavoratori e a costo zero per le imprese che, senza contrattazione e in alternativa al ricorso alla Cig ordinaria, possono disporre:
    • Delle ferie e del conto ore dei lavoratori, in caso di contrazione temporanea dell'orario di lavoro e a compensazione dei recuperi programmati per le ore di flessibilità che il lavoratore non ha prestato.
    • Del recupero delle ore di produzione perse, senza maggiorazioni, in caso di interruzione delle forniture.


    L'intesa riscrive la premessa contrattuale proponendosi di armonizzare e integrare il contratto di categoria alla luce degli accordi interconfederali del giugno 2011 e all'accordo separato sulla «produttività» (non firmato dalla Cgil) del 21 novembre 2012.
    A proposito di esigibilità contrattuale si precisa che quanto previsto sulla flessibilità della prestazione – dall'orario plurisettimanale allo straordinario – impegna tutti i soggetti coinvolti (aziende, lavoratori, organizzazioni sindacali).
    Nel capitolo riguardante il sistema di relazioni sindacali, tra le altre cose, l'accordo separato elimina la presenza delle organizzazioni sindacali nazionali e territoriali dalle commissioni aziendali per la formazione e le pari opportunità, aziendalizzando il confronto su questi temi.

    Sulle regole che governano il mercato del lavoro, l'intesa del 5 dicembre scorso aumenta la flessibilità. Oltre a recepire tutte le leggi e i contratti interconfederali in materia – anche quelli più controversi e meno condivisi, come gli accordi separati – lo spazio per la precarietà del lavoro diventa sempre più ampio.
    Ecco alcuni tra i passaggi più importanti:
    • I contratti a termine fino a 12 mesi saranno possibili senza bisogno di causali, vengono ridotti i termini degli intervalli previsti tra un contratto e quello successivo e si autorizzano le assunzioni a termine fino al 6% dell’organico.
    • Le regole che dovrebbero governare il lavoro negli appalti, vengono interamente demandate – anche in questo caso – a un'apposita commissione con poteri negoziali, che deve recepire le ultime modifiche di legge e modificare le regole contrattuali: anche qui, un cantiere aperto e incontrollato.
    • Per quanto riguarda il lavoro somministrato, cioè l'interinale, l'accordo separato ne allarga i confini: si potrà usare l'interinale senza specifiche motivazioni, oltre che nei casi previsti dalla legge, anche attraverso accordi aziendali firmati dalla Rsu d'intesa con le organizzazioni sindacali territoriali, per un numero di lavoratori uguale a quello degli interinali assunti a tempo indeterminato nei tre anni precedenti.
    • Il contratto di apprendistato viene integralmente modificato: 
    si elimina il vincolo alla stabilizzazione del 70% dei lavoratori in apprendistato per poterne assumere altri e si introduce la possibilità per le aziende di assumere un numero di apprendisti pari a quello dei lavoratori specializzati e qualificati. I periodi di apprendistato svolti precedentemente valgono solo se sono pari o superiori a 12 mesi; 
    scompare l’obbligo della formazione in aula. All’apprendista è garantita la qualifica finale ma non più la progressione della retribuzione e della qualifica durante il periodo di apprendistato.














    a cura di Giuseppe Bonanni

    Il 21 novembre si è svolto un incontro presso il ministero dello Sviluppo economico sul futuro della Ceit Impianti, azienda che opera per Telecom Italia nelle attività di manutenzione e sviluppo delle reti di telecomunicazione. La perdita degli appalti Telecom, a partire dal 2013, nei territori di Roma e di Campobasso comporterà per 90 lavoratori il rischio di perdere il proprio lavoro. L'azienda ha accettato momentaneamente una sospensione delle procedure di cassa integrazione in attesa di una definizione da parte del Ministero, di Telecom e delle organizzazioni sindacali di una ipotesi di riorganizzazione che possa garantire la manutenzione e che salvi l'occupazione.
    I lavoratori del gruppo Almaviva, azienda che opera nel settore information technology per enti, banche ed aziende, verranno consultati, si legge in un comunicato sindacale unitario del 26 novembre, dalle organizzazioni sindacali in vista dell'ormai prossimo confronto con l'azienda su un piano per la riduzione dei costi complessivi del gruppo, che preveda anche proposte per affrontare la crisi dell'area Agricoltura e della Divisione Transportation.
    I delegati Fiom delle imprese di installazioni telefoniche hanno discusso della difficile situazione che vive il settore: perdita di posti di lavoro, peggioramento delle condizioni di sicurezza nel lavoro, diminuzioni dei salari, calo degli investimenti pubblici e privati nello sviluppo e nella manutenzione della rete, subappalto. I lavoratori che rischiano di più in conseguenza dei mancati appalti Telecom sono quelli della Ceit di Roma e Campobasso e quelli della Ciet di Marche, Toscana e Liguria. La Fiom ha deciso di investire del problema il ministero dello Sviluppo economico e di elaborare, con il contributo di esperti, una proposta autonoma per definire una via d'uscita dalla grave crisi del settore.
    Molto gravi gli sviluppi della vicenda Schneider. Il gruppo elettrico francese ha infatti deciso di chiudere gli stabilimenti di Rieti e di Guardamiglio (Lodi).
    La Fiom, in un comunicato del 26 novembre, chiede al ministero il ministero dello Sviluppo economico e alla direzione aziendale di accettare un confronto per ricercare una soluzione che non disperda lavoro e professionalità e che per permetta di salvare i due importanti siti industriali.

     Roma
    In un comunicato sindacale del 27 novembre, Fim, Fiom e Uilm esprimono preoccupazione per l'evidente stallo del processo di reindustrializzazione del sito Indesit (elettrodomestici) di Brembate di Sopra (Bergamo). L'avvio dell'attività produttiva e il contestuale inserimento dei lavoratori dell'ex Indesit sono entrambi slittati. I sindacati chiedono entro la fine dell'anno una definizione certa dei tempi della ripresa dell'attività produttiva.
    Va avanti la vertenza Technosky (aerospazio). L'azienda, dopo aver disdetto gli accordi, non sembra disposta a confrontarsi con il sindacato per definire i contenuti di un nuovo contratto aziendale. Per questo la Fiom, in un comunicato del 30 novembre, annuncia nuove iniziative di mobilitazione.
    Netta affermazione della Fiom nelle elezioni Rsu (3 dicembre) della società informatica Ntt Data (ex Value Team) di Milano. La lista Fiom ha ottenuto 474 voti su 494 (10 delegati su 12). 
    Anche nelle elezioni per il rinnovo delle Rsu alla Fincantieri di Monfalcone (28-30 novembre) vittoria della Fiom che con 403 voti su 1.020 totali ottiene il 39,5%. Seguono la Fim con 216 voti (21,2%), la Uilm (185 voti, 18,1%), il Failms (148 voti, 14,5%) e l'Ugl (68 voti, 6,7%). Nella quota dei due terzi, dunque, la Rsu avrà la maggioranza relativa Fiom, con 5 delegati su 12 (3 vanno alla Fim, 2 alla Uilm e uno ciascuno a Ugl e Failms). La Fiom resta esclusa dalla quota dei rappresentanti nominati dalle segreterie sindacali (i 6 delegati nominati dalle segreterie di Fim, Uilm, Ugl), e quindi, pur avendo una maggioranza relativa netta tra i lavoratori, non avrà la maggioranza tra i delegati della Rsu. 
    Nelle elezioni Rsu tenute nell'azienda di ingegneria clinica Elettronica Bio Medicale relativamente all'area 2 che interessa Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino, la Fiom ottiene 4 delegati su 4. 
    La direzione della Fincantieri di Palermo vuole estromettere la Fiom, il sindacato maggiormente rappresentativo, dai cantieri navali. È stata infatti negata l'autorizzazione per lo svolgimento di un'assemblea informativa convocata dalla Fiom siciliana per il 4 dicembre. L'obiettivo della Fincantieri è quello di disconoscere i rappresentanti Fiom, nei cantieri di Palermo come in quelli di Monfalcone: un furto di democrazia, come è scritto nel comunicato Fiom del 4 dicembre.


    Il 3 dicembre, presso il ministero dello Sviluppo economico, si è tenuto un incontro tra organizzazioni sindacali e direzione della Alcatel Lucent Italia (telecomunicazioni). Decisamente negativo, si legge nel comunicato Fiom del 7 dicembre, il quadro presentato dalla multinazionale che ha illustrato i risultati negativi del gruppo sia a livello mondiale sia per gli insediamenti italiani: calo del fatturato, risultato operativo negativo, riduzione dell'occupazione. In applicazione dei precedenti accordi l'azienda intende utilizzare il livello massimo previsto di ricorso alla Cigs. Il processo di riorganizzazione del gruppo e di ricollocazione dei lavoratori procede con difficoltà e il sito di Battipaglia rischia lo svuotamento, mentre sugli investimenti previsti dalle intese non si è ancora andati oltre gli annunci. Proprio per dare concretezza agli impegni assunti, si terrà a breve un incontro tra le parti e il ministero dello Sviluppo economico.


    Piombino, aggrappati all’acciaio
    di Riccardo Chiari
    «Piombino non deve chiudere». Era questo lo striscione che apriva il corteo di migliaia di metalmeccanici arrivati a Firenze, per protestare contro l'ennesimo accordo separato sul contratto. Nello sciopero della Fiom in Toscana non c'era infatti solo la contestazione a Federmeccanica e alla sua politica che estende a macchia d'olio il «modello Fiat». C'era anche la denuncia di quanto sta accadendo al secondo polo siderurgico nazionale. Quello di Piombino, dove alla Magona di proprietà di Arcelor-Mittal si lavora con mezzo stabilimento fermo e con contratti di solidarietà o la cig per i 550 addetti, a causa di quelle che i vertici europei della multinazionale chiamano «difficili condizioni di mercato». Qui si aspetta con le dita incrociate il decreto energia del governo che dovrebbe abbassare i costi di produzione, per una pur piccola ripresa dell'attività. Assai più drammatica la realtà delle Acciaierie Lucchini, i cui duemila lavoratori (il doppio con l'indotto) si stanno battendo da mesi, con al fianco l'intera città, perché sia mantenuto il ciclo integrale con l'area a caldo.
    Il rischio di uno smantellamento c'è. Oggi le Acciaierie sono in mano a un pool di banche che stanno cercando un acquirente. Gli impianti lavorano la metà di quanto potrebbero (circa 2 milioni di tonnellate di acciaio l'anno), le perdite sono sui 10 milioni al mese, l'altoforno sarà spento «per manutenzione» dall'11 dicembre all'11 gennaio. All'advisor Rothschild è arrivata una sola offerta, quella del Fondo svizzero di investimenti Klesch (lo stesso del caso Alcoa), che vorrebbe chiudere l'area a caldo e conservare i soli treni di laminazione. Quanto alle necessarie bonifiche della gigantesca cittadella dell'acciaio, sarebbero attuate solo in cambio del via libera a un'imponente piano di edilizia residenziale.
    La risposta dei sindacati e degli enti locali, dal Comune di Piombino alla Regione Toscana: rinunciare al ciclo integrale significherebbe avviare lo stabilimento alla chiusura e cancellare migliaia di posti di lavoro. La proposta è invece quella di un intervento di politica industriale del governo, per realizzare sinergie fra le fabbriche di Piombino e anche con gli altri poli italiani dell'acciaio di Taranto, Genova e Trieste.
    Quanto alle banche, che vorrebbero giocare le loro carte con il fondo Klesch, è intervenuto perfino Pierluigi Bersani: «Il governo deve intervenire e commissariare la Lucchini. L'unico passo da fare è una gestione commissariale sulla base della legge Marzano». Per il commissariamento è obbligatoria la richiesta della proprietà. Di qui il tentativo del sottosegretario allo sviluppo economico De Vincenti di chiamare ad un unico tavolo il pool delle banche, per spingerle verso questa direzione. Un primo incontro al ministero è saltato, perché il fronte degli istituti di credito (Mps, Unicredit, Intesa San Paolo e altri ancora) non si sarebbe presentato compatto all'appuntamento. E’ stato fissato un nuovo summit, sempre al Mise, dove potrebbe essere data una risposta al fondo Klesch, che mette sul piatto solo 200 milioni e che non troverà alcuna sponda a Piombino, sia sulle strategie industriali che sullo scambio fra bonifiche e nuovi insediamenti residenziali. Invece l'annuncio dell'apertura in tempi brevi di un tavolo nazionale per la siderurgia, con in parallelo il commissariamento della Lucchini e un rinnovato impulso alla discussione sul destino del polo toscano, porterebbe un minimo di serenità alle cinquemila famiglie che, fra addetti diretti e dell'indotto, con l'acciaio ci vivono.

    Micron, futuro cercasi
    di Giuseppe Bonanni
    Serve un'attenzione e una mobilitazione nazionale per salvare la Micron Technology Italia, azienda strategica non solo per Avezzano e l’Abruzzo ma per tutta l'Italia manifatturiera. Nell'impianto marsicano della multinazionale americana Micron lavorano 1.623 persone. Sono lavoratori con elevate conoscenze e qualificazioni. Il loro lavoro copre solo la prima parte di un complesso processo produttivo di sensori d'immagine utilizzati nei cellulari, nei pc, nei tablet, nelle fotocamere digitali. Un lavoro che viene terminato in America. Quella di Avezzano è, quindi, una foundry, ovvero una fabbrica che dovrebbe produrre per conto terzi per un cliente progettista.
    A luglio, nell’ultimo incontro al ministero, la multinazionale americana ha comunicato la decisione di non investire più nelle tecnologie che qualificano la produzione dell'impianto di Avezzano. Ora la Micron propone per i prossimi due anni, attraverso Aptina, una produzione pari a 50% della capacità che scenderebbe al 30% nei due anni successivi, per facilitare la ricerca di acquirenti o partner, rimasta ancora sensa esito.
    Così l'azienda ha deciso di mettere in cassa integrazione ordinaria 700 dipendenti per sei settimane a partire dal 24 dicembre. Il timore della Fiom, condiviso anche dagli altri sindacati, è che il processo di ristrutturazione, ancora tutto da definire, si traduca presto nella Cig per tutti i dipendenti, con una lenta agonia che prepari la definitiva chiusura dell'impianto.
    Per questo è decisivo il ruolo della Regione, al contrario fino a oggi piuttosto assente, e del governo nazionale. Il 28 novembre il ministero dello Sviluppo economico ha richiesto l'elaborazione di un piano industriale credibile, con obiettivi concreti, che permetta l'eventuale attivazione di ammortizzatori sociali non ordinari. Proprio per questo, sostengono i sindacati, un piano per essere credibile deve prevedere una produzione diversificata di prodotti che consenta di emancipare il sito abruzzese dalla monocommittenza di Aptina. L'idea è quella di dare vita in breve tempo a un consorzio tra diversi soggetti industriali, un polo di innovazione sulle tecnologie dell’informazione e comunicazione che, a partire dalle conoscenze e dalle professionalità presenti, dovrebbe puntare allo sviluppo di strategie produttive innovative, puntando anche a un’autonoma capacità di vendita, a cercare clienti nuovi. Proprio per scuotere la Regione dal suo torpore i lavoratori manifestano oggi di fronte alla sede regionale in occasione dello svolgimento di un consiglio regionale straordinario dedicato alla crisi Micron.



    «Il cinema deve essere operaio»
    di Stefano Della Casa
    Oggi Ken Loach è diventato l’alfiere del lavoro precario. E il fatto che per parlare di lavoro precario in Italia debba essere necessario un regista inglese è abbastanza significativo di quanto i nostri giornali siano supini nei confronti del problema del lavoro e di quanto gli intellettuali italiani (cinematografici e non) siano poco disposti a mettere in gioco la propria notorietà per parlare di un problema che a loro non porta ingaggi né favore dei potenti. In ogni caso, Ken Loach è uno dei nomi più coerenti che siano oggi in attività. Ken ha militato negli anni Settanta in un piccolo gruppo di ispirazione trotzkista ma soprattutto ha iniziato a fare cinema alla fine degli anni Sessanta raccontando sempre storie della classe lavoratrice. Curiosamente, i suoi film apparivano disperati negli anni Settanta, quando in molti eravamo convinti che dietro l’angolo ci sarebbe stata la fine del capitalismo e il cambiamento dei rapporti tra gli uomini: il suo primo film, Poor Cow, era il racconto disperato di una ragazza che lavorava in modo precario vedendo come questa precarietà si traducesse in difficoltà di vivere la vita di tutti i giorni. In seguito, Ken ha raccontato vite di lavoratori (My Name Is Joe, Riff Raff), momenti di storia del movimento operaio (Il pane e le rose, sulle lotte in America; Terra e libertà, sulla guerra civile spagnola) con uno sguardo altrettanto severo e militante ma con un sorriso più marcato, con un ottimismo sul futuro che prima sembrava non appartenergli. Fino a giungere a una vera e propria commedia molto divertente, quando in Il mio amico Eric immagina che il discusso giocatore francese del Manchester United, Eric Cantona, sia una sorta di angelo custode per un tifoso di quella squadra che è anche un lavoratore con molti problemi e con molti avvoltoi che vorrebbero dargli fastidio sotto le specie dei peggiori sfruttatori che si affiancano a quelli ufficiali, e cioè gli usurai.
    In questi giorni le sale italiane ospitano l’attesa uscita del suo film più recente, La parte degli angeli. È una storia tutta scozzese, si parla di whisky, di modi di vivere, di solidarietà tra le persone della classe lavoratrice. Ken Loach doveva presentare il film al festival di Torino, ma non ci è andato quando ha saputo che il Museo Del Cinema torinese faceva ampio uso di subappalti e che alcuni dei lavoratori la cui prestazione era stata esternalizzata avevano avuto forti problemi di lavoro. Insomma, ha rinunciato a sostenere il suo film per schierarsi dalla parte di chi lavorava e riteneva di essere sfruttato. Un motivo in più per andare a vedere il film, che racconta e difende il bene più prezioso per coloro che lavorano: la solidarietà.



    Von Clausewitz alla Innse, in pellicola
    di Francesco Bravi

    Il primo successo dovrebbe essere il più discusso, eppure, nel caso della vittoriosa lotta dei lavoratori Innse di Milano nel 2009 non è stato così. Per tre lunghi anni. Finché il documentario Dell’arte della guerra di Luca Bellino e Silvia Luzi, presentato a novembre all’ultimo Festival del cinema di Roma non li ha fatti parlare. Ecco dunque i primi quattro operai a guadagnare una vetta – quella di un tetto, di una gru o, come nel loro caso, di un carroponte – quale modalità di resistenza all’aggressione padronale, spiegare quello che veramente hanno ottenuto. La scena su cui si muovono è una zona di guerra: la guerra della deindustrializzazione nella periferia del capoluogo lombardo, con i suoi paesaggi desolati, capannoni sventrati, architetture abbandonate, ferraglia buona ormai solo a reggere il cielo. Nelle interviste, la macchina da presa li segue mentre si addentrano sul campo di questa devastazione, mentre lo esplorano come i primi uomini sulla superficie della Luna. Ciascuno è da solo a parlare, e sulla scena non sono mai presenti, se non nelle immagini di repertorio inframezzate alle interviste, tutti e quattro. Questo perché altrimenti li si sarebbe dovuti chiamare per nome, per distinguerli, mentre qui quello che conta non è essere unici, ma, al contrario, essere come gli altri, essere tutti gli altri. Come soldati. 
    Il documentario procede come una dimostrazione geometrica, ogni sezione è un rullìo di tamburi: identificare il nemico, la difesa del territorio, organizzare l’esercito… Ci troviamo di fronte a un manuale, a una strategia generale. Primo, dicono gli operai del carroponte, un luogo di lavoro non è un campo neutro, ma il terreno di battaglia di due interessi inconciliabili: bisogna accettare una condizione di guerra permanente. 
    Sedersi a un tavolo per contrattare quanti fuori e quanti dentro, in quanto tempo, è già aver perso: così «anche il sindacato può essere un nemico», arrivano a dire i quattro.Anche se poi su quel carro ponte, per tutti quei giorni, si ritroveranno accanto il funzionario della Fiom; e anche se poi sarà proprio quel sindacato a trattare l’esito vincente, con i suoi massimi dirigenti locali e nazionali. 
    Secondo, conoscere ogni meandro, ogni anfratto del teatro di guerra: come avrebbe potuto, altrimenti, questo sparuto gruppo introdursi nel capannone circondato dalla polizia che proteggeva i lavori di smantellamento degli impianti, issarsi sul carroponte e obbligarli così a fermarsi? Terzo, ci vuole una netta divisione dei compiti. Dentro alla fabbrica, infatti, erano in cinque, ma il presidio fuori dai cancelli non era certo lì per caso. E i due tronconi dello stesso esercito hanno agito in maniera coordinata. L’azione culminante, il carroponte, l’unica che i media hanno saputo vedere (proprio perché non è nella loro natura saper vedere), era stata preparata in quindici mesi di braccio di ferro tra il proprietario della Innse, Silvano Genta, che voleva chiudere una fabbrica produttiva e sgomberare quel terreno per favorire una speculazione edilizia, e gli operai. I padroni non chiudono solo per necessità, ma anche perché l’economia è cambiata e si fa maggior profitto con altro che la produzione; allora bisogna essere quattro o cinque mosse avanti a loro, avere un esercito e una strategia stabiliti. Il film di Bellino e Luzi serve a trarre questa lezione.







    mercoledì 28 novembre 2012

    FIOM: Il Giornale Metalmeccanico






    Scioperiamo per giuste cause
    Lettera (con risposta) a Maurizio Landini

    «Caro segretario, le ragioni dello sciopero del 5 e 6 dicembre sono sacrosante. Come lo sono tutte le analisi e le lotte che la Fiom ha fatto in questi difficili anni. Tutto giusto. Ma, ti chiedo, ce la facciamo ancora a scioperare, tra cassa integrazione, mobilità, fabbriche che chiudono? Soprattutto: riusciamo a portare a casa qualcosa che non sia “solo” la soddisfazione di aver detto e fatto cose giuste?
    Io il 5 in piazza ci sarò, ma vorrei una risposta alle paure che crescono. Con stima e affetto». Giuseppe, metalmeccanico di Pistoia Caro Giuseppe, grazie per la tua lettera, per le tue considerazioni e anche per le tue preoccupazioni. Che so essere quelli di tanti altri in quest’epoca così dura per molti lavoratori e lavoratrici che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena; in cui è difficile conciliare le necessità materiali con le ragioni morali per dare a se stessi e ai propri cari la prospettiva di un futuro migliore, tanto siamo alle prese con un complicato presente.
    Lo sappiamo bene – tu, io, tutte e tutti – che lo sciopero non è una «festa», perché non è scontato farlo, a volte è persino impedito, sempre è un costo: che si paga subito – in busta paga – puntando su un risarcimento futuro. Fatto di vita migliore, dignità e diritti. È sempre stato così, nella storia del sindacato e del movimento operaio. Ma proprio quel «pagare il costo» è la forza delle lavoratrici e dei lavoratori, un atto forte, concreto, capace di incidere. Perché come ricordava don Milani ai suoi allievi di Barbiana, i più deboli hanno due diritti irrinunciabili senza i quali i più forti vincono sempre: la democrazia, cioè il voto e la partecipazione, e lo sciopero, cioè la ribellione che da individuale può diventare collettiva. Non a caso la nostra Costituzione che assume il lavoro a fondamento della Repubblica sancisce lo sciopero come diritto individuale di ogni persona.
    Del resto se ci pensi, caro Giuseppe, dal 2009 a oggi accordi interconfederali, contratti nazionali, provvedimenti di governo sul mercato del lavoro non sono stati sottoposti al voto delle persone interessate, mentre ora si profila un nuovo accordo separato per il contratto dei metalmeccanici.
    Federmeccanica ha aperto una trattativa senza la Fiom, in cui le imprese vogliono imporre una serie di condizioni pesantissime: dal mancato pagamento dei primi tre giorni di malattia all’aumento dell’orario e degli straordinari obbligatori ad aumenti salariali irrisori e persino non erogabili in caso di crisi, fino alla limitazione del diritto di sciopero.
    È il modello Fiat che ha fatto scuola, quello che da Pomigliano si è esteso al resto del gruppo e che ora tutte le imprese chiedono. Come se non bastasse ci è appena piombata addosso un’altra intesa che esclude la Cgil: governo, Confindustria, Cisl e Uil hanno firmato un accordo secondo cui la produttività si ottiene abbassando il potere d’acquisto dei lavoratori, dividendoli, precarizzandone la condizione.
    Viviamo un momento storico segnato da ingiustizie sociali senza precedenti. Per anni la politica ha fatto un passo indietro lasciando al mercato la massima libertà di «autoregolarsi». 
    Il conto è arrivato con la crisi economica, ed è stato presentato sempre a lavoratori dipendenti e pensionati con le manovre del governo Monti. Assistiamo da tempo a una redistribuzione della ricchezza a danno di chi lavora. Cui si aggiungono la riduzione dei diritti e delle conquiste dei lavoratori, perché la crisi viene usata per smantellare le tutele e le libertà individuali e collettive in nome della competizione globale. Non ti sembra, caro Giuseppe, che ce n’è abbastanza per usare gli unici strumenti che le lavoratrici, i lavoratori e il sindacato hanno a loro disposizione, la lotta democratica e lo sciopero? «D’accordo – dici tu – ma se poi i risultati non arrivano? Se nessuno ci ascolta? Se continuano a fare ciò che gli pare?» Sono domande giuste e l’impegno della Fiom è dare risposte coerenti, credibili e utili per i lavoratori; decidendo insieme a loro. Tanto più oggi con tutto il sistema industriale in Italia a rischio: dalla produzione dell’auto alla cantieristica, dai treni all’informatica, alla siderurgia. 
    I diritti nel lavoro si difendono e nuovi posti di lavoro si creano se si cambia e se si impone una politica industriale degna di questo nome, una svolta nell’azione del governo, come chiede il nostro sciopero del 5 e 6 dicembre. E come si può fare. Come è stato fatto alla Fiat, dove con la coerenza, la democrazia, gli scioperi, il confronto con l’opinione pubblica, siamo riusciti, ad esempio, a far condannare il comportamento antisindacale di Marchionne e tenere aperta la prospettiva occupazionale per tanti lavoratori che ne erano stati esclusi. Le stesse sentenze della magistratura non ce le ha regalate nessuno, sono il frutto delle lotte e di scioperi tutt’altro che inutili. Come sanno donne e uomini di tante altre fabbriche, perché la Fiom è il sindacato che fa più accordi di qualunque altro proprio perché è il più presente tra i metalmeccanici.
    È su questa strada che continueremo insieme a te, a tutti i lavoratori e le lavoratrici.
    Grazie ancora, un abbraccio,
    Maurizio Landini 
     
    Il lavoro non è roba per ricchi
    di Marco Revelli
    «La globalizzazione costringe ad abbandonare alcune conquiste sindacali ottenute in circostanze più favorevoli» (Michele Salvati)
    «C’è chi ancora crede che si possa stare nella globalizzazione senza cambiare nulla… Occorre abbassare il costo del lavoro per dipendente e per unità di prodotto» (Fiorella Kostoris)
    «Nei Paesi che crescono si lavora dieci ore al giorno… Non è tirannia, sono le leggi del mercato » (Guidalberto Guidi, Confindustria)
    È questa l’«ideologia moderna». Il mantra che continua a risuonare nelle tante sedi deputate del pensiero dominante, dalla Commissione europea all’Fmi, dalla Bce ai ministeri nazionali che senza pudore continuano a chiamarsi «del lavoro» e talvolta persino «del welfare». Qui, nel Sud dell’Europa, poi, in genere si associa all’altro luogo comune ripetuto all’infinito che «abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità» (intendendo voi, lavoratori dipendenti, salariati e magari precari, «avete vissuto al di sopra delle nostre possibilità»). Eppure, basta guardarsi intorno – e dentro i nostri conti quotidiani e le tasche di chi davvero lavora – per capire che non è così. Basta persino leggere i giornali (anche i «loro» giornali). La cronaca, a saperla leggere, ci dice che un punto-limite è stato raggiunto. Sulla soglia del disumano. Quando, come accade a Taranto, i lavoratori dell’Ilva sono posti di fronte all’alternativa mortale – biologicamente mortale – tra la difesa della propria vita e la difesa del proprio lavoro (dal quale dipende a sua volta la vita), vuol dire che il conflitto tra «capitale e lavoro» è uscito dalla sua dimensione fisiologica, ed è diventato questione morale. Problema che attiene ai fondamenti primi della nostra vita associata. Nodo che, se non sciolto a favore della vita, finirà per perderci tutti. Così come la vicenda della Fiat di Marchionne, anch’essa protagonista di un ricatto mortale imposto ai propri operai: rinunciare ai propri diritti e al controllo sulla propria vita o rinunciare al lavoro, perdere se stessi o perdere il proprio posto. Anch’essa segnata da un’asimmetria assoluta tra il potere «del padrone» e quello del «lavoro». E dalla tracotante mancanza di sincerità e di credibilità di una proprietà irresponsabile, indifferente a ogni impegno e a ogni patto.
    D’altra parte l’Istat, nella sua nota annuale sulla povertà in Italia ci dice che nel 2011 – oggi il dato sarebbe più severo – il 15,4% delle famiglie «con a capo un operaio o assimilato» – quasi una su sei – era incondizione di povertà relativa: cioè che la loro spesa mensile sta del 50% sotto quella della media del resto della popolazione. Che sono, di fatto, degli emarginati. Nel Meridione quasi una famiglia operaia su tre è povera. Ancor più sconvolgente il dato sulla povertà «assoluta» (chi non può permettersi neppure il minimo indispensabile: cibo, abitazione, cure…). Il 7,5% delle famiglie operaie in Italia è «assolutamente povero», in crescita di oltre un punto percentuale rispetto allo scorso anno. Figuriamoci cosa accade tra le famiglie in cui non ci sono né occupati né «ritirati dal lavoro»: qui la percentuale di povertà assoluta schizza al 22,3%, quasi tre punti in più rispetto al 2010, e quella relativa cresce addirittura di dieci punti, dal 40,2% al 50,7%, a dimostrazione di quanto sanguinosi devono essere stati i tagli ai sussidi pubblici. Chi, dunque, ha vissuto «al di sopra delle possibilità»? Da almeno un quindicennio i salari sono al palo. Il loro potere d’acquisto non si è mosso (se non per uno o due decimi di punto percentuale), mentre i profitti, soprattutto quelli finanziari seguivano, almeno fino al fatidico 2008, una linea di crescita esponenziale e poi si vaporizzavano nel circuito finanziario globale. Siamo agli ultimi posti nella graduatoria degli oltre trenta paesi Ocse per livello salariale: sotto di oltre il 40% rispetto a quelli dei lavoratori inglesi, di un buon 30% rispetto ai tedeschi, per non parlare di quelli giapponesi. E d’altra parte da tempo sappiamo che il lavoro, a livello globale, ha subìto una sconfitta storica e un arretramento brutale nel suo confronto con il capitale, misurabile nell’ordine di numerosi punti percentuali di Pil trasferitisi – in un quarto di secolo – dal montesalari ai profitti. Per l’Italia è stato calcolato che la ricchezza uscita dalle buste paga e passata nelle disponibilità delle imprese e dei loro padroni (oltre che delle banche) si aggira sui 120 miliardi di euro l’anno (tre o quattro manovre finanziarie lacrime e sangue). Il professor Gallino, nel suo bellissimo libro «La lotta di classe dopo la lotta di classe», fa una stima ancor più drammatica: per l’Italia si tratterebbe di una quindicina di punti percentuali di Pil, quasi 250 miliardi di euro! E tuttavia, nonostante queste «evidenze empiriche», come le chiamano gli scienziati sociali, le ricette che ci vengono dall’alto continuano a parlare di sacrifici, di tagli, di rinunce a diritti e a garanzie, di liquidazione del sistema contrattuale su cui si è fondata la nostra civiltà gius-lavoristica. Di allungamento dell’orario di lavoro e di riduzione delle remunerazioni. È questo il contenuto del feroce Memorandum imposto alla Grecia, in cui figura al primo posto la liquidazione del Contratto nazionale di lavoro come istituto universalistico di garanzia, il dimezzamento dei minimi salariali, l’espulsione di quote elevate di lavoro dalla Pubblica amministrazione…
    Un sistema di nuove «tavole della legge» iugulatorie che ritornano in tutti i documenti di stabilizzazione in Europa, e che si avvertono anche nel recente accordo sulla «produttività» imposto dal governo italiano e accolto da quella parte del sindacato che da tempo ha rinunciato al proprio ruolo di rappresentanza del lavoro nel senso nobile del termine: come soggetto pubblico di uno Stato che contiene la parola nel primo articolo della propria Costituzione.


    In Europa debutta lo sciopero multilingue 
    di Orsola Casagrande

    Huelga, strike, greba, greve … tante parole ma un solo significato: sciopero. Il 14 novembre scorso milioni di lavoratori e lavoratrici, giovani, anziani, disoccupati, studenti sono scesi in piazza in 23 Stati europei. Da Barcellona a Madrid, da Atene a Napoli, da Lisbona a Parigi. Una giornata di mobilitazione contro l'austerità promossa dai sindacati europei. Una prima volta che ha rimesso in circolo una solidarietà che qualcuno, troppi, volevano (o credevano) andata perduta. 
    Solidarietà è stata infatti la parola più usata in questa giornata di straordinaria mobilitazione.
    Insieme ad austerità, che in qualche modo nelle piazze europee è risuonata proprio come il contrario di solidarietà. In Spagna oltre tre milioni di persone sono scese in piazza per protestare contro le politiche del premier Mariano Rajoy e del suo governo. In Catalunya il 25 novembre si vota per elezioni politiche anticipate che avranno un peso anche per il futuro della regione autonoma e dei suoi rapporti con il resto della Spagna. Forse anche per questo (per non «rovinare» la campagna elettorale con le botte ai lavoratori) il governo di Artur Mas (del partito conservatore al governo, Convergència i Unió) è stato molto discreto nella presenza poliziesca. Altro clima rispetto allo sciopero generale del 29 marzo. Ma solo a Barcellona, perché nel resto della Spagna il governo non ha esitato a schierare la guardia civil contro lavoratori e disoccupati, che sono stati pesantemente caricati un po' ovunque.
    Nel manifesto finale della «huelga general», Comisiones obreras sottolinea che «lo sciopero è stato un successo in Spagna come in Italia e in Grecia e negli altri paesi europei dove si è scioperato. Un successo – dice Cc.Oo. – perché questa mobilitazione mette in luce che stiamo iniziando un cammino di risposta comune, che crescerà in futuro davanti a politiche che non offrono altro che sofferenza».
    E per ribadire il carattere non solo di denuncia ma di proposta dello sciopero europeo, Comisiones obreras sottolinea che «le politiche di austerità vanno respinte e sostituite con politiche alternative che ci sono. L'Europa può e deve uscire dalla crisi rafforzando il welfare state e non seppellendolo – dicono i sindacati spagnoli. L'Europa dei cittadini deve finalmente prendere il posto dell'Europa dei mercati. Le politiche di austerità vanno sostituite con politiche destinate a dare impulso allo sviluppo economico e alla creazione di posti di lavoro. L'Europa – insistono i sindacati – deve rifondarsi intorno a un nuovo Contratto sociale che avanzi non solo nella unione politica, finanziaria e fiscale ma soprattutto che avanzi nei diritti sociali».
    Dopo la giornata del 14 novembre sono molte le iniziative già messe in campo per le prossime settimane. Ognuno, sindacati, movimenti, studenti, ritorna a lavorare nel suo ambito ma con un occhio a possibili azioni comuni future. A partire dalla giornata di mobilitazione internazionale contro la violenza contro le donne, di domenica 25 novembre. I sindacati sottolineano come proprio gli effetti perniciosi del crollo di una politica che precarizza la condizione di vita e lavoro delle persone incrementano anche le sacche di disuguaglianza e povertà e hanno un impatto doppio sulle donne che sono così ulteriormente penalizzate. In particolare in Spagna il governo ha tagliato anche drasticamente (fino a un quarto) i contributi alle politiche per l'uguaglianza e di assistenza alle donne vittime di violenza di genere. Sulla facciata della sede della Cgil in Corso d'Italia uno striscione di 18 metri ricorda che «La violenza sulle donne è una sconfitta per tutti».


    Grecia, la troika chiede 2.000 scalpi 
    di Francesco Bravi

    Una lista di duemila nomi per trasformare l'impegno preso in una certezza matematica, a cui non potersi sottrarre. È così che la troika dei creditori della Grecia – Ue, Fmi e Bce – intende vincolare il governo greco all'obbedienza dei parametri richiesti per sbloccare gli aiuti destinati al paese. Quali parametri? Quelli del taglio della spesa. Quali nomi? Quelli del numero di dipendenti pubblici da mettere, entro fine dicembre, in mobilità al 75% del salario per un anno e poi licenziare. Non più cifre, quantità assolute, ma individui specifici, persone concrete. I tecnici inviati ad Atene chiedono insomma di colpire selettivamente. Ecco la novità e lo scandalo di una notizia che è dapprima rimbalzata sui media europei per poi venire regolarmente smentita. Il settimanale tedesco «Der Spiegel», alla vigilia dell'Eurogruppo del 12 novembre, l'aveva data per certa. La rivista affermava di averla appresa da un funzionario del governo. Anche un esponente del sindacato l'aveva confermata. Il responsabile per le Riforme amministrative del governo ellenico, Antonis Manitakis, l'ha invece smentita. Si tratta dello stesso ministro che aveva già in precedenza rassicurato il parlamento sul fatto che i licenziamenti fossero incostituzionali. Un punto su cui anche alcuni tribunali avevano sollevato dei dubbi, sostenendo come la posizione di quegli impiegati fosse coperta dalla carta fondamentale greca con una garanzia di lavoro vita (attiva) natural durante. A doversene andare quindi, secondo Manitakis, sarebbero solo coloro che si sono resi responsabili di gravi trasgressioni. 
    Certo è che, entro la fine del 2013, i dipendenti pubblici in mobilità dovranno toccare le 27.000 unità. Un piano da cui è scaturito l'obbligo, per i comuni, di compilare la propria lista dei proscritti, ai quali verrebbe poi concesso, da oggi, un anno: se, entro tale scadenza, alle loro funzioni non sarà riconosciuta un'utilità, o se troveranno lavoro nel settore privato, perderanno il posto. Intanto dovrebbero entrare a far parte di una sorta di «riserva» del pubblico impiego, a paga ridotta. Un serbatoio che avrebbe già dovuto ricevere il primo robusto travaso di forza lavoro a fine 2012, con il trasferimento in questo limbo di ben 15.000 addetti della Pa, ma che invece è quasi rimasto a secco. Per questo si potrebbe anche ipotizzare che sia stata proprio tale inadempienza del governo, percepita dagli inviati della troika come un'inaccettabile tentennamento, ad aver indotto questi ultimi a far sibilare nelle orecchie dei responsabili politici quell'ordine di «dateci duemila nomi e cognomi». Come a dire: lasciamo a voi eseguire i comandi, voi vi dimostrate incapaci, se volete ancora la nostra fiducia, impegnatevi senza possibilità di ritorno.
    Di fronte a tutto ciò molti sindaci – tra cui quello di Salonicco – hanno spiegato che proseguendo su questa china, non saranno più in grado di assicurare ai cittadini i servizi fondamentali: «Come pretendono che possiamo assolvere alle 200 nuove responsabilità che la legge attribuisce ai comuni per il 2013?» Una risposta gli è stata indirettamente fornita dall'inviato del governo tedesco in Grecia, Hans Joachim Fuchtel: «Gli esperti dicono che, rispetto ai compiti delle amministrazioni locali, per fare il lavoro di 3.000 greci bastano 1.000 tedeschi». La superiore qualità tedesca, è il caso di dire.


    A che serve l’articolo 18?
    di Lella Bellina
    «Una firma per ripristinare l’articolo 18, massacrato dalla riforma Fornero? Siete i soliti esagerati, voi della Fiom: non è successo nulla, è tutto come prima…». 
    Vallo a dire a Vittorio Gaffodio e ai suoi due compagni di lavoro, che il 7 settembre sono stati licenziati, per «motivi economici». 
    È accaduto alla Lagor di Cerro Tanaro (Asti) azienda attiva nel settore dell’energia, dove un centinaio di lavoratori trancia lamierini magnetici per la costruzione di trasformatori elettrici, in un clima a dir poco teso. «Licenziarne 3 per educarne100» pare essere il motto dell’impresa. E guarda caso tra l’esiguo numero di coloro che hanno avuto il privilegio di beneficiare della legge 92/2012 ci sono i due della Fiom che per anni, si sono battuti in fabbrica perche venisse garantita un’altra legge dello stato (la 626) e i diritti dei lavoratori. 
    Vittorio entra come operaio alla Lagor nel 1991, nel 2003 viene eletto delegato. «La tranciatura produce polveri pericolose – racconta – e noi ci attiviamo perché l’azienda venga messa in sicurezza, facciamo anche intervenire l’Arpa».
    I dispositivi di aspirazione non vengono montati, in compenso partono i provvedimenti disciplinari, la campagna contro i delegati e la Fiom che «vogliono far chiudere la fabbrica» e il ricatto dell’impresa: o si ristabilisce la tranquillità in azienda, oppure i premi non verranno più erogati e sarà guerra.In questa escalation dell’intimidazione e del ricatto si arriva a settembre. «Dopo aver terminato il turno – prosegue Vittorio – il direttore aziendale mi informa che da quel momento posso ritenermi licenziato. Manco fossi un delinquente, vengo scortato al mio armadietto dal caporeparto, riconsegno tutto quello che avevo in dotazione e vengo messo alla porta. Qualche settimana dopo per togliermi definitivamente di torno, l’azienda mi offre 7.000 euro, poi 24.000 euro. Io non accetto. Con la Fiom ho impugnato il licenziamento, voglio essere reintegrato nel mio posto di lavoro.E non mi vengano a raccontare che tre lavoratori in meno risolvono i problemi economici di un’impresa come la Lagor».
    Cosa è successo in fabbrica? I lavoratori come hanno reagito di fronte a questa ingiustizia? «In tanti mi hanno telefonato, mi hanno espresso la loro solidarietà, ma hanno paura e io li capisco. E non ce l’ho neppure con l’impresa che ha colto l’occasione per liberarsi di chi non si piega (noi della Fiom siamo scomodi) ma con il governo, il ministro Fornero e coloro che, modificando l’articolo 18, hanno regalato ai padroni la possibilità di licenziare chi si batte per i diritti. Ce l’ho con chi ha concesso ai padroni quello che sognavano da tempo: uno strumento per reprimere la democrazia e la libertà, da usare come arma per ridurre al silenzio i lavoratori». Non è vero che non è successo nulla, non è vero che tutto è come prima. E non è vero che non si può far nulla. Dentro e fuori i luoghi di lavoro possiamo lottare per riconquistare e migliorare quel che ci è stato tolto. È faticoso ma non impossibile.


    Iveco di Suzzara, Marchionne non è invincibile
    di Mauro Mantovanelli, segretario Fiom Mantova

    A11 mesi dall’applicazione del regolamento della Fiat, la situazione all’interno dello stabilimento Iveco di Suzzara ha raggiunto livelli preoccupanti e inaccettabili. Le condizioni di lavoro sono peggiorate, la direzione ha spostato i lavoratori con ridotte capacità lavorative nelle linee di montaggio, sono aumentati in modo esponenziale i provvedimenti disciplinari. L’organizzazione del lavoro è disastrosa, le cartelle dei tempi di lavoro non vengono più discusse con il sindacato e l’azienda ha mano libera su tutto. Basti pensare che da gennaio tutti i mesi l’azienda ha richiesto una settimana di cassa integrazione per cali produttivi, e la poca produzione svolta ha portato, con questa organizzazione ad avere centinaia di furgoni incompleti. Rispetto a questa condizione la direzione ha preso scelte incomprensibili quali chiamare lavoratori trasfertisti non solo dai vicini stabilimenti di Brescia e Piacenza ma addirittura dalla Spagna, con un aumento di costi insensato, visto che si sono svolte negli stessi periodi giorni di cassa integrazione. Inoltre ha cominciato a richiedere straordinario, sempre con lo scopo di recuperare la produzione persa dalle inefficienze causate anche dal ridimensionato del reparto manutenzione, depotenziandolo.
    Tutto questo testimonia che ciò che manca in questo stabilimento è una vera politica industriale, investimenti per migliorare le tecnologie e l’organizzazione del lavoro. Le condizioni in cui si lavora all’Iveco di Suzzara mettono in serio rischio le prospettive del futuro in ottica dell’annuncio della presunta commessa sul nuovo modello Daily da costruire qui.
    Nelle ultime settimane a seguito di una operazione commerciale che ha portato nuove commesse la direzione ha portato a regime l’applicazione del Ccsl. Dal 5 novembre la mensa è stata portata a fine turno, lunedì 12 novembre senza preavviso l’azienda ha comandato, a partire dal giorno successivo, due ore di straordinario
    dalle 21.30 alle 23.30 per tutta la settimana in corso, con l’obiettivo di recuperare le inefficienze organizzative. Come Fiom abbiamo immediatamente proclamato lo sciopero di tutti gli straordinari fino al venerdì 16 novembre.
    Durante il volantinaggio esterno per informare i lavoratori abbiamo colto una nuova consapevolezza negli stessi, che ci ringraziavano e ci invitavano a non mollare la vertenza, garantendo la totale adesione all’iniziativa. Anche l’azienda ha colto questo clima tanto da ritirare nella stessa serata la comandata sulle ore serali di straordinario, intuendo che l’adesione allo sciopero del secondo turno sarebbe stata altissima. Questo è stato per noi un risultato importantissimo che abbiamo portato come sindacato «esterno» a tutti i lavoratori.
    Lo sciopero della Cgil del 14 novembre che in solidarietà alle questioni di Pomigliano abbiamo esteso per l’Iveco di Suzzara a 8 ore, ha visto crescere in modo esponenziale la partecipazione dei lavoratori sfiorando il 50% di adesioni rispetto al 15% dell’ultimo sciopero. Alla luce di questi risultati l’Iveco ha rilanciato, comunicando a tutti i lavoratori che a partire dal 17 novembre e fino al 22 dicembre (con esclusione della festività dell’8 dicembre) si lavorerà anche al sabato pomeriggio. Fim, Uilm e Fismic si sono dichiarati contrari e hanno iniziato una «estenuante» trattativa che non ha portato a nulla. La Fiom non ha condiviso queste scelte, perché tutti i problemi organizzativi e generali che abbiamo denunciato non sono stati affrontati dall’azienda e dai sindacati firmatari. Per far capire a tutti i lavoratori e lavoratrici quello che sta succedendo nel nostro stabilimento e trovare soluzioni alternative, la Fiom ha chiesto a Fim e Uilm un confronto aperto in assemblee retribuite per discutere con i diretti interessati. Nel frattempo continuano gli scioperi degli straordinari di tutti i turni e sabato 17 l'adesione è arrivata al 70%, nonostante le forti pressioni da parte dei capireparto, con minacce di provvedimenti disciplinari.
    A quasi un anno di distanza dall’operazione della Fiat nei confronti della Fiom, a chi pensava che saremmo spariti, rispondiamo che noi siamo ancora dove dobbiamo stare: a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici.



    Una proposta indecente
    Diviso, precario, più povero: il lavoro ridotto a merce nell’accordo sulla produttività firmato dalle associazioni padronali, Cisl e Uil con la regia del governo. Ecco le parti più significative del testo che la Cgil non ha firmato

    RELAZIONI INDUSTRIALI E CONTRATTAZIONE COLLETTIVA
    Le Parti firmatarie del presente documento confermano l'obiettivo comune di sviluppare un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di competitività e produttività tali da rafforzare il sistema produttivo, l'occupazione e le retribuzioni. Per questo intendono orientare la contrattazione collettiva, nelle diverse sedi, alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro, all’emersione del sommerso, alla produzione di quel maggior valore aggiunto che possa essere distribuito fra i fattori che hanno contribuito a determinarlo. 
    Per cogliere questi obiettivi le Parti, tenuto conto delle specificità dei diversi comparti produttivi, consolideranno un modello contrattuale nel quale il contratto collettivo nazionale di lavoro abbia la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori, ovunque impiegati nel territorio nazionale, e la contrattazione di secondo livello, facilitata da idonee e strutturali politiche fiscali di vantaggio, operi per aumentare la produttività attraverso un migliore impiego dei fattori di produzione e dell’organizzazione del lavoro, correlando a tale aspetto la crescita delle retribuzioni dei lavoratori.
    Diviene, pertanto, essenziale definire compiutamente, attraverso specifiche intese, un sistema di relazioni sindacali e contrattuali regolato e, quindi, in grado di darecertezze non solo riguardoai soggetti, ai tempi e ai contenuti della contrattazione collettiva ma anche sull’affidabilità ed il rispetto delle regole stabilite.
    Per favorire questo processo è necessario, altresì, incrementare e rendere strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure fiscali e contributive volte ad incentivare la contrattazione di secondo livello che collega parte della retribuzione al raggiungimento di obiettivi di produttività, di qualità, di redditività, di efficacia, di innovazione, di valorizzazione del lavoro, di efficienza organizzativa e altri elementi rilevanti ai fini del miglioramento della competitività del settore produttivo.
    Le Parti si danno atto della necessità di favorire, soprattutto attraverso la contrattazione di secondo livello, soluzioni coerenti con i principi enunciati negli Accordi Interconfederali e in quelli di settore, al fine di agevolare la definizione di intese modificative delle norme contrattuali produttivi. (...)
    In questo quadro è opportuno che i CCNL, tenendo conto delle specificità dei diversi settori, affidino alla contrattazione di secondo livello il compito di definire condizioni di gestione flessibile degli orari di lavoro, al fine di rispondere alle diverse dinamiche temporali della produzione e dei mercati, nel rispetto della vigente normativa comunitaria oltre che dei diritti e delle esigenze delle persone. (...)
    Le parti firmatarie ritengono, pertanto, che per favorire la crescita della produttività, delle retribuzioni ad essa correlate e dell'occupazione sia necessario informare i rispettivi sistemi di contrattazione ai seguenti principi:
    - il contratto collettivo nazionale di lavoro, tenuto conto di quanto già definito in specifici comparti produttivi, avendo la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori rientranti nel settore di applicazione del contratto, deve perseguire la semplificazione normativa, il miglioramento organizzativo e gestionale, prevedere una chiara delega al secondo livello di contrattazione delle materie e delle modalità che possono incidere positivamente sulla crescita della produttività, quali gli istituti contrattuali che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l'organizzazione del lavoro;
    - il contratto collettivo nazionale di lavoro – superato definitivamente con il Protocollo del 1993 il sistema di indicizzazione dei salari – avendo l'obiettivo mirato di tutelare il potere d'acquisto delle retribuzioni, deve rendere la dinamica degli effetti economici, definita entro i limiti fissati dai principi vigenti, coerente con le tendenze generali dell’economia, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale e gli andamenti specifici del settore; 
    - i contratti collettivi nazionali di lavoro possono definire che una quota degli aumenti economici derivanti dai rinnovi contrattuali sia destinata alla pattuizione di elementi retributivi da collegarsi ad incrementi di produttività e redditività definiti dalla contrattazione di secondo livello, così da beneficiare anche di congrue e strutturali misure di detassazione e decontribuzione per il salario di produttività definito dallo stesso livello di contrattazione.Tale quota resterà parte integrante dei trattamenti economici comuni per tutti i lavoratori rientranti nel settore di applicazione dei contratti nazionali laddove non vi fosse o venisse meno la contrattazione di secondo livello;
    - la contrattazione di secondo livello deve disciplinare, valorizzando i demandi specifici della legge o della contrattazione collettiva interconfederale e nazionale, gli istituti che hanno come obiettivo quello di favorire la crescita della produttività aziendale.

    RAPPRESENTANZA
    Le Parti firmatarie dell’Accordo Interconfederale 28 giugno 2011, per dare effettività a un sistema ordinato di relazioni industriali, definiscono un altrettanto ordinato sistema di regole sulla rappresentanza secondo i seguenti principi:
    - entro il 31 dicembre 2012, la materia verrà disciplinata, con accordo e regolamento integrativo,per consentire il rapido avvio della procedura perla misurazione della rappresentanza nei settori di applicazione dei contratti collettivi nazionali dilavoro, in attuazione dei principi contenuti nell’Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011; 
    - entro il 31 dicembre 2012, in diretta conseguenza della definizione delle procedure di cui al punto precedente, saranno definite, per i settori interessati, le modifiche da introdurre alladisciplina delle rappresentanze sindacali unitarie contenuta nell’Accordo Interconfederale 20 dicembre 1993, per armonizzarle con le finalità fissate il 28 giugno 2011 (esplicitare il superamentodel terzo);
    - le intese dovranno, altresì, prevedere disposizioni efficaci per garantire, nel rispetto dei principi concordati nell'Accordo Interconfederale 28 giugno 2011, l'effettività e l'esigibilità delle intese sottoscritte, il rispetto delle clausole di tregua sindacale, di prevenzione e risoluzione delle controversie collettive, le regole per prevenire i conflitti, non escludendo meccanismi sanzionatori in capo alle organizzazioni inadempienti.

    PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI
    Le Parti, tenuto conto che la legge 28 giugno2012, n.92, dispone che siano i contratti collettivi a dare attuazione alle misure per la partecipazione, ritengono che il Governo, nella prospettiva di conferire organicità e sistematicità alle norme in materia di informazione e consultazione dei lavoratori, nonché di partecipazione dei dipendenti agli utili e al capitale, debba esercitare la delega in materia subordinatamente ad unapprofondito confronto con le Parti sociali.
    La cultura della partecipazione è favorita, altresì, da un modello di relazioni industriali moderno, attento agli obiettivi generali dell'economia, orientato alla competitività delle imprese allosviluppo coeso dei territori e al miglioramento delle condizioni e della qualità del lavoro. 
    La cultura della collaborazione fra imprese e lavoratori è favorita, anche, dal ruolo che possono svolgere gli enti bilaterali di matrice contrattuale per la diffusione di modelli partecipativi. Per diffondere questa cultura le Parti ritengono opportuno valorizzare, nei diversi livelli contrattuali, i momenti di informazione e consultazione previsti, anche per favorire un responsabile coinvolgimento nelle scelte dell'impresa sulle materie che migliorano la produttività, le condizioni di lavoro, lo sviluppo dell'impresa. 
    In questa prospettiva le Parti ritengono, altresì, utile monitorare e rendere più omogenee le forme di welfare contrattuale fin qui realizzate con effetti positivi sia per la collettività in cui agiscono che per i lavoratori che ne beneficiano. In questo ambito le Parti ritengono che i contributi che le imprese e lavoratori versano per i sistemi di welfare contrattuale definiti dalla contrattazione collettiva nazionale e/o di secondo livello debbano beneficiare di un regime fiscale e contributivo di vantaggio, a partire dalla previdenza complementare.
    Le Parti ritengono, infine, utile avviare un confronto sul quadro di riferimento normativo per favorire l'incentivazione dell'azionariato volontario dei dipendenti, anche in forme collettive. (...)

    CONTRATTAZIONE COLLETTIVA PER LA PRODUTTIVITÀ
    Le parti ritengono necessario che la contrattazione collettiva fra le organizzazioni comparativamente più rappresentative, nei singoli settori, su base nazionale, si eserciti, con piena autonomia, su materie oggi regolate in maniera prevalente o esclusiva dalla legge che, direttamente o indirettamente, incidono sul tema della produttività del lavoro.
    Le Parti s'impegnano ad affrontare, pertanto, in sede di contrattazione collettiva le questioni ritenute più urgenti quali in via esemplificativa: l'affidamento alla contrattazione collettiva di una piena autonomia negoziale rispetto alle tematiche relative all'equivalenza delle mansioni, alla integrazione delle competenze, presupposto necessario per consentire l'introduzione di modelli organizzativi più adatti a cogliere e promuovere l'innovazione tecnologica e la professionalità necessarie alla crescita della produttività e della competitività aziendale; la ridefinizione dei sistemi di orari e della loro distribuzione anche con modelli flessibili, in rapporto agli investimenti, all'innovazione tecnologica e alla fluttuazione dei mercati finalizzati al pieno utilizzo delle strutture produttive idoneo a raggiungere gli obiettivi di produttività convenuti; l'affidamento alla contrattazione collettiva delle modalità attraverso cui rendere compatibile l’impiego di nuove tecnologie con la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori, per facilitare l'attivazione di strumenti informatici ordinari, indispensabili per lo svolgimento delle attività lavorative.
    Le Parti chiedono che, in conseguenza di quanto sopra convenuto per affrontare i temi legati all’incremento della produttività delle imprese e del lavoro, vengano assunti a livello legislativo, anche sulla base di avvisi comuni, provvedimenti coerenti con le intese intercorse e con la presente intesa.
    (La versione integrale dell’accordo su imec-fiom.it)


     Se c’è la salute c’è tutto...
    di Maurizio Marcelli
    Il testo presentato da Confindustria e dalle altre associazioni datoriali, su tavolo della produttività, come la discussione contrattuale, tra Federmeccanica e Fime Uilm individua obiettivi e interventi che servono aridurre il solo costo del lavoro: riducendo i salari di fatto e innalzando le ore lavorate.
    In questo quadro si determina non solo unapalese contraddizione con la necessità di favorire l'occupazione, che anzi si ridurrebbe drasticamente, ma anche una contraddizione tra ciò che è definito in materia di tutela della salute dei lavoratori dalle norme di legge, a partiredalla Costituzione e l'effettiva qualità del lavoro, con un chiaro peggioramento delle condizioni di salute dei lavoratori stessi e della loro sicurezza.
    Se negli anni 70 lo scambio richiesto dalle aziende era quello tra salute e salario oggi lo scambio imposto è quello tra la salute e il lavoro. Le vicende relative alla Fiat e all'Ilva indicano esplicitamente questo ricatto: o si lavora nelle condizioni decise dall'impresa oppure non c'è niente per nessuno. 
    Questo quadro non solo determina un numero di infortuni lavorativi che sono più o meno gli stessi degli anni passati, anche se essendo considerevolmente calate le ore lavorate, in proporzione gli infortuni sono aumentati ma sono aumentate anche le malattie professionali riconosciute e le inidoneità lavorative alle mansioni assegnate. Non sono affatto diminuite le patologie legate ai vecchi processi produttivi, quali la ipoacusia o sordità causata dal rumore delle macchine e sono invece aumentate le patologie respiratorie, a causa del microclima degli ambienti lavorativi, della estesa presenza di micropolveri come sono considerevolmente aumentate le patologie a carico dell'apparato muscolo-scheletrico, sia del rachide che degli arti superiori, nonché le malattie tumorali, per l'esposizione alle fibre di amianto fino agli anni 90 e per il contatto a causa della inadeguata protezione a sostanze chimiche con effetti tumorali. 
    Lo slogan dei lavoratori metalmeccanici e dell'allora Flm negli anni 70 «la salute non si scambia» assume oggi un valore ancora più rilevante. Oggi nelle imprese italiane a differenza del resto d'Europa non si è ancora affermata la cultura della prevenzione e della tutela della salute dei propri dipendenti, la tutela della salute dei lavoratori è vissutasolo come un costo.
    Per sconfiggere questo atteggiamento, questa cultura è necessario un impegno straordinario che impedisca di disperdere il patrimonio di risorse e competenze, esistenti nei servizi di prevenzione e di ispezione delle Asl. Bisogna che sia sconfitta l'idea presente in tante imprese che vale la pena di scommettere sulla inesistenza dei controlli; ad oggi, con gli attuali organici presenti nei servizi di prevenzione delle asl, la possibilità di avere controlli in ogni azienda per verificare il rispetto delle norme è mediamente una volta ogni 25 anni. Anche per questi motivi è necessaria una forte iniziativa sindacale che spinga i gruppi parlamentari a modificare il cosiddetto decreto semplificazione che in nome dello snellimento delle procedure ma anche e soprattutto su richiesta della Confindustria prevede la pratica cancellazione del dlgs 81 (Testo unico) in quanto fa decadere l'obbligo per ciascuna azienda di realizzare il Duvri, cioè la valutazione dei rischi in presenza di appalti e l'obbligo del Documento di valutazione dei rischi per le aziende fino a 50 dipendenti. Chiedere il rispetto delle norme, impedire la cancellazione del Testo unico sono obiettivi rilevanti ma non sono gli unici, bisogna che tutti assieme si ripensi alla contrattazione dell'organizzazione del lavoro. Come ci hanno insegnato gli anni 70 per difendere la salute dei lavoratori occorre contrattare i carichi di lavoro, i ritmi, gli orari, gli ambienti lavorativi, le modalità di svolgimento del lavoro. Certo la cancellazione di fatto del contratto nazionale come ha richiesto Marchionne per i lavoratori della Fiat e come oggi richiedono Confindustria e Federmeccanica per tutti i lavoratori metalmeccanici, non è vero che aiuterebbe una contrattazione aziendale positiva ma al contrario parafrasando Massimo Troisi, se passassero queste «pretese» nelle aziende non si ricomincerebbe da 3 ma da uno o forse da zero e cioè dalla necessità di riconquistare le condizioni minime di lavoro.







    a cura di Giuseppe Bonanni

    L'accordo integrativo aziendale della Techno Sky (aerospazio) è stato disdetto unilateralmente dall'azienda. Nel corso dell'incontro tra sindacati e azienda svoltosi il 7 novembre, l'azienda non è sembrata disposta a confrontarsi con le posizioni del sindacato. Per questo il coordinamento della Fiom ha deciso di proclamare lo stato di agitazione per informare tutti i lavoratori del gruppo. 
    Forti preoccupazione per l'occupazione alla Cofely Italia, società di servizi energetici e gestionali, con 50 sedi in Italia. Per questo, il 9 novembre, Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato lo sciopero degli straordinari e il blocco della reperibilità.
    Va avanti il processo di fusione in Selex Electronic Systems di Selex Elsag, Selex Galileo e Selex Sistemi Integrati. Nell'incontro con la direzione, tenuto l'8 novembre, i sindacati hanno ribadito la mancanza di un piano industriale che dia garanzie sull'occupazione e sul mantenimento e lo sviluppo di tutti i siti industriali del gruppo. La Fiom ha deciso di tenere assemblee, preferibilmente insieme alle altre organizzazioni sindacali, per informare i lavoratori sulla difficile situazione e per richiedere un coinvolgimento diretto del Governo. 
    Nelle elezioni per la Rsu nella Johnson Controls I., azienda dell'indotto Fiat Sata di San Nicola di Melfi, la Fiom si è confermata primo sindacato con il 60% dei voti. 
    La difficile verifica sulla riorganizzazione della Simav va avanti. Nell'incontro del 9 novembre, l'azienda ha annunciato che dopo anni di bilanci positivi, per il 2012 è previsto un sostanziale pareggio e che, per questo, sarà necessario ridurre il personale. Fim, Fiom e Uilm hanno espresso la loro assoluta contrarietà e hanno chiesto un piano di rilancio che preveda percorsi di riqualificazione con l'utilizzazione degli ammortizzatori sociali. 
    Prosegue il confronto tra la direzione della Sirti (installazioni telefoniche) e sindacati sulla gestione degli accordi relativi alla cassa integrazione e sulla ridefinizione dell'accordo integrativo aziendale. È in calendario un incontro per i primi giorni di dicembre nella sede di Assolombarda a Milano. 
    Raggiunto un accordo (12 novembre) sulladefinizione e sul riconoscimento del premio di risultato nell'azienda informatica Altran Italia. I lavoratori riceveranno il premio nella mensilità del prossimo febbraio. Il premio verrà riconosciuto anche ai lavoratori in cassa integrazione. Successivamente, verrà avviato un confronto per migliorare i parametri di base per la definizione del premio.
    Il 19 novembre Piombino si è fermata. Lavoratori del Gruppo Lucchini, studenti e cittadini hanno riempito piazza Verdi dopo aver sfilato per le vie della città. I negozi hanno chiuso in segno di solidarietà. Continuare a produrre acciaio, salvare il polo siderurgico conservando il ciclo integrale: questo l'obiettivo per salvare un territorio e migliaia di famiglie, ma anche per non cancellare dal panorama industriale del paese una produzione strategica come quella dell'acciaio.
    Rischia la chiusura lo stabilimento Schneider Electric di Guardamiglio, in provincia di Lodi, dove lavorano 165 operai, impegnati nella produzione di apparecchi di media tensione. I lavoratori hanno scioperato il 15 novembre. Per scongiurare la chiusura dello stabilimento, oltre ai sindacati, si sono mobilitati i sindaci dei comuni del basso lodigiano e il presidente della provincia di Lodi. Fim, Fiom e Uilm (23 novembre), in concomitanza con l'incontro che si terrà presso il ministero dello Sviluppo economico contro la chiusura annunciata dei siti di Guardamiglio e di Rieti, hanno proclamato uno sciopero di otto ore del gruppo Schneider. 
    All'Abb di Sestri Ponente (Genova), il 16 novembre, i lavoratori hanno scioperato contro la decisione di far partire la cassa integrazione (23 i lavoratori interessati). La Rappresentanza sindacale unitaria si oppone alla decisione e ritiene che sia possibile trovare una soluzione migliore, ricollocando o riqualificando i lavoratori. Anche alla Simav è stato proclamato uno sciopero (due ore il 23 novembre) in opposizione alla decisone di avviare le procedure per il licenziamento per 46 lavoratori, nonostante siano in corso da tempo incontri tra sindacati e direzione sulla riorganizzazione del gruppo e sulle problematiche produttive. 
    Un comunicato Fim, Fiom, Uilm annuncia la convocazione per l'11 dicembre presso il Ministero dello sviluppo economico per verificare l'attuazione dell'intesa su Agile ex Eutelia. Al centro dell'incontro: la questione «esodati» di Agile, la definizione concreta degli ammortizzatori sociali, la realizzazione di corsi di formazione e riqualificazione per i lavoratori.
    Non ha prodotto risultati positivi l'incontro (20 novembre) con la direzione della Selex Electronic Systems. Per questo la Fiom ha indetto due ore di sciopero da utilizzare per informare i lavoratori sulle questioni oggetto del confronto: piano industriale, fusione, occupazione.