Errori insindacabili
L'ex leader Pezzotta: «La Cisl ha agito con schemi vecchi».
di Antonietta Demurtas
Quando il primo maggio Savino Pezzotta, segretario della Cisl sino al 2006 e ora deputato dell'Udc, ha visto i segretari confederali accogliere l'appello all'unità fatto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sapeva che quella dichiarazione di intenti non sarebbe durata a lungo.
«Oggi i sindacati non hanno voluto tenere nemmeno un minimo di traccia unitaria, lo dicono a parole, ma poi fanno tutt'altro», ha spiegato Pezzotta, che dopo 43 anni di militanza sindacale conosce bene le dinamiche di Cgil, Cisl e Uil.
IL CASO BERTONE, L'ENNESIMA FRATTURA. La conferma del suo scetticismo l'ha avuta con il caso delle ex Officine Bertone, quando l'accordo Fiat siglato dalle Rsu Fiom è stata l'occasione per gli altri sindacati di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e criticare il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che quel contratto non l'ha voluto firmare: «Ormai il re è nudo», ha esordito il leader della Cisl Raffaele Bonanni.
Le bordate tra sindacati sono però solo l'esternazione di una crisi ormai conclamata di quell'unità sindacale sempre più invocata, ma sempre meno voluta. E la cui assenza, secondo Pezzotta, non è causata dagli ultimi fatti di cronaca, bensì «ha radici profonde».
DOMANDA. Quali sono le radici dell'eterna divisione tra i sindacati?
RISPOSTA. I grandi cambiamenti della struttura del lavoro e la sua divisione organizzativa nelle nuove imprese, la scomparsa della grande azienda che era un punto di forza del sindacalismo e la divisione internazionale del lavoro che rende i lavoratori dei Paesi emergenti concorrenti con i nostri.
D. E poi è arrivata anche la crisi economica.
R. Che ha portato necessariamente a un crisi della rappresentanza sindacale.
D. Perché?
R. Quando la gente vede che si fa fatica a conquistare qualcosa in più, a realizzare obiettivi oppure è pressata dalla cassa integrazione, dalla disoccupazione e dal licenziamento, è chiaro che si indebolisce il suo afflato di tensione anche nei confronti del sindacato.
D. Ci crede di meno insomma.
R. Crede che ci siano difficoltà più grandi di quelle di un tempo, pertanto la propensione a pensare che è più facile salvarsi individualmente aumenta.
D. Che conseguenza ha questo linea di pensiero?
R. Ha portato il sindacato ad avere una capacità mobilitativa ed espressiva più vasta.
D. Tutto qui, solo cause esterne. Nessuna colpa?
R. Certo che no. La mancanza del sindacato è stata quella di non aver fatto un'analisi economico culturale e di cambiamento sociale di ciò che stava avvenendo. Ha continuato ad agire con schemi vecchi e obsoleti.
D. Si spieghi meglio.
R. Non si è voluto interpretare cos'era il nuovo capitalismo e quali erano i rapporti di forza che questo ingenerava nella situazione economica e sociale. Un limite oggettivo sia della Cgil che della Cisl.
D. Hanno sbagliato entrambe, ma in maniera diversa?
R. Sì: la Cisl ha sposato una teoria più adattiva, ma il gioco era in mano ad altri. E la Cgil ha sposato una linea più antagonista, ma di fatto non è diventata protagonista.
D. La Cgil è stata spodestata dalla Fiom e la Cisl, come dice l'economista Giulio Sapelli, si è schierata con le politiche padronali?
R. La Cisl dice: se la situazione è questa io mi adeguo, insomma cerco di evitare il male peggiore.
D. Ma questa teoria di convenienza almeno ha portato dei risultati?
R. No, perché così facendo la Cisl non si è accorta che un male alla fine lo ha accettato e pertanto ha indebolito la capacità reattiva dei lavoratori.
D. Cosa avrebbe dovuto fare?
R. Vanno trovate soluzioni che guardino più avanti e che siano in grado di stimolare le imprese e l'innovazione. Le politiche adattive della Cisl alla fine non servono, per questo restano indietro.
D. Eppure il suo successore Bonanni avrebbe dovuto calcare la sua linea di autonomia dalla politica.
R. Io non ho mai indicato Bonanni come mio successore. Penso che l'autonomia sia l'unico vero valore che un sindacato debba avere.
D. Quindi?
R. Non voglio accusare nessuno, parlare male degli altri è sempre antipatico, ma penso che aver adottato questa linea politica ha portato la Cisl a essere più vicina al governo e non va bene.
D. Così facendo ha anche accentuato la frattura con la Cgil?
R. Hanno entrambi la responsabilità di non avere scelto l'unità, che vale più di tutto. Io e Cofferati abbiamo litigato duramente, ma ho sempre pensato che alla fine dovevamo trovare qualcosa che ci tenesse uniti.
D. Perché?
R. Perché noi rappresentiamo, più o meno, lo stesso strato sociale. Certo idee e storie sono diverse, ma alla fine l'unità è l'unico elemento di raccordo. Invece oggi non si è voluto tenere nemmeno un minimo di traccia unitaria, lo dicono a parole, ma poi...
D. Dicono: «Il re è nudo».
R. Usano espressioni che hanno mutuato dal primo politico di turno, che sono molto offensive.
D. Qual è il punto di raccordo per tornare all'unità?
R. La questione giovanile. Quando un Paese ha il 30% di ragazzi che non trovano un posto di lavoro dignitoso o come dice Benedetto XVI in Caritas in veritate, «decente», vuol dire che questo Paese va male.
D. L'amore per i giovani salverà i sindacati?
R. Se il sindacato continua a rimanere solo attaccato alla difesa dei pensionati e non rompe questo schema facendo della questione giovanile la questione centrale delle sue politiche sociali e contrattuali, tenderà sempre al declino.
D. I giovani precari dimenticati da tutti i sindacati, ora ancora di salvezza?
R. La mia generazione ha dato per scontato che il lavoro per i giovani venisse da sé.
D. Invece?
R. Non è così, bisogna creare le condizioni che permettano ai ragazzi di avere un lavoro, una casa e potersi fare una famiglia.
D. Con i contratti nazionali in via di estinzione sarà difficile...
R. Io sono per mantenere il contratto collettivo nazionale del lavoro, non mi convincono per niente questi contratti unici fatti per vie legali.
D. Eppure nel caso Fiat chi difende il contratto nazionale è criticato aspramente.
R. La forza di Marchionne è stata che i sindacati non hanno avuto il coraggio di avere un'ipotesi unitaria e di ragionare sulla Fiat del 2011.
D. Ci spieghi.
R. Oggi dopo la crisi abbiamo una Fiat che è una grande multinazionale e che come tale agisce, per cui il sindacato deve adeguare la sua strategia e la sua capacità di incidenza a questo cambiamento.
D. Alla ex Bertone hanno firmato le Rsu della Fiom al posto di Landini.
R. Gli operai sono più saggi dei sindacalisti, perché sono loro che rischiano e per questo hanno deciso di andare a vedere cosa succederà.
D. C'è chi parla di una vendetta di classe voluta dalla Fiat e costruita dividendo i sindacati.
R. Qui la grande responsabilità è stata del governo perché non se n'è interessato. Basta vedere la differenza tra Italia e Stati uniti.
D. Qual è?
R. Il presidente Obama è andato a Detroit, ha messo dei soldi per aiutare la Chrysler a uscire dalle difficoltà, ha parlato con gli operai. I nostri governanti hanno fatto finta di non vedere. E questo non è rispetto delle parti sociali, è indifferenza.
D. Cosa si aspettava?
R. Il compito di un governo non è buttare la benzina sul fuoco e accentuare le fratture come fa il ministro Sacconi, ma tenere insieme le associazioni di rappresentanza.
D. A proposito, anche la Confindustria sta soffrendo una crisi di rappresentanza?
R. La Confindustria ha continuato a sperare nelle promesse del governo, ma l'altro giorno alle assise di Bergamo si sono accorti che sono solo promesse e che i fatti sono altri.
D. Invece, che ruolo avrebbe dovuto avere?
R. Il dovere di una forza di rappresentanza è realizzare obiettivi e affermare una sua autonomia che deriva dagli interessi che rappresenta.
D. Emma Marcegaglia doveva essere più dura con il governo?
R. Ha pensato che chi dà la parola la mantiene, ma questo governo non è in grado di farlo.
R. Che ha portato necessariamente a un crisi della rappresentanza sindacale.
D. Perché?
R. Quando la gente vede che si fa fatica a conquistare qualcosa in più, a realizzare obiettivi oppure è pressata dalla cassa integrazione, dalla disoccupazione e dal licenziamento, è chiaro che si indebolisce il suo afflato di tensione anche nei confronti del sindacato.
D. Ci crede di meno insomma.
R. Crede che ci siano difficoltà più grandi di quelle di un tempo, pertanto la propensione a pensare che è più facile salvarsi individualmente aumenta.
D. Che conseguenza ha questo linea di pensiero?
R. Ha portato il sindacato ad avere una capacità mobilitativa ed espressiva più vasta.
D. Tutto qui, solo cause esterne. Nessuna colpa?
R. Certo che no. La mancanza del sindacato è stata quella di non aver fatto un'analisi economico culturale e di cambiamento sociale di ciò che stava avvenendo. Ha continuato ad agire con schemi vecchi e obsoleti.
D. Si spieghi meglio.
R. Non si è voluto interpretare cos'era il nuovo capitalismo e quali erano i rapporti di forza che questo ingenerava nella situazione economica e sociale. Un limite oggettivo sia della Cgil che della Cisl.
D. Hanno sbagliato entrambe, ma in maniera diversa?
R. Sì: la Cisl ha sposato una teoria più adattiva, ma il gioco era in mano ad altri. E la Cgil ha sposato una linea più antagonista, ma di fatto non è diventata protagonista.
D. La Cgil è stata spodestata dalla Fiom e la Cisl, come dice l'economista Giulio Sapelli, si è schierata con le politiche padronali?
R. La Cisl dice: se la situazione è questa io mi adeguo, insomma cerco di evitare il male peggiore.
D. Ma questa teoria di convenienza almeno ha portato dei risultati?
R. No, perché così facendo la Cisl non si è accorta che un male alla fine lo ha accettato e pertanto ha indebolito la capacità reattiva dei lavoratori.
D. Cosa avrebbe dovuto fare?
R. Vanno trovate soluzioni che guardino più avanti e che siano in grado di stimolare le imprese e l'innovazione. Le politiche adattive della Cisl alla fine non servono, per questo restano indietro.
D. Eppure il suo successore Bonanni avrebbe dovuto calcare la sua linea di autonomia dalla politica.
R. Io non ho mai indicato Bonanni come mio successore. Penso che l'autonomia sia l'unico vero valore che un sindacato debba avere.
D. Quindi?
R. Non voglio accusare nessuno, parlare male degli altri è sempre antipatico, ma penso che aver adottato questa linea politica ha portato la Cisl a essere più vicina al governo e non va bene.
D. Così facendo ha anche accentuato la frattura con la Cgil?
R. Hanno entrambi la responsabilità di non avere scelto l'unità, che vale più di tutto. Io e Cofferati abbiamo litigato duramente, ma ho sempre pensato che alla fine dovevamo trovare qualcosa che ci tenesse uniti.
D. Perché?
R. Perché noi rappresentiamo, più o meno, lo stesso strato sociale. Certo idee e storie sono diverse, ma alla fine l'unità è l'unico elemento di raccordo. Invece oggi non si è voluto tenere nemmeno un minimo di traccia unitaria, lo dicono a parole, ma poi...
D. Dicono: «Il re è nudo».
R. Usano espressioni che hanno mutuato dal primo politico di turno, che sono molto offensive.
D. Qual è il punto di raccordo per tornare all'unità?
R. La questione giovanile. Quando un Paese ha il 30% di ragazzi che non trovano un posto di lavoro dignitoso o come dice Benedetto XVI in Caritas in veritate, «decente», vuol dire che questo Paese va male.
D. L'amore per i giovani salverà i sindacati?
R. Se il sindacato continua a rimanere solo attaccato alla difesa dei pensionati e non rompe questo schema facendo della questione giovanile la questione centrale delle sue politiche sociali e contrattuali, tenderà sempre al declino.
D. I giovani precari dimenticati da tutti i sindacati, ora ancora di salvezza?
R. La mia generazione ha dato per scontato che il lavoro per i giovani venisse da sé.
D. Invece?
R. Non è così, bisogna creare le condizioni che permettano ai ragazzi di avere un lavoro, una casa e potersi fare una famiglia.
D. Con i contratti nazionali in via di estinzione sarà difficile...
R. Io sono per mantenere il contratto collettivo nazionale del lavoro, non mi convincono per niente questi contratti unici fatti per vie legali.
D. Eppure nel caso Fiat chi difende il contratto nazionale è criticato aspramente.
R. La forza di Marchionne è stata che i sindacati non hanno avuto il coraggio di avere un'ipotesi unitaria e di ragionare sulla Fiat del 2011.
D. Ci spieghi.
R. Oggi dopo la crisi abbiamo una Fiat che è una grande multinazionale e che come tale agisce, per cui il sindacato deve adeguare la sua strategia e la sua capacità di incidenza a questo cambiamento.
D. Alla ex Bertone hanno firmato le Rsu della Fiom al posto di Landini.
R. Gli operai sono più saggi dei sindacalisti, perché sono loro che rischiano e per questo hanno deciso di andare a vedere cosa succederà.
D. C'è chi parla di una vendetta di classe voluta dalla Fiat e costruita dividendo i sindacati.
R. Qui la grande responsabilità è stata del governo perché non se n'è interessato. Basta vedere la differenza tra Italia e Stati uniti.
D. Qual è?
R. Il presidente Obama è andato a Detroit, ha messo dei soldi per aiutare la Chrysler a uscire dalle difficoltà, ha parlato con gli operai. I nostri governanti hanno fatto finta di non vedere. E questo non è rispetto delle parti sociali, è indifferenza.
D. Cosa si aspettava?
R. Il compito di un governo non è buttare la benzina sul fuoco e accentuare le fratture come fa il ministro Sacconi, ma tenere insieme le associazioni di rappresentanza.
D. A proposito, anche la Confindustria sta soffrendo una crisi di rappresentanza?
R. La Confindustria ha continuato a sperare nelle promesse del governo, ma l'altro giorno alle assise di Bergamo si sono accorti che sono solo promesse e che i fatti sono altri.
D. Invece, che ruolo avrebbe dovuto avere?
R. Il dovere di una forza di rappresentanza è realizzare obiettivi e affermare una sua autonomia che deriva dagli interessi che rappresenta.
D. Emma Marcegaglia doveva essere più dura con il governo?
R. Ha pensato che chi dà la parola la mantiene, ma questo governo non è in grado di farlo.
Mercoledì, 11 Maggio 2011