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venerdì 3 maggio 2013

Rassegna Stampa: Il Fatto Quotidiano


Contestazioni a Torino, contestazioni a Napoli. Un concerto alternativo a Taranto. Il concerto ufficiale, a Roma, tra i più brutti e retorici della storia recente. Il Primo maggio non poteva non risentire della condizione di fallimento della sinistra “storica”. Non solo degli errori recenti dei vari Bersani o Veltroni, ma del progressivo scollamento che si è accumulato tra forze auto-collocate a sinistra e bisogni, interessi e ambizioni del mondo del lavoro. La crisi riguarda anche il sindacato che, nei dibattiti riservati e nelle discussioni dei suoi dirigenti, conosce bene questa situazione e se ne preoccupa ma che, allo stesso tempo, non sa come uscire da questa situazione.
Anche per questo Cgil, Cisl e Uil rinsaldano la loro unità attorno a una piattaforma politica che dovrà sostenere la manifestazione unitaria del 22 giugno e decidono di fare un passo avanti sul tema della rappresentanza. Uniti di fronte alla crisi e di fronte al nuovo governo che, sui temi sociali, già annuncia di voler intervenire in profondità. Il neo-ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, ha infatti già dichiarato la propria volontà di rivedere la legge Fornero per introdurre un po’ più di flessibilità in un mercato del lavoro che, francamente, è già tra i più flessibili d’Europa. L’alleanza con il Pdl, gli errori di Elsa Fornero e le richieste reiterate degli industriali porteranno la nuova maggioranza ad allentare le restrizioni sui contratti a termine. Restrizioni, va detto, adottate da Fornero con l’intenzione, positiva, di porre un freno agli abusi delle aziende e che, invece, si sono trasformate in strumenti a disposizione di quest’ultime per mettere alle strette i lavoratori precari. Ci riferiamo, in particolare, all’intervallo obbligatorio, fino a 60 giorni, per rinnovare un contratto a termine. Si tratta della dimostrazione di quanto le regole astratte vengano predisposte a dispetto della realtà concreta del mercato del lavoro che si fa sempre più differenziato, frantumato, con lavoratori e lavoratrici in balia di sé stessi. 
Questa realtà, però, non la comprende, e non la rappresenta, nemmeno il sindacato che si fa forte di milioni di lavoratori pensionati e di categorie storiche che ne costituiscono il nucleo centrale ma che poco ha da dire a milioni di precari i quali non si sentono rappresentati in nessun modo. La sua ritrovata unità, quindi, sembra più un arroccamento attorno a parole d’ordine poco efficaci e generiche e che non riescono a esprimere un programma generale capace di appassionare e di convincere le nuove generazioni. Che assisteranno svogliate a questa nuova fase, così come assistono a un concerto più o meno riuscito.
Mercoledì scorso la Fiom ha rilanciato la proposta del reddito di cittadinanza con l’idea di offrire ai lavoratori, e al sindacato, una rete di protezione universale che permetta di sottrarsi al ricatto della disoccupazione. Poter beneficiare di un reddito di garanzia dovrebbe servire a “riunificare il mondo del lavoro” e a poter avanzare richieste contrattuali con maggiore forza. Può essere una strada, probabilmente insufficiente e della quale occorre spiegare l’entità e le modalità di finanziamento. Ma è una proposta che parla al tempo presente. Non a caso è il punto centrale della proposta del Movimento Cinque Stelle.
Viviamo una fase di transizione molto particolare. Se nei primi anni 90 l’Italia ha visto lo smottamento dei partiti cardine della Prima Repubblica, Dc e Psi, sostituiti improvvisamente dal messaggio affascinante di Silvio Berlusconi, oggi assistiamo allo sbriciolamento della sinistra moderata – quella radicale è già scomparsa – dietro la quale si intravede lo scricchiolamento della forza sindacale. I due mondi sono talmente collegati che lo stesso Pd pensa di affidare la propria ricostruzione all’ex segretario Cgil, Guglielmo Epifani.
Sarà facile ricondurre le contestazioni di Torino e Napoli a gruppi di centri sociali o di contestatori organizzati. Ma a Torino si è assistito anche alla protesta di militanti Pd e a Taranto c’è stata la presenza di tanti artisti che, negli anni scorsi, non avrebbero esitato a schierarsi con la Cgil. Sono segnali di una crisi strisciante che si riflettono anche nel dibattito interno al sindacato, a tutti i livelli. Il modo in cui è stato allontanato Giorgio Cremaschi, unico intervento critico, dalla riunione degli esecutivi unitari di Cgil, Cisl e Uil è la dimostrazione di una debolezza reale.
Il crollo non è ancora avvenuto e non è detto che avverrà. Ma i segnali dello smottamento ci sono tutti. Grillo è lì pronto ad approfittarne consapevole che, sic stantibus rebus, il prossimo scontro politico sarà tra il suo movimento e la coalizione di Berlusconi.

02 maggio 2013


venerdì 22 febbraio 2013

Rassegna Stampa: Il Fatto Quotidiano



di econoNuestra 21 febbraio 2013

Le ultime statistiche sulla disoccupazione hanno occupato, purtroppo, la scena mediatica sia a livello nazionale, che internazionale, e ad acquistare un triste protagonismo è stata la questione dei giovani (secondo i dati dell’Epa – istituto nazionale di statistica spagnolo – il 91% del lavoro distrutto negli ultimi quattro anni riguarda gli under 35). L’alto tasso di disoccupazione giovanile mostra un panorama desolante per l’economia spagnola. Nelle sue ultime dichiarazioni, Angela Merkel lamentava l’aumento della disoccupazione per colpa della crisi in Spagna e metteva la problematica al centro delle future politiche di azione comunitaria. Pochi giorni dopo, si approvavano i bilanci 2014-2020 dell’Ue nei quali si destinava lo 0,05% degli stessi alla lotta contro questa piaga. Inoltre, lo scorso 14 febbraio, il governo spagnolo e le parti sociali si sono accordate nel destinare 3.500 milioni di euro per combattere la disoccupazione giovanile attraverso il Piano strategico per l’apprendimento e il lavoro composto da 100 misure.
E’ evidente che il problema inizia ad inquietare tanto la Spagna come l’Europa. L’insostenibilità di questa situazione nel breve termine ha obbligato i dirigenti politici a riflettere e a mettere al centro misure per la riduzione dei livelli di disoccupazione giovanile, che, secondo Eurostat, è arrivata nel 2012 al 23,7% in Europa e il 57% in Spagna.
Ma, disgraziatamente, né con le ultime riforme del lavoro, né con il pacchetto di misure che ora si vogliono attuare si raggiungerà la tanto desiderata pietra filosofale. Se è certo che il tasso di disoccupazione è esploso man mano che si è sviluppata la crisi, la situazione lavorativa che presenta la Spagna è lontana dall’essere un problema congiunturale. L’insieme di fattori politici, sociali, storici e economico-produttivi che hanno determinato l’attuale mercato del lavoro, mostrano la complessità e il carattere strutturale della suddetta problematica, il che a sua volta obbliga a visualizzarla in uno spazio temporale che va oltre la crisi.
Se torniamo agli anni ’90, la disoccupazione totale, giovanile e non, raggiungeva allora un tasso esorbitante e molto superiore alla media Ue (tabella).
Col modello di crescita che iniziò a nascere durante gli anni ’90, la Spagna raggiunse il successo di un tasso di crescita economica e assorbì gran parte della popolazione senza lavoro. Nonostante questo, l’ubriacatura di queste esemplari statistiche sembrava ovviare al fatto che la realtà lavorativa si stesse configurando sulla base di una debole struttura economica e sociale, con alti tassi di disoccupazione addirittura negli anni di maggiore crescita e politiche di lavoro che hanno deteriorato le condizioni di lavoro e di vita.
La deregulation lavorativa permanente è sfociata in una precarizzazione e peggioramento della qualità del lavoro. La temporaneità si è stabilita come forma contrattuale abituale molto al di sopra della promessa europea. Sono cresciuti anche i contratti part-time che, descritti allora come una relazione lavorativa volontaria per favorire la conciliazione della vita professionale con quella familiare, ha dato luogo a soluzioni non volontarie e è diventata fonte di segregazione lavorativa tra uomini e donne, visto che sono state queste ultime le uniche ad usufruire della maggior parte di contratti di questo tipo.
Allo stesso modo, si sono estese altre forme di precarizzazione attraverso i contratti a turno, a ore, socialmente sfavorevoli e l’incremento di ore extra, che hanno presupposto un deterioramento della vita professionale e personale della popolazione.
Le politiche e le strategie promosse hanno seguito una tendenza globale fino alla flessibilizzazione del mercato del lavoro e hanno creato un importante cambiamento nella correlazione tra forze nella negoziazione tra capitale e lavoro, che si è riflesso a sua volta nel crollo dei redditi da salario sul Pil. Politiche ispirate a “rigorosi” modelli che difendono matematicamente il fatto che la riduzione della disoccupazione si ottiene soltanto con la riduzione de: 1) la negoziazione collettiva; 2) la protezione del lavoro; 3) i salari minimi e 4) la prestazione di disoccupazione, o altrimenti, raggiungendo un equilibrio rivedendo al ribasso i salari.
Partendo da questi presupposti si sono avallate le numerose riforme e decreti sul lavoro come verità inconfutabili, quando non esistono fondamenti che provino una relazione diretta tra minori salari e diritti del lavoro con maggiore creazione di lavoro. In questo senso alcuni studi mostrano che non esiste correlazione alcuna tra disoccupazione e rigidità/flessibilità lavorativa.
Aggrappati alla necessità di “modernizzare” e far convergere la struttura del mercato del lavoro verso quella dei nostri vicini europei, le distinte riforme della legislazione del lavoro hanno ripetuto sistematicamente misure collettive, la precarizzazione delle forme contrattuali e l’instabilità dei sussidi per disoccupazione. Un aggregato di politiche che né sono isolate né nascono alla luce delle ultime riforme del lavoro, ma che formano parte di un largo processo di ristrutturazione in cui il consumo ha potuto mantenersi con l’indebitamento, che ha supplito alle insufficienti retribuzioni salariali.
Le conseguenze di questo piano mostrano un panorama desolante per la popolazione giovane. Più di una generazione, con un alto livello di specializzazione, si sta vedendo toccata dalla disoccupazione di lunga durata (40% dei giovani disoccupati nel 2012) e dall’incapacità di raggiungere l’indipendenza economica a causa dell’instabilità contrattuale e i bassi salari. Una situazione che ha reso più profonda la disuguaglianza e la povertà (più del 32% dei giovani nel 2012) oltre ad obbligare quasi 400mila giovani ad emigrare davanti alla mancanza di opportunità (e non per spirito d’avventura).
Davanti ad una situazione così complessa, i meccanismi programmati per combattere la disoccupazione, e specialmente la disoccupazione giovanile, non sono nient’altro che toppe. La gravità della situazione, oltre a toccare la vita di questo gruppo, avrà conseguenze presenti e future sull’economia del paese (sostenibilità del sistema di pensioni, fuga dei cervelli, povertà, disuguaglianza…).
Continuare su questa strada, senza considerare il fatto che la disoccupazione strutturale in Spagna è strettamente relazionata con il modello di crescita, il sistema produttivo e d’impresa, renderà solo più profonda la ferita al posto di curarla. Nonostante tutto, ai giovani non resta che crearsi il futuro, nonostante i saggi cialtroni del presente.
di Mariu Ruiz-Gálvez Juzgado: Ricercatrice del Gruppo Economia Politica della Mondializzazione e membro di Econonuestra
(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)

giovedì 22 novembre 2012

Rassegna Stampa: La Stampa



“L’austerità funziona male 
La pagano i giovani e i poveri 
E i debiti aumentano comunque”

di Tonia Mastrobuoni
 
L’ austerità sta chiedendo un prezzo troppo alto ai giovani e alle fasce più indifese della popolazione. Soprattutto, è fondata su dati sbagliati, contraddetti da una recessione più pesante del previsto. È ora di cambiare, secondo il direttore generale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo), Guy Ryder. Occorre abbandonare l’approccio «ideologico» adottato ad oggi in Europa nei confronti della Grecia e di altri Paesi. Altrimenti l’austerità «non farà che peggiorare la situazione».

L’austerità ha fallito?

«Sappiamo che è indispensabile abbassare i deficit e i debiti e rendere sostenibili i conti pubblici. Ma il primo problema è il ritmo. L’evidenza dimostra che gli effetti dei risanamenti, a causa dei cosiddetti moltiplicatori, sono stati molto più pesanti del previsto, molto peggiori di quanto i politici europei potessero immaginare».

Lo ha riconosciuto il Fmi, che fa parte della trojka. È il motivo per cui Lagarde dice che 2 anni in più non bastano, che bisogna tagliare il debito greco.

«Esatto, il Fmi l’ha capito. Oggi siamo dinanzi alla certezza che le politiche economiche sono eccessive e stanno aggravando la recessione. Soprattutto: il debito sta aumentando ovunque, anzitutto in Grecia. Quindi, dobbiamo riconoscere che finora abbiamo avuto un approccio ideologico e dobbiamo tornare a un modo di pensare più razionale».

Oltre ai debiti, aumenta anche la disoccupazione.

«La vera questione è: c’è stata una distribuzione equa dei sacrifici? Io penso di no. Stando ad indicatori come il crollo dei consumi o la disoccupazione in aumento, il peso è ricaduto soprattutto sui deboli: i pensionati, i giovani. Tra l’altro, vorrei far notare che, contrariamente a quel che si crede, quella giovanile non riguarda soltanto i Paesi del Sud Europa».

Tuttavia le cifre che riguardano la Spagna e la Grecia fanno impressione: oltre il 50% dei giovani è senza lavoro.

«Le nostre stime ci dicono che nel mondo ci sono ormai 200 milioni di disoccupati, il 6% della popolazione attiva. Per i giovani la percentuale è doppia, è il 12%. Quello cui si assiste in Spagna o in Grecia, con tasso al di sopra del 50% è terribile, ma non inusuale».

Cosa bisogna fare?

«Prendere esempio dai paesi virtuosi. Il più ovvio è la Germania, dove la disoccupazione giovanile è solo del 2% più alta di quella media. Lì aiuta il sistema educativo duale, c’è un legame stretto tra il lavoro e l’educazione. Quello che voglio dire è che si possono fare politiche mirate per i giovani. Anzi, è indispensabile. È dimostrato ormai che se un giovane rimane fuori dal lavoro per un anno, le conseguenze sono molto negative per il resto della sua vita. Quando parliamo di una generazione perduta, non è soltanto uno slogan».

La flexicurity alla danese può aiutare?

«È un dibattito vecchio. Per molti versi la flexicurity funziona solo in Danimarca: richiede un livello di tassazione altissimo, insostenibile in altri paesi. Non tutte le buone idee sono esportabili. Nello specifico, non penso che sia applicabile in Italia. D’altro canto, voglio dire con forza che non si può pensare di discutere del lavoro sempre e solo abbassando le tutele. Cerchiamo di imparare dai paesi che hanno statistiche e condizioni di lavoro virtuose come la Germania o i Paesi scandinavi. Servono istituzioni forti per il lavoro, collocamento, formazione, apprendistato. Ma anche un dialogo sociale forte».

L’Ocse e la Banca d’Italia parlano di un mercato del lavoro italiano “duale», spaccato tra ipertutelati e non.

«È molto pericoloso creare un mercato duale come in Italia con un segmento della popolazione ben protetto e una fetta enorme che ha tutele troppo scarse. In Spagna, il motivo per cui il tasso di disoccupazione si è impennato quando è esplosa la crisi, è che il 40% della forza lavoro era precaria. In Germania c’è stato, al contrario, il tentativo di proteggere i lavoratori, ad esempio con la Kurzarbeit, la settimana corta. Ha funzionato. La soluzione della crisi non è aumentare l’insicurezza nel mercato del lavoro. Hollande ha detto che il contratto a tempo indeterminato deve diventare quello prevalente. Certo, bisogna deciderne il grado di flessibilità, ma sono d’accordo con lui».


La Stampa 21.11.2012



martedì 26 giugno 2012

Mobilitazione Nazionale 27 giugno 2012




Mercoledì alla Camera dei Deputati il Governo imporrà il voto di fiducia sulla legge di “riforma” del mercato del lavoro nonostante le lavoratrici e i lavoratori italiani, con la Fiom e la Cgil, giudichino questa legge sbagliata e controproducente perché:
  • NON COMBATTE DAVVERO LA PRECARIETÀ, specie dei giovani, perché mantiene tutte le tipologie precarie care alla politica liberista dei Governi Berlusconi;
  • NON ESTENDE A TUTTI LE TUTELE in caso di perdita del lavoro, anzi riduce la durata dei sussidi (chi andava in mobilità aveva fino a 36 mesi di sostegno, con la nuova legge ne avrà solo 18) e non li estende a chi oggi ne è escluso.
  • L'UNICO EFFETTO E' L'ATTACCO AI DIRITTI delle lavoratrici e di lavoratori, a cominciare dalla modifica dell'art.18, che mira a sostituire il reintegro del lavoratore ingiustamente lincienziato con un mancia economica

CON QUESTA LEGGE LA CRISI PROSEGUE E MINACCIA DI PROVOCARE ULTERIORI DRAMMI PER I GIOVANI, LE DONNE, I LAVORATORI ANZIANI E IL MEZZOGIORNO, A PARTIRE DAI LAVORATORI CHE RISCHIANO DI RIMANERE SENZA MOBILITA’ E SENZA PENSIONE A CAUSA DELLA INGIUSTA E FRETTOLOSA RIFORMA DELLE PENSIONI .

LA FIOM E LA CGIL CONTINUERANNO CON LE LAVORATRICI E I LAVORATORI LA LOTTA
  • PER UN VERO CONTRASTO ALLA PRECARIETÀ DEL LAVORO
  • PER ESTENDERE A TUTTE E TUTTI GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI
  • PER UN'OCCUPAZIONE STABILE E TUTELATA
  • PER ESTENDERE LE TUTELE DELL’ART. 18 CONTRO I LICENZIAMENTI ILLEGITTIMI
  • PER UN PIANO DI CRESCITA DEL PAESE CHE PROMUOVA BUONA OCCUPAZIONE.





giovedì 21 giugno 2012

Rassegna Stampa: Marcelli su Il Fatto Quotidiano


I diritti del lavoro e il doppio tuffo nella miseria 



Secondo i più avvertiti esponenti del pensiero economico, tra le cause di fondo dell’attuale devastante crisi che stiamo vivendo c’è proprio la compressione dei livelli di vita della maggioranza della società a livello mondiale, la cosiddetta deflazione salariale. Ciò comporta tra l’altro che le sciagurate ricette applicate dal potere finanziario e dalle sue istituzioni rappresentative (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca centrale europea), lungi dal delineare una qualche praticabile soluzione alla crisi, mediante la cosiddetta mitica “crescita”, stanno portando al suo aggravamento, con l’infilarsi di tutti i Paesi nel tunnel senza uscita della recessione e del double dip (il “doppio tuffo” nel vortice senza fondo della disoccupazione e della miseria).
Nel mio piccolo, pur non essendo un esponente del pensiero economico, avevo indicato tale problematica come decisiva, unitamente a quella della perdita di controllo sui mercati finanziari, nel corso XVII Congresso dell’Associazione internazionale dei giuristi democratici svoltosi ad Hanoi dal 6 al 10 giugno 2009 e in particolare nella mia introduzione ai lavori della IV Commissione sulla globalizzazione e i diritti economici, sociali e culturali, che presiedevo.
Ciò è confermato dalla drammatica situazione che stiamo vivendo. L’impossibilità della gente, anche negli “avanzati” Paesi europei, di condurre una vita degna e di soddisfare i più elementari diritti fondamentali di ordine economico, sociale e culturale, ma anche civile e politico, strettamente connessi con i primi come rilevato dalla Conferenza di Vienna sui diritti umani del 1993, produce una spirale deflattiva e precipita l’insieme dell’economia nella crisi.
Diritti umani e rilancio economico, come affermato da studiosi come Vandana Shiva e Amartya Sen, non sono affatto antitetici, ma assolutamente complementari e sinergici.


Rassegna Stampa: Il fatto quotidiano


Autogrill, licenziamenti definitivi. 
E introduce i contratti a tempo di 15 giorni 

Autogrill manda a casa definitivamente i suoi dipendenti. Dopo una trattativa di oltre due mesi, dal primo maggio – amara ironia della sorte – i 24 lavoratori del Burger King di Bologna (marchio in concessione di Autogrill spa), rimarranno a casa. Stessa sorte per i 46 dipendenti di Roma, 7 di Milano, e 3 lavoratrici di Livorno. Niente ricollocamento e niente cassa integrazione per nessuno di loro. Questo è quello che emerge dalle singole trattative di salvataggio: “I lavoratori, su decisione di Autogrill, non verranno né ricollocati, né gli verrà dato alcun tipo di opportunità”, spiega Fabio Fois, Filcams Cgil Bologna.
Gestione che era valsa all’imprenditore Luciano Benetton il boicottaggio dei prodotti. Autogrill spa, controllata al 59,3% dalla famiglia Benetton tramite la finanziaria Edizioni srl (ma nelle mani del gruppo fin dalla sua privatizzazione nel 1995), oltre al fast food in questione gestisce la concessione di marchi americani come Starbucks o Pizza Hut, e possiede catene di ristoranti come “Spizzico”, solo per fare gli esempi più noti, con più di 5.300 punti vendita in oltre 1.200 località (sono undici i locali presenti nella Provincia di Bologna). “Per una società che ha oltre 10mila dipendenti sul territorio nazionale, un atteggiamento del genere è molto grave”, dichiara il rappresentante sindacale. Come mai, l’azienda di food&beverage e duty-free che gestisce un impero dal fatturato di 5,84 miliardi l’anno (4 dei quali provenienti proprio dal settore della ristorazione), e un utile netto di 126,3 milioni non è riuscita a ricollocare meno di 100 dipendenti? “L’abbiamo chiesto ripetutamente. Non c’era mai capitata un’atteggiamento di ostilità a questo livello. Tenendo conto che lo stesso lo stanno vivendo a Roma e a Milano”, aggiunge il sindacalista.

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mercoledì 4 aprile 2012

CGIL Torino: precarietà - si può fare di più e meglio



PRECARIETA’
SI PUO’ FARE DI PIU’ E MEGLIO

Il documento presentato dal Governo sulle modifiche ai rapporti di lavoro precari presenta novità interessanti frutto di una decisa azione sindacale, ma non sufficientia contrastare a fondo la permanenza nella precarietà di centinaia di migliaia di persone. In sintesi:

RAPPORTI DI LAVORO CON APPLICAZIONE DEI C.C.N.L.

Contratti a termine: aumentano i costi di utilizzo, vengono aumentati i periodi di intervallo tra un contratto a termine e l’altro, si considerano nei 36 mesi massimi di utilizzo anche i periodi di somministrazione, aumentano i termini per impugnazioni legali.
Queste misure positive vengono però annacquate dall’eliminazione delle causali per il 1° contratto e dalla non introduzione del diritto di precedenza per eventuali nuovi contratti.

Somministrazione: eliminazione della possibilità di sottopagare i lavoratori ma liberalizzazione dell’utilizzo della somministrazione a termine.

Apprendistato e contratto di inserimento: aggiustamenti normativi, previsione durata minima e % stabilizzazione (apprendistato) e finalizzazione delle agevolazioni su ultra cinquantenni (c. di inserimento).

Part time: diritto di ripensamento del lavoratore in presenza di clausole elastiche e flessibili.

Lavoro e chiamata: non c’è l’abolizione come richiesto dal Sindacato ma norme che ne permettono il contrasto per via contrattuale.

RAPPORTI DI LAVORO SENZA APPLICAZIONE DEI C.C.N.L.

Contratto a progetto: riduzione delle possibilità di ricorso a questo rapporto di lavoro e aumento dei contributi, ma manca il livello minimo retributivo con il forte rischio che a pagare siano i lavoratori.

Partite IVA: parametri definiti per stabilire la “genuinità” del lavoro con partita Iva. Non si affronta il tema della previdenza, delle repressioni e degli abusi.

Associazioni in partecipazione: ammesse solo per famigliari di 1° grado.

Lavoro e vouchers : riduzione delle possibilità di utilizzo e introduzione del valore orario di lavoro.

Stages e tirocini: tentativo di ricondurre lo stage esclusivamente all’interno dei percorsi formativi.

Questa breve sintesi dimostra come i passi avanti fatti su alcune tipologie contrattuali debbano essere completati e modificati per poterli considerare un primo intervento efficace contro la precarietà. Inoltre non vi è alcuna soluzione per migliaia di precari che lavorano per la pubblica amministrazione e per la scuola.

MOBILITIAMOCI PER MIGLIORARE LE NORME E CONTRASTARE LA PRECARIETA’


CGIL: Il lavoro non è una merce


IL LAVORO NON E' UNA MERCE


E’ NECESSARIO CHE IL PAESE TORNI A CRESCERE

L’Italia è in recessione, il PIL si riduce, le retribuzioni reali calano, le buste paga si assottigliano per lavoratori e pensionati. Il Paese ha bisogno di crescere. Il rigore è necessario ma senza crescita il rigore non salverà l’equilibrio dei conti pubblici. Intanto i consumi calano, le tasse schiacciano il reddito dei lavoratori e pensionati e i tagli agli Enti Locali mettono in discussione i servizi e il welfare scaricando disagi e costi sulle famiglie e i più deboli. Le diseguaglianze aumentano mentre i grandi redditi e i grandi patrimoni non vengono toccati.
L’Europa e l’Italia devono cambiare politica economica e tornare a crescere e produrre lavoro.

LA VERA PRIORITA’ E’ IL LAVORO: QUELLO CHE MANCA O SI RISCHIA DI PERDERE

La disoccupazione è in aumento, le donne e i giovani sono tenuti fuori dal mercato del lavoro o costretti a un lungo e umiliante precariato. Le crisi aziendali fanno perdere lavoro ai cinquantenni che difficilmente potranno ritrovarlo, mentre dopo gli interventi del Governo, la pensione è sempre più lontana e irraggiungibile. Anche per questo per la CGIL il problema delle pensioni non è chiuso. Il 2012, dopo 4 anni di crisi, rischia di essere un anno ancora più difficile di quelli che abbiamo alle spalle. Il rischio di migliaia di licenziamenti senza una ipotesi di ripresa produttiva, si fa sempre più concreto.


LA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO VA MIGLIORATA

Il governo ha proposto una riforma del mercato del lavoro che va nella direzione giusta di ridurre la precarietà ed estendere gli ammortizzatori ma fa solo primi timidi passi.
Vanno consolidate e migliorate le norme sulla precarietà, a partire dalle norme sui CO.CO.PRO., sul contratto a termine, sul lavoro a chiamata. Rimane senza soluzione il tema precarietà di centinaia di precari nel pubblico impiego e nella scuola.
Gli ammortizzatori devono riguardare tutti i settori e tutte le forme di lavoro, senza ridurre le coperture delle lavoratrici e dei lavoratori ultracinquantenni.
Deve essere data subito una soluzione a coloro che sono senza lavoro e senza pensione.
Il Parlamento ha il diritto-dovere di migliorarla e consolidarla. I giovani, le donne, coloro che perderanno lavoro, vanno sostenuti da politiche esplicite di avviamento e riqualificazione.

IL LAVORO NON PUO’ ESSERE USA E GETTA

Il Governo propone una riforma inaccettabile dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Secondo la riforma un lavoratore licenziato ingiustamente dall’impresa per motivi economici infondati non ha diritto di tornare a lavorare. Questa norma aprirà un’ondata di licenziamenti ingiusti nelle imprese. E’ necessario che il giudice possa reintegrare il lavoratore licenziato ingiustamente. E’ necessario che il Parlamento reintroduca il diritto al reintegro nella legge come elemento di civiltà e forma deterrente per scongiurare licenziamenti ingiusti.

aprile 2012


FIOM Torino: le balle sulla riforma del lavoro



LE BALLE SULLA RIFORMA DEL LAVORO



Alcuni organi di informazione, per far digerire la pillola delle modifiche peggiorative alle attuali tutele, ci vendono che la riforma del lavoro riduce i diritti dei lavoratori “garantiti” per estendere le tutele a tutti …



QUESTO È FALSO PERCHÉ:

  • NON E’ VERO CHE LA RIFORMA ESTENDE IL REINTEGRO IN CASO DI LICENZIAMENTO DISCRIMINATORIO ALLE IMPRESE SOTTO I 16 DIPENDENTI: infatti questo è già previsto dall’art. 3 della legge 108/1990, che dispone: “Il licenziamento determinato da ragioni discriminatorie (…) è nullo indipendentemente dalla motivazione addotta e comporta, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro, le conseguenze previste dall’art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300”.
  • NON E’ VERO CHE LA RIFORMA TRASFORMA I CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO IN CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO DOPO 36 MESI: infatti questo è già disciplinato dall’art. 5 comma 4 bis del D.lgs. 368/2001, che recita: “qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto ed un altro, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato”.
  • NON E’ VERO CHE LA RIFORMA GARANTISCE ASSISTENZA ECONOMICA A TUTTI: infatti tra riforma delle pensioni e progetto di riforma del lavoro circa 350.000 lavoratrici e lavoratori in mobilità verso la pensione - se non ci saranno modifiche concrete e urgenti - vedranno scadere gli ammortizzatori sociali senza poter agganciare la pensione come invece era previsto al momento in cui hanno lasciato il lavoro. Anche chi nel corso della vita lavorativa ha cambiato lavoro (e ente previdenziale) per andare in pensione dovrà pagare cifre enormi per la ricongiunzione onerosa o attendere per anni i requisiti di vecchiaia.
  • NON E’ VERO CHE LA RIFORMA RIDUCE LA PRECARIETA’: infatti non vengono cancellate gran parte delle 46 tipologie contrattuali introdotte dal ministro Maroni nel 2003, l’aumento del costo per i contratti a termine lo pagano solo i lavoratori precari e, inoltre, l’assegno di disoccupazione non c’è per almeno 1.000.000 di lavoratori falsamente autonomi (in realtà dipendenti precari a progetto e con partita iva).
  • NON E’ VERO CHE MODIFICARE L’ART. 18 AUMENTA L’OCCUPAZIONE: infatti sostituire il reintegro del lavoratore licenziato con il pagamento di una somma in denaro rischia di produrre una ondata di licenziamenti “per ragioni economiche” dei lavoratori cinquantenni (più costosi e lontani dalla pensione) da sostituire con precari (più economici e ricattabili) ... Ovviamente tutti i licenziamenti saranno “per ragioni economiche” e non vale nulla la foglia di fico per cui il lavoratore può avere il reintegro se dimostra (??) che in realtà è stato licenziato per ragioni disciplinari o discriminatorie. E inoltre, perché se il giudice dichiara nullo un licenziamento discriminatorio/disciplinare il lavoratore viene reintegrato mentre se dichiara nullo il licenziamento economico ha diritto solo ai soldi? Così, utilizzando la crisi, si vogliono estendere a tutti la precarietà del lavoro e il ricatto sui diritti.

LA VERA RIFORMA CHE SERVE AL PAESE: 
  • ESTENDERE L’ART. 18 E LE TUTELE A TUTTI I LAVORATORI 
  • ESTENDERE GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI A TUTTI 
  • CANCELLARE LA PRECARIETA’ ED ESTENDERE I DIRITTI 
  • TASSARE LA FINANZA E I GRANDI PATRIMONI 
  • INVESTIRE SU GIOVANI, FORMAZIONE E LAVORO DI QUALITA’


venerdì 30 marzo 2012

FIOM: Comitato Centrale del 19 marzo 2012

 
 Federazione Impiegati Operai Metallurgici nazionale 




 
Comitato centrale Fiom-Cgil
19 marzo 2012

Documento finale

La riuscita dello sciopero generale e la straordinaria partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici alla manifestazione nazionale del 9 marzo 2012, conferma la richiesta di un cambiamento delle politiche economiche e sociali fin qui perseguite dal Governo e dalla Confindustria e rappresenta le ragioni per proseguire nel contrasto delle scelte della Fiat e di Federmeccanica al fine di affermare la libertà e la democrazia nei luoghi di lavoro e riconquistare un vero Contratto nazionale.

La vera priorità del paese, economica, sociale e politica, è la riunificazione e l'estensione dei diritti e della tutela universale nel lavoro, la difesa dell'occupazione, il superamento della precarietà e la costituzione di nuovi posti di lavoro.

Il Comitato centrale giudica negativamente le proposte avanzate dal Governo in materia di mercato del lavoro perché:

  • non cancella le tante forme di lavoro precario che hanno svuotato di significato il Contratto a tempo indeterminato e fatto dell'Italia il paese più precario d'Europa;
  • cancella la Cig per cessazione di attività e la mobilità proponendo un modello di ammortizzatori che nei fatti riduce complessivamente le tutele, non determina una reale universalità nel sostegno al reddito, si fonda su un sistema puramente assicurativo e non prevede alcun intervento a carico della fiscalità generale;
  • smantella, in modo inaccettabile, il diritto al reintegro previsto dall'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori in caso di licenziamento senza giusta causa e apre, quindi, alla libertà di licenziamento.

Il Comitato centrale giudica le proposte finora avanzate dal Governo sul mercato del lavoro, conseguenza della logica che ha ispirato l'intervento sbagliato e inaccettabile effettuato sulle pensioni, che indica un obiettivo di superamento di un modello sociale solidaristico.

Il Comitato centrale riafferma la necessità di un'intesa che riduca realmente la precarietà, cancellando forme di lavoro indecenti quali ad esempio il lavoro a chiamata e le finte collaborazioni, che estenda realmente e universalmente gli ammortizzatori sociali a tutte le forma di lavoro e a tutte le tipologie d'impresa e che sperimenti forme di reddito di cittadinanza.

Occorre garantire l'accesso alla pensione per tutte le persone coinvolte in accordi di ristrutturazione e di crisi e ripristinare la legge che impedisce le dimissioni in bianco.

Il Comitato centrale respinge ogni manomissione all'articolo 18, del resto affermato anche dal documento del Direttivo nazionale della Cgil del 27 febbraio e riconferma quale unica disponibilità al confronto la proposta per una riduzione dei tempi dei processi.

A sostegno di tutto ciò, in coerenza e in continuità con le ragioni dello sciopero generale del 9 marzo e della mobilitazione già in corso in queste ore, il Comitato centrale proclama a partire da martedì 20 marzo almeno 2 ore di sciopero da effettuarsi in tutti i luoghi di lavoro, con modalità decise dalle Rsu e dalle strutture territoriali.

Il Comitato centrale ritiene necessario che qualsiasi ipotesi di accordo dovesse essere raggiunta, sia approvata e sia sottoposta al voto referendario, vincolante, di tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori coinvolti, con modalità che consentano una precisa informazione e una trasparente e democratica certificazione della volontà delle persone coinvolte, compreso i giovani e i precari.

Il Comitato centrale considera inaccettabile il tentativo della Fim, della Uilm e di Federmeccanica di escludere la Fiom dall'1/3 nelle elezioni delle Rsu, in quanto in violazione delle norme di ultrattività del Ccnl 2008, dell'Accordo interconfederale del giugno 2011 e delle più normali regole di democrazia e di rappresentanza.

Il Comitato centrale dà mandato alla Segreteria nazionale di convocare nel mese di aprile l'Assemblea nazionale per definire le iniziative più opportune per la riconquista del Ccnl sulla base della Piattaforma votata e presentata alle nostre controparti.

Approvato all'unanimità

sabato 10 marzo 2012

CGIL: giovani non + disposti a tutto - Flexsecurity = Fregaturity

Si parla di una riforma del lavoro per i giovani.
Di contratti unici. Di introdurre la flexsecurity.
Ma per adesso all’orizzonte vediamo solo...
F R E G A T U R I T Y !

"IN NOME DEI GIOVANI"
Il Presidente Monti ha più volte detto che i veri interlocutori di questa riforma sono i giovani, ma la verità è che giovani e precari sono uno specchietto per le allodole.
Servono a giustificare l'ideologia della flessibilità, che ancora una volta viene proposta come soluzione a tutti i mali e che aveva bisogno di un bel restyling: infatti è sotto gli occhi di tutti che un trentennio di flessibilizzazione selvaggia ha creato solo nuovadisoccupazione, povertà e depressione.

"TOGLIERE AI PADRI PER DARE AI FIGLI"
E' il principio che hanno sbandierato con la riforma delle pensioni Il risultato è noto:
l'allungamento dell'età pensionabile non solo colpisce chi ha lavorato una vita, ma blocca l'accesso a chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro. Non solo. Dietro alla retorica dei Ministri si nasconde un nulla di fatto: non è stato speso 1 euro per garantire pensioni dignitose ai giovani. Che continuano a rischiare un futuro previdenziale a tinte fosche.

"IL GOVERNO COMBATTE LA FLESSIBILITA’ CATTIVA"
Il Governo dice di voler combattere la flessibilità cattiva. Eppure non è affatto chiaro se saranno eliminate o quantomeno ridotte le 46 tipologie contrattuali precarie esistenti.
Anzi! Nel frattempo, nel decreto liberalizzazioni, invece di combattere la precarietà il Governo fa l'esatto contrario: alimenta l’abuso del lavoro interinale e sotto-pagato.
Inoltre elimina l'equo compenso per i praticanti.
Altro che pagare di più il lavoro precario!

"WELFARE PER TUTTI"
Questa è forse la bufala più grossa (e più amara) per chi il welfare se lo sogna la notte e quando scade il contratto rimane senza soldi. Il Ministro del Welfare appena insediata ha annunciato di essere a favore del reddito minimo garantito e ora non passa giorno che non dichiari di voler estendere anche ai precari gli ammortizzatori sociali. Volontà nobilissima. Eppure le risorse non si vogliono trovare, tant'è che il Ministro vorrebbe una riforma a costo sottozero. Come?Ridimensionando la cassa integrazione straordinaria e con una proposta così tecnica da non essere immediatamente chiara a tutti:si riducono i contributi figurativi, ovvero quei contributi pensionistici che vengono versati a coloro che fruiscono degli ammortizzatori sociali e che servono per la continuità dei versamenti e quindi una pensione “piena” a fine carriera.

"L’ARTICOLO 18 FRENA LO SVILUPPO"
Ci dicono che le aziende del nostro paese non crescono per colpa dell'art 18. Ma l'articolo 18 non si applica alle aziende al di sotto dei 15 dipendenti e il 95% delle aziende italiane ne ha meno di 10 . Pare proprio che il loro problema non sia l'art 18.Ci dicono che l'art 18 prevede che non si possa licenziare. FALSO! In questo paese si licenzia eccome, purtroppo.
L'art 18 è un diritto che prevede la reintegra in caso di licenziamento illegittimo (ingiustificato e discriminatorio). Forse si vuole licenziare i dipendenti “poco graditi” a piacimento? La modifica dell'articolo 18 è quindi un'arma di distrazione di massa per non affrontare i veri problemi (politica industriale, innovazione, investimenti per lo sviluppo).
Ma è anche un'arma ideologica, la stessa scusa con cui ci hanno propinato i contratti precari e il risultato è stato la disoccupazione giovanile ai massimi storici.
Sarà che qualcuno vuole perseverare?

ECCO COSA
BISOGNA
FARE
(SENZA FREGATURE!)

RIDURRE LE TIPOLOGIE CONTRATTUALI
Esistono 46 tipologie contrattuali. Molte di esse sono forme di lavoro usa e getta, nascondono sfruttamento legalizzato e quindi vanno abolite.

UN CONTRATTO VERO DI FORMAZIONE E ACCESSO AL LAVORO
L'apprendistato deve essere privilegiato quale contratto di accesso al lavoro.
La formazione in apprendistato però deve essere reale e certificabile.
La durata del periodo di formazione deve corrispondere al tipo di attività lavorativa, deve essere incentivata fortemente la stabilizzazione ed impedito l'utilizzo continuo di apprendisti senza che vi sia un effettivo inserimento.

IMPEDIRE GLI ABUSI DI CONTRATTI A TERMINI, COLLABORAZIONI, PARTITE IVA, STAGE.
Il lavoro a termine dovrebbe essere un'eccezione per specifiche esigenze e invece è diventato la norma. Questo fenomeno va contrastato e disincentivato attraverso l'aumento del costo per il datore di lavoro. Infatti in molti casi siamo in presenza di contratti sottocosto ottenuto attraverso finto lavoro autonomo (collaborazioni e partite iva). Servono regole chiare che impediscano gli abusi e controlli per verificare la loro corretta applicazione. Il lavoro autonomo, quello genuino, deve costare di più ed essere pagato di più a compensazione del rischio che si assume il collaboratore. Gli stage devono essere occasioni di formazione e non lavoro mascherato. Per questo devono svolgersi esclusivamente durante i percorsi scolastici e universitari o entro 6 mesi dal termine di essi.

GARANTIRE LA CONTINUITA’ DI REDDITO, ESTENDERE LE TUTELE
Le tutele per la maternità/paternità e la malattia devono essere universali e garantite a tutte le tipologie di lavoro. Bisogna estendere l'indennità di disoccupazione a coloro che attualmente ne sono esclusi.

CREARE LAVORO E LIBERARE I GIOVANI
Cancellare la precarietà non basta. Bisogna sconfiggere la recessione con investimenti mirati nei settori ad alto contenuto innovativo e di ecosostenibilità al fine di orientare il nostro modello di sviluppo e creare lavoro, in particolare per i giovani. Bisogna infatti mettere fine allo spreco di una generazione che è costretta a fuggire all'estero per vedere valorizzate le proprie competenze.
Infine tutti devono avere diritto alla formazione e bisogna garantire una rete di servizi all'impiego pubblici in grado di sostenere e orientare chi cerca lavoro e chi lo perde.

giovedì 29 settembre 2011

CGIL Torino: precarietà del lavoro delle donne



Martedì 4 ottobre 2011
ore 20,45
Salone dell'Antico Macello da Po, via M. Pescatore n° 7


PRECARIETA’ DEL LAVORO DELLE DONNE E POLITICHE DELL’UNIONE EUROPEA



Gli impieghi atipici hanno visto un trend costantemente in crescita in Europa negli ultimi 15 anni.
La sovra rappresentazione delle donne nei lavori precari costituisce un fattore chiave che concorre al “gender gap”, nella retribuzione, nelle disuguaglianze rispetto ai diritti di sicurezza sociale, nella carriera e nella pensione, ostacola le scelte di maternità, mette a rischio l’indipendenza economica e la stessa occupazione femminile.
 
Spesso questi impieghi atipici non costituiscono un passaggio verso l’assunzione a tempo indeterminato, ma rappresentano una trappola attraverso cui si rimane costretti in una catena di lavori precari con l’alto rischio, specie per le donne, di essere definitivamente esclusi dal mercato del lavoro.
 
La grande prevalenza di donne tra i lavoratori atipici e precari si è determinata ad onta della legislazione antidiscriminatoria e del rilevante impegno delle Istituzioni europee nelle politiche di pari opportunità in ambito occupazionale.

Come si presenta l’attuale situazione nei vari paesi UE? Quali le politiche comunitarie per delineare una controtendenza? Quali le prospettive per il futuro?

L’incontro costituisce un’occasione per discuterne con MARIAGRAZIA ROSSILLI, esperta di diritto e politiche comunitarie concernenti l’uguaglianza di genere - Università Roma Tre.

Ne discutono:
Roberta DHO, Giornalista
Adriana LUCIANO, Dipartimento di Scienze Sociali – Università di Torino (da confermare )
Amelia ANDREASI, Presidente rete C.O.R.A.
Laura SEIDITA, Segretaria CGIL PIEMONTE



INFO: 011 83 95 402 segreteria@gramscitorino.it 011 81 20 375 udi-terzomillennio@libero.it

lunedì 18 aprile 2011

Rassegna.it: Tutela lavoratori precari


Il sindacato rilancia la proposta di riforma degli ammortizzatori sociali

Ridurre a quattro le forme di lavoro diverse dal tempo indeterminato, aumentare i costi del lavoro precario per diminuirne il potere attrattivo da parte delle imprese, assunzione dei finti part time e dei finti stage, estensione anche a tutti i giovani precari del sistema attuale degli ammortizzatori sociali. Sono alcune delle proposte che la Cgil rilancia in vista dello sciopero generale del 6 maggio e in relazione alla manifestazione dei precari del 9 aprile.

“E' insopportabile il fatto che ormai l'80% delle nuove assunzioni avvenga attraverso forme di lavoro precario - dice Fulvio Fammoni, segretario confederale con delega ai problemi dell'occupazione - è anche questo un indice di una bassa qualità del sistema produttivo, ma soprattutto è la dimostrazione che il lavoro viene ormai considerato solo come un fattore di costo. Meno costa e meglio è e meno costa e più facile diventa liberarsene”.

La Cgil ha una sua proposta specifica, sia in termini di politiche del lavoro sia in termini di nuovi strumenti di welfare. “Bisogna intervenire contemporaneamente su almeno tre piani - dice il sindacalista della Cgil - sul piano legislativo è necessaria una riduzione del numero delle forme di lavoro che vengono scelte sempre di più in base alla convenienza dei costi (dal lavoro a chiamata, ai vaucher, passando per i falsi stage e le false partite Iva)”.

Secondo il sindacato di Corso d’Italia, sarebbe quindi necessario riportare a 4 le forme di lavoro (con causali precise e percentuali di utilizzo), oltre il tempo indeterminato, sapendo che per quanto riguarda i collaboratori, quando prestano più del 50% della loro attività per un unico committente devono essere assunti a tempo indeterminato. E sapendo anche che il part time sotto un numero minimo di ore diventa comunque lavoro precario.

Il secondo piano su cui intervenire è quello dei costi. “Oggi il lavoro precario - spiega ancora Fammoni - costa meno di quello standard. Deve invece costare di più perché scarica sulle persone e sulla collettività rischi e oneri maggiori”. Il terzo piano di intervento riguarda il welfare da estendere per dare certezze di tutela a tutti i lavoratori. E anche su questo la Cgil ha avanzato una proposta specifica (vedi allegato).

Per realizzare tutti questi obiettivi è necessaria una volontà politica e serve un rilancio del ruolo dei contratti e della contrattazione affinché “il lavoro - conclude Fammoni - non sia considerato più un puro fattore di costo, ma un valore sociale. L'esatto contrario cioè di quello che esiste oggi e di quello che propaganda il governo in carica. Intanto vedo con piacere che anche grazie alla manifestazione dei giovani precari l'assordante silenzio sulla precarietà si è rotto e molti ne parlano, ma non può essere che dal prossimo lunedì torni il silenzio”.

08/04/2011

giovedì 30 dicembre 2010

FIOM: Il Collegato Lavoro cancella i diritti dei precari

IL COLLEGATO LAVORO

CANCELLA IL DIRITTO DEI PRECARI

AD AVERE GIUSTIZIA

FERMIAMOLO!

La nuova legge-truffa, voluta da Sacconi, prevede che tutti coloro che hanno avuto un

CONTRATTO A TERMINE - INTERINALE - PRECARIO

scaduto o interrotto prima del 24 novembre 2010 possano impugnarlo solo entro il
23 gennaio 2011

ALTRIMENTI PERDONO IL DIRITTO.


Si tratta di una vera e propria sanatoria a favore delle aziende che hanno utilizzato in forma illegittima contratti precari al posto di contratti regolari.

I padroni prima hanno avuto un vantaggio economico e adesso la legge li mette anche al riparo da qualsiasi richiesta di stabilizzazione e risarcimento da parte di lavoratrici e lavoratori, che non impugnano entro il 23 gennaio 2011 il contratto scaduto o interrotto.

NON FARTI SCIPPARE
I DIRITTI !


IMPUGNA SUBITO IL CONTRATTO
A TERMINE - INTERINALE - PRECARIO

che mascherava un rapporto di lavoro a tempo indeterminato


I DELEGATI E LE STRUTTURE DELLA FIOM E DELLA CGIL
TI DARANNO TUTTE LE INFORMAZIONI
E TI
SOSTERRANNO NELLA VERTENZA CONTRO L'AZIENDA

mercoledì 2 giugno 2010

FIOM: L'Unionmeccanica-API vuole imporre un'intesa separata


News 11 | 27 maggio 2010
L’UNIONMECCANICA-API
VUOLE IMPORRE UN’INTESA SEPARATA


Al sedicente tavolo negoziale per il rinnovo del CCNL delle imprese metalmeccaniche dell’industria minore, nell’incontro del 21 maggio scorso, la delegazione di Unionmeccanica‐Api ha dichiarato di avere ricevuto il mandato per ricercare un’intesa separata con Fim e Uilm.

Unionmeccanica‐Api ha quindi in modo conclusivo respinto la proposta della Fiom di evitare un’intesa separata attraverso un accordo ponte con il blocco dei licenziamenti.

E’ una scelta grave e illegittima che ignora la mobilitazione e gli scioperi che con successo si stanno svolgendo nei territori e nelle aziende e prefigura il tentativo di voler imporre un accordo di minoranza contrario alla volontà delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici interessati.

Il 3 e 4 giugno 2010 è convocato un nuovo incontro in cui Unionmeccanica, Fim e Uilm tenteranno di realizzare un’intesa separata che assume i contenuti dell’accordo separato interconfederale sul modello contrattuale non firmato dalla Cgil e, alla faccia di qualsiasi traccia di autonomia contrattuale, registra i contenuti dell’intesa separata di Federmeccanica.

Per la Fiom‐Cgil il Ccnl unitario del 25/01/2008 è valido e in vigore fino a tutto il 31/12/2011 e contrasteremo l’applicazione dell’eventuale intesa separata sia sul piano contrattuale che giuridico.

Le lavoratrici ed i lavoratori metalmeccanici hanno bisogno di difendere il loro salario, il loro posto di lavoro e di innovare e qualificare il sistema produttivo ed industriale del Paese.

Invece l’intesa separata che si profila tra Unionmeccanica e Fim e Uilm abbassa il potere d’acquisto dei salari e mette in discussione il sistema dei diritti e tutele che i meccanici si sono conquistati con anni di lotte, e non affronta in alcun modo la grave crisi che sta colpendo le lavoratrici ed i lavoratori e il sistema delle piccole e medie imprese.

L’attacco è anche ai più basilari princìpi di democrazia perché Unionmeccanica vorrebbe applicare a tutti un’intesa separata sottoscritta da sindacati che rappresentano una parte minoritaria nella categoria.

Senza la consultazione e il voto di tutte le lavoratrici e i lavoratori interessati, attraverso un referendum certificato, nessun contratto è legit timo ma è solo un sopruso e un atto autoritario.

CONTRO L’ARROGANZA DI CHI PRATICA GLI ACCORDI SEPARATI
CHE NEGANO I DIRITTI E LA DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO
CONTRO I LICENZIAMENTI E LA PRECARIETÀ
PER UN CONTRATTO UNITARIO
CHE SALVAGUARDI I SALARI E LA DIGNITÀ DEL LAVORO
CONTINUA LA MOBILITAZIONE

giovedì 13 maggio 2010

"Contratti" - spettacolo teatrale sul tema del precariato


Mercoledì 19 e giovedì 20 maggio al Teatro Stabile di Torino – Teatro Gobetti (Via Rossini 8) alle ore 20.45, Contratti, uno spettacolo sul tema del precariato e dell’attuale fragilità del lavoro. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti. Lo spettacolo, realizzato a partire da una ricerca svolta sulla condizione lavorativa ed esistenziale dei trentenni di oggi, ha il patrocinio e il sostegno di Città di Torino, Provincia di Torino, Cgil Piemonte, Cgil/Cisl/Uil Torino e Camera di Commercio di Torino.

INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI.

Per prenotazioni: lanaveeuropa@libero.it

Cliccare sui link per scaricare la presentazione dello spettacolo e la locandina