Scritto da Carlo Manacorda, economista, Università di Torino
Ciò che si poteva immaginare, ora sembra vicino ad accadere: il presidente della Regione Roberto Cota guarda intensamente a Roma sperando di chiudere il 24 febbraio 2013 l’esperienza piemontese. Mettendosi nei suoi panni, non gli si può dare torto.
Non ha più una maggioranza politica: per approvare ogni provvedimento, è costretto (e, sentendo come vanno le cose in casa Pdl, lo sarà sempre di più) ad elemosinare voti, confidando nella bontà non solo di chi gli è rimasto fedele ma anche dell’opposizione (che pare essere rimasta tale solo di nome, e che minaccia “spallate” al governo regionale senza aver alcun interesse a darle preferendo i privilegi di oggi alle incertezze di domani). E’ seduto su una montagna di debiti, della quale neppure conosce l’entità: calcolando sanità e tutto il resto, non si sbaglia pensando che la crescita del debito regionale sia quotidiana. Non riuscendo ad arginarlo, si stanno aggiungendo ai 10 (?), 11 (?), X (?) miliardi altre somme sicuramente non di modesta entità. Considerato che non riesce mai a definire i conti (ad esempio, a far approvare l’assestamento del bilancio 2012, ma così è stato anche per i documenti contabili precedenti, quando c’erano), la sua politica di bilancio – che rappresenta comunque il centro di tutta le gestione - è un optional. Va da sé che, non potendo dare corpo a questa politica, gli annunci di spending review restano comunicazioni di giornata e di facciata. Le casse regionali continuano ad essere vuote e (magari prendendo spunti dai comportamenti del Comune di Torino) si ipotizzano fondi immobiliari e quant’altro pur di avere qualche risorsa aggiuntiva. Il piano socio-sanitario continua ad essere un documento di studio (sembrerebbe neppure troppo scientifico e condiviso). Andando di questo passo, la sua attuazione richiederebbe forse ancora un’altra legislatura. La tanto osannata Città della salute - che doveva essere il fiore all’occhiello della sua amministrazione - di salute ne ha avuta poca; la si deve mettere, definitivamente, in archivio accontentandosi di qualche ristrutturazione di edifici esistenti (chissà quanto è costato ai piemontesi, tra precedenti e attuale amministrazione, questo progetto di cui non si farà più nulla). Se poi si parla di sanità (quella di oggi) in generale, i dispiaceri aumentano: avendo sforato i conti, dal 2013 il Piemonte (con Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Abruzzo, Molise e Lazio) dovrà/potrà mettere le mani in tasca ai piemontesi chiedendo, anticipatamente, la “maggiorazione maggiorata” dell’IRPEF dell’1,1%, anziché solo quella dell’0,50%. La riforma dell’ICT del Piemonte si trascina stancamente e non fa intravedere via d’uscita a breve (la paralisi del Consorzio per il sistema informativo Csi Piemonte è un fatto oggettivo). La riforma delle partecipate segna il passo: i lavoratori dell’I.P.L.A. sono una presenza quasi fissa in Piazza Castello. Dietro l’angolo c’è ancora qualche magistrato che potrebbe dichiarare la fine anticipata dell’esperienza amministrativa in Piemonte. Il federalismo – punto centrale del suo programma elettorale – non soltanto è rimasto al palo ma, con il Governo Monti, è regredito a uno stadio pre-embrionale (cioè è defunto). E l’elenco di delusioni/mancate attuazioni potrebbe ancora proseguire.
Naturale che, in presenza di tali e tanti buchi neri, la fuga a Roma diventi quasi necessaria. Se va bene – pensa fondatamente il presidente - gettiamo alle spalle tutte queste brutte cose. Roma (ormai da tempo non più ladrona) farà dimenticare tutto. No, per la verità, come anticipato da Lo Spiffero e che vorrebbe far credere, corro per Roma ma soltanto per portare acqua al mulino della Lega Nord. Dopo aver contribuito al suo successo, torno indietro e continuo a fare quello che sto facendo. Neppure un lattante crederebbe ad un piano di questo genere. Se arrivo a Roma, mi attacco come un mollusco ad una sedia e nessuno riuscirà a staccarmi.
S’è detto che, mettendosi nei panni del presidente Cota, una marcia in questa direzione può trovare giustificazione e comprensione. Difficile immaginare quali situazioni si troverebbe a vivere il Piemonte se ci fosse una frattura di legislatura così improvvisa. Il problema se lo dovrebbero porre fin da ora, oltre ai cittadini, tutte le categorie produttive e quelle che sono espressione della società. Ma non importa. Ciò che sfugge sempre nei comportamenti dei politici (e quindi anche di Cota) è l’interesse che hanno per i cittadini. Tutti spergiurano che i cittadini sono al vertice delle loro attenzioni. Li si blandiscono per averne il consenso in sede elettorale ma, non appena gira l’aria, li si collocano al fondo dei pensieri. Contano gli interessi personali, di partito, delle lobby, non quelli di chi li ha eletti.
A conti fatti, poiché queste sono le basi del successo politico, non meraviglia più di tanto che poi qualcuno le faccia prevalere su tutto, creando quelle situazioni (conosciute negli ultimi tempi) dove pressoché interi consigli regionali (leggasi Lombardia) sono inquisiti poiché i loro componenti hanno dimenticato (o forse mai conosciuto) la ragione dell’essere collocati in quei posti. Il popolo è sempre e solo una massa senza forma e senza diritti.
Pubblicato Mercoledì 26 Dicembre 2012