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sabato 1 giugno 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica





Ecco cosa prevede l'intesa siglata da sindacati e Confindustria: stabilite le norme per 'pesare' le parti sociali, basate sulle deleghe sindacali e sui voti nell'elezione dell'Rsu. Nel settore privato stesse regole che nel pubblico. E i contratti saranno immediatamente esigibili 


ROMA - La disoccupazione vola, il lavoro non c'è, ma le parti sociali trovano finalmente l'intesa sulle rappresentanza e la democrazia sindacale. Un accordo che arriva dopo anni di discussioni e di intese separate e che il premier Letta saluta, con un tweet, come una bella notizia perché ora "è il momento di unire e non dividere" e di mettere in piedi un piano serio sull'occupazione.

Dopo settimane di incontri tecnici, una riunione fiume ha sciolto gli ultimi nodi e ora Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno trovato regole comuni per misurare il peso delle organizzazioni sindacali e dare certezza all'applicazione dei contratti firmati.

Per misurare il "peso" dei sindacati e capire quindi quanta "valga" la loro firma e la loro trattativa ai tavoli, si dovrà tenere conto - fissano le nuove regole - delle deleghe sindacali (ovvero della trattenuta operata dal datore di lavoro su esplicito mandato del lavoratore) comunicate dal datore di lavoro all'Inps e certificate dall'Inps stesso. Contano anche i voti raccolti da ogni singola organizzazione sindacale nell'elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie (Rsu). Le due voci (numero degli iscritti e voto) peseranno il 50 per cento ciascuna nella determinazione della rappresentanza, introducendo così, anche nel settore privato, lo stesso "mix" di valutazione utilizzato nel pubblico.

Il conteggio così effettuato sarà fondamentale, perché al tavolo delle trattative saranno ammessi solo i sindacati che rappresenteranno almeno il 5 per cento dei lavoratori. Il contratto collettivo nazionale stesso sarà poi valido ed "esigibile" solo se sottoscritto da almeno il 50 per cento più 1 delle organizzazioni sindacali deputate a trattare. Ciò darà quindi stabilità e certezzezza ai patti siglati e metterà fine ad anni di liti fra le parti sociali.

"E' un accordo storico" commentano Susanna Camusso e Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria. "Un accordo che mette fine ad una lunga stagione di divisioni" aggiunge il leader della Cgil. "Dopo 60 anni definiamo le regole per la rappresentanza, che ci permette di avere contratti nazionali pienamente esigibili", sottolinea il presidente dell'associazione delle imprese. Si prevedono infatti regole per "l'esercizio del diritto di sciopero e sanzioni per mancato rispetto e le conseguenti violazioni".

Per Raffaele Bonanni, leader della Cisl, questo patto "cambierà la faccia del mondo del lavoro". Per Luigi Angeletti della Uil "ora le relazione industriali saranno più chiare e trasparenti: questo è il segnale che le parti sanno autoregolarsi". Anche Guglielmo Epifani, leader del Pd, commenta che questo è un bel segnale" perché "chiude in modo positivo il problema della certificazione della rappresentanza e della rappresentatività dei sindacati e apre una prospettiva di lavoro unitario sulle regole democratiche mentre in Parlamento si è aperta una stagione di riforme".

31 maggio 2013

martedì 21 maggio 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica




ROMA - La Sistemi Informativi, costola italiana dell'IBM che conta circa 1100 dipendenti in tutta Italia, ha comunicato di aver aperto la procedura di Cassa Integrazione Ordinaria per 292 lavoratori in tutte le sedi  (202 a Roma, 42 a Torino, 27 a Milano, 9 a Perugia, 8 a Padova, 4 a Bologna).  Di queste 193 sono a zero ore, mentre il rimanente 99 con riduzione massima di 16 ore settimanali.

Il bilancio del 2012 è stato chiuso con un rosso di 2 milioni e 100 mila euro ma, quello che ha fatto scattare la decisione di richiedere la Cassa è il calo dell'ordinato (-43,5%).  La Cassa, che partirà dal 10 giugno, è stata chiesta per 13 settimane (il massimo previsto dalla legge) e potrà essere ripetuta al massimo per altre tre volte (12 mesi).

"Dopo rinvii, reticenze e trucchi 'legali' sul bilancio 2012, che fanno ricadere su Sistemi Informativi le spese inizialmente stanziate da IBM per gli incentivi all'esodo elargiti il precedente anno, proprio mentre il nuovo ministro del lavoro sembra seriamente determinato a ritoccare le riforme della CIG volute dalla Fornero, la dirigenza tutta IBM di Sistemi Informativi ha voluto approfittare degli scampoli di questa ghiotta occasione per far cassa a spese dei lavoratori", denuncia la Rsu dell'azienda.

Il 16 ci sarà l'incontro tra le parti sociali presso l'Unione Industriali di Roma, ma i margini di trattativa sembrano ridotti al lumicino. Nei prossimi giorni la Rsu comunicherà ai lavoratori e alle lavoratrici le
ulteriori forme di lotta che verranno messe in campo per contrastare questa decisione.

20/05/2013

mercoledì 1 maggio 2013

Rassegna stampa: Paul Krugman su La Repubblica

L’austerity e la dittatura dell’1%



di Paul Krugman, da Repubblica, 27 aprile 2013





È raro che i dibattiti economici si concludano con un ko tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell’austerità si avvicina molto a un simile esito.


Quanto meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità.




Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell’austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata?




Riguardo alla prima domanda: l’affermazione dei fautori dell’austerità all’interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull’evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata.


Dopotutto i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale — quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva”, e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta percento del rapporto debito/Pil — sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione.




Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel. Intanto, gli eventi nel mondo reale — la stagnazione in Irlanda (l’originario modello dell’austerity) e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale imminente — hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity.




E tuttavia, la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché? La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente.




Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all’emotività. L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.


Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi — e i risultati sono illuminanti.




Mentre l’americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza — ovvero sui “programmi assistenziali” — mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.




Avete capito: il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.


Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un’economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L’un per cento della popolazione non auspica forse un’economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi.




Tutto ciò suscita una domanda: quale differenza produrrà di fatto il crollo intellettuale della posizione pro-austerità? Sino a quando ci atterremo a una politica dell’un per cento, voluta dall’un per cento a vantaggio dell’un per cento, forse assisteremo solo a nuove giustificazioni delle solite, vecchie policy.


Spero di no; mi piacerebbe poter credere che le idee e l’evidenza dei fatti contino, almeno in parte. Cosa farò altrimenti della mia vita? Immagino però che ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere pur di dare una giustificazione al cinismo.


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martedì 12 marzo 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica "Affari e Finanza" 03 marzo 2013




La classe operaia è andata all'inferno in 
dieci anni redditi crollati del 10%
di  Adriano Bonafede
e Massimiliano Di Pace
 
La classe operaia non va più in paradiso. Anzi, tra il 2000 e il 2010 è scivolata verso l'inferno. È quanto emerge dall'indagine sui bilanci delle famiglie che la Banca d'Italia realizza ogni due anni, misurando redditi, consumi e ricchezza delle famiglie italiane, suddivise per condizione professionale. Gli ultimi dati si fermano al 2010 ma è presumibile pensare che questo trend sia continuato e si sia anzi accentuato nei due anni successivi. Per i lavoratori manuali, il reddito netto è cresciuto non soltanto meno di quello di tutti gli altri gruppi sociali, ma anche molto meno dell'inflazione. I numeri parlano chiaro: le famiglie della classe che un tempo Marx indicò come l'attore principale che avrebbe dovuto scardinare il sistema capitalistico hanno vissuto durante il "decennio berlusconiano" un vero e proprio tracollo.
 Di fronte a un aumento complessivo del reddito netto familiare del 12,8 per cento, ovvero dell'1,3 medio annuo, hanno dovuto subire un incremento dell'inflazione, nello stesso periodo, molto più elevato, con il 2,2 per cento medio annuo. Alla fine del decennio i redditi netti reali sono scesi del 9,5 per cento. 
Ma i dati della Banca d'Italia dicono molto di più. Dicono che c'è stato un gigantesco trasferimento di risorse - quelle scarse risorse che in un magro decennio l'Italia ha saputo creare - dai lavoratori dipendenti nel loro complesso (compresi dunque gli operai) a quelli autonomi (imprenditori, liberi professionisti, commercianti). I primi, infatti, hanno perso il 3,1 per cento di reddito rispetto all'inflazione (più 19,2 per cento la crescita del reddito contro un'inflazione del 22,3), mentre i secondi hanno visto crescere le loro entrate del 10,3 per cento in più rispetto alla marcia del carovita. 
Entrando all'interno delle varie categorie, troviamo che, tra i lavoratori dipendenti, sono stati i dirigenti a vincere, con un aumento dei redditi superiore di ben 14,1 punti percentuali rispetto all'inflazione. Gli impiegati sono riusciti a malapena a tenere il passo del costo della vita, con una crescita di 1 solo punto percentuale rispetto all'aumento dei prezzi. Imprenditori e liberi professionisti, invece, hanno preso un 10,1 per cento in più. Anche la categoria dei pensionati ha preso un 10,1 per cento in più, ma la spiegazione di questo dato è complessa (vedi articolo a parte). Insomma, qualsiasi pozione sia stata versata nel fiume sociale nello scorso decennio, di certo non ha avvelenato tutte le classi allo stesso modo, ma ha fatto una cernita colpendo - a quanto pare non alla cieca - soprattutto i più deboli, rendendoli ancora più deboli di prima. Nel decennio d'oro di Berlusconi è stata l'upper class ad avvantaggiarsi nettamente. La maggior parte dei lavoratori dipendenti (ad esclusione dei dirigenti) sono invece diventati relativamente più poveri. Mentre, per gli operai, è sorprendente scoprire che nel primo decennio del XXI secolo questa categoria non si è soltanto depauperata più di tutte ma è diventata anche più numerosa, arrivando a rappresentare il 23,1 per cento delle famiglie invece che il 20,8 per cento d'inizio secolo. 
Quali sono le cause di questo grande rimescolamento di carte? Di certo hanno giocato due fondamentali fattori: da una parte la bassa crescita economica, la più bassa dell'area Uem 17, ossia dei Paesi dell'Eurozona; dall'altra ha agito quella tassa occulta che si chiama inflazione. 
L'inflazione 
Un'inflazione che in questi anni è stata in Italia costantemente più elevata rispetto a quella degli altri Paesi del club dell'euro. La somma dei tassi di inflazione annuali dal 1999 al 2012, ossia da quando c'è l'euro, è stata per l'Italia pari a 32,8 punti percentuali, a fronte dei 29,3 punti della media Uem 17. 
In altre parole in Italia i prezzi sono cresciuti più velocemente rispetto alle altre nazioni che condividono con noi la moneta unica. Se poi si fa un confronto con gli Stati dell'Uem più grandi, si vede che l'Italia ha avuto una dinamica inflattiva ancora più evidente rispetto alla Francia (25,5 punti) e alla Germania (22,9 punti), sebbene inferiore alla Spagna (39,5). Ma quest'ultimo Paese ha almeno avuto in compenso una crescita economica di gran lunga più elevata rispetto a quella italiana, che è stata inoltre inferiore a quella di tutti gli altri Paesi europei. 
Il ristagno dell'economia 
Per quanto riguarda la crescita del Pil, è Eurostat a dirci che l'Italia negli ultimi 14 anni (19992012) ha visto sviluppare la propria economia in termini reali di soli 7,3 punti percentuali (circa mezzo punto l'anno in media), mentre nello stesso periodo la Spagna registrava una crescita di gran lunga superiore, visto che il Pil reale era aumentato di 29,6 punti, ossia 4 volte di più rispetto al tasso di crescita italiano. Ma la Spagna non è stata un'eccezione, poiché tutta l'area dell'euro è cresciuta a un passo decisamente più veloce, visto che l'incremento del Pil reale è stato pari al 22,4 per cento in 14 anni, ossia l'1,6 per cento l'anno, un ritmo superiore di 3 volte rispetto a quello dell'Italia. 
D'altro canto vicini alla media dell'Eurozona si trovano i tassi di incremento del Pil della Francia (20,1 per cento) e della Germania (18,9 per cento), a conferma che in Europa vi è un'anomalia: si tratta dell'Italia, che tra l'altro smentisce con il suo comportamento le teorie economiche, che affermano che nei Paesi dove la crescita economica è bassa, l'inflazione è normalmente moderata. Bassa crescita e inflazione sono, dunque, le probabili principali chiavi di lettura delle dinamiche su redditi, consumi e ricchezza che vediamo fotografate in pagina. 
Redditi e consumi 
Il confronto tra andamento dei redditi e consumi ci fornisce alcuni spunti di riflessione. I consumi sono cresciuti per tutte le categorie e subcategorie più del corrispondente aumento dei redditi. Il che significa che tutti hanno dovuto limitare i loro risparmi per continuare a mantenere lo stesso stile di vita del passato. Nessun gruppo sociale si è convinto, almeno fino al 2010, a cominciare una vera "cura dimagrante" rispetto al proprio livello di consumi, nella disperata attesa di una ripresa economica che non soltanto non si è mai materializzata ma che è infine sfociata esattamente nel suo opposto, la tanto temuta doppia recessione. Ma la crescita dei consumi, pur superiore a quella del reddito, non è riuscita nel caso delle famiglie degli operai a tenere il ritmo dell'inflazione: infatti i loro consumi sono scesi in termini reali di 2,1 punti percentuali nel decennio 2000-2010; segno che hanno dovuto far ricorso ai loro risparmi in misura maggiore delle altre categorie. 
È sorprendente notare come non sia cambiato niente rispetto a mezzo secolo fa: più si va avanti nella scala sociale più si riesce a far fronte alle difficoltà. Gli impiegati hanno aumentato i loro consumi del 7,4 per cento rispetto all'inflazione, ma i dirigenti sono arrivati al più 19,9, mentre il totale dei lavoratori autonomi ha raggiunto un più 15,3 per cento. Anche i pensionati sono riusciti ad accrescere i loro consumi del 18,8 per cento. 
Da notare che un aumento dei consumi c'è stato, ma non ha prodotto la sperata crescita del Pil. È quindi probabile che l'incremento dei consumi sia stato destinato all'acquisto di prodotti stranieri e abbia prodotto una crescita del Pil dei paesi dai quali importiamo. Non è un caso che i deficit commerciali più pesanti li registriamo proprio con Germania e Cina. Conclusioni Il quadro disegnato dalla Banca d'Italia mostra un paese in difficoltà, dove le differenze sociali si accentuano e le categorie più forti (autonomi, imprenditori, liberi professionisti, dirigenti) ottengono congrui aumenti dei redditi, mentre quelle più deboli (operai, ma anche impiegati, che insieme rappresentano il 40% della società italiana) vanno avanti a fatica o addirittura si rassegnano, come i lavoratori manuali, a consumare di meno in termini reali rispetto a 10 anni prima, nonostante lo sfruttamento di parte dei risparmi. Per quanto tempo questo andamento potrà continuare? E fino a quando chi si sta progressivamente impoverendo a fronte di un relativo aumento del benessere delle categorie privilegiate continuerà ad avere un atteggiamento rassegnato? Ma forse la protesta è già cominciata, e i risultati elettorali possono senz'altro essere letti come una risposta parziale e istintiva a questi problemi.

Operai ed impiegati più poveri nel decennio d'oro del popolo delle partite d'Iva.
 Come'è cambiata la composizione delle famiglie tra il 2000 e il 2010: più dipendenti e operai
 







Tra il 2000 e il 2010, secondo i dati della banca d'Italia, c'è stato un gigantesco trasferimento di reddito dai lavoratori dipendenti a quelli autonomi.



Affari & Finanza
03 marzo 2013


sabato 16 febbraio 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica





Lo studio: oltre cento aziende in cassa integrazione straordinaria, il 30 giugno perderanno la possibilità di ottenere gli ammortizzatori sociali

di STEFANO PAROLA

Ci sono quasi 6.500 lavoratori che hanno altissime probabilità di rimanere disoccupati. 
Sono i lavoratori delle 106 aziende torinesi che oggi sono in cassa integrazione straordinaria e che entro il 30 giugno perderanno la possibilità di accedere all’ammortizzatore sociale. Potranno, in alcuni casi, tentare la strada della “cig” in deroga, sempre che ci siano risorse sufficienti perché “le risorse assegnate al Piemonte bastano per coprire i primi quattro mesi del 2013”.  A lanciare l’allarme è la Cgil di Torino. Il suo dipartimento “Mercato del lavoro” ha messo insieme alcuni dati che mostrano come la crisi non sia affatto terminata. In tutto la provincia di Torino ospita 278 imprese che utilizzano la cassa straordinaria. Tra queste ce ne sono più di cento che l’hanno richiesta perché sono fallite o perché hanno chiuso del tutto o parzialmente. Totale: oltre 5 mila lavoratori che, fa notare il sindacato di via Pedrotti, “solo in pochissimi casi potranno vedere un effettivo rientro”. Poi c’è la marea di persone in mobilità. Che, nota la Cgil, “è in preoccupante crescita”. Nel 2012 ci sono state oltre 14 mila nuove iscrizioni nelle liste, che alla fine dell’anno contavano quasi 25 mila ormai ex lavoratori. Nei prossimi mesi, il numero delle persone in mobilità calerà, dice il sindacato, “a causa della sciagurata scelta del governo di non prorogare nel 2013 la norma che consentiva l’iscrizione ai licenziati individualmente per motivi economici, che in media costituiscono il 60% del totale”.
Che la situazione resti critica lo dimostrano anche i dati diffusi ieri dalla Uil sulla cassa integrazione richiesta dalle aziende piemontesi a gennaio. È aumentata del 66 per cento rispetto allo stesso mese di un anno fa, nonostante la statistica non comprenda buona parte della “cig” in deroga rimasta al palo a causa di incertezze burocratiche. Rispetto a dicembre si parla di un calo complessivo del 5,4 per cento, causato da aumento dell’11 per cento della cassa ordinaria e del 28 di quella straordinaria e da una diminuzione del 71 per cento dell’ammortizzatore in deroga. In tutto, secondo la Uil, i possibili cassintegrati piemontesi sono più di 70 mila. Per il segretario regionale Gianni Cortese, “siamo in presenza di una forte sottovalutazione delle condizioni in cui versano alcuni milioni di persone nel nostro paese. Ci auguriamo che il prossimo governo sia nelle condizioni di mettere al centro il lavoro”
 
(16 febbraio 2013)

mercoledì 16 gennaio 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica


L'ex premier ha lasciato in eredità una pressione al 45%. Ecco la stangata nascosta. Fu deciso un taglio agli sgravi basilari, un costo di 800 euro a famiglia per i redditi bassi e per i nuclei numerosi. Il centrodestra ha alzato le imposte di due punti, il governo attuale di uno. Sostituito l'aggravio Irpef con l'Iva. Con una clausola poco nota, Tremonti aveva finito per abolire l'esenzione dell'Irpef sulla abitazione principale. La svolta avvenne nel 2011: invece di riformare la spesa, si preferì caricare i tributi. Il programma elettorale prevedeva l'onere fiscale sotto il 40%

di MARCO RUFFOLO 

Ci risiamo. La crociata berlusconiana contro le tasse è ripartita, con tutto il suo corredo di rito: gli attacchi al governo Monti che le ha alzate e le puntuali promesse elettorali, dalla cancellazione dell'Imu prima casa alla riduzione di Irpef e Iva.

Fino all'opzione zero-tasse per chi assume giovani. Insomma, si torna al passato, quando la destra minacciava scioperi fiscali, strizzava l'occhio agli evasori e annunciava operazioni "libera tutti". Musica già sentita, partitura già letta. Ma questo déjà vu tributario finisce per mischiare le carte della memoria, per far comparire avvenimenti mai accaduti o per cancellare fatti realmente successi. Sembra quasi che prima di Monti abbia governato una maggioranza capace di ridurre o quanto meno tener ferma la pressione fiscale. In realtà, non è andata così. Anzi, a conti fatti, con le ultime manovre il governo Berlusconi-Tremonti ha finito per alzare la pressione fiscale esattamente il doppio di quello che ha fatto poi il suo successore.

NIENTE RIDUZIONE - Quando il Cavaliere arriva a Palazzo Chigi nel maggio 2008 il peso delle tasse sul Pil è al 42,7 per cento. L'anno dopo, nonostante l'abolizione dell'Ici sulla prima casa, la pressione sale al 43,1. Negli anni successivi si riporta ai valori iniziali e fino al 2011 non cambia. Dunque, nessun forte aumento delle tasse ma neppure la caduta verticale promessa in campagna elettorale: secondo il programma del centrodestra sarebbero dovute scendere sotto il 40 per cento del Pil.

ANNUS HORRIBILIS - Poi arriva l'annus horribilis, il 2011, con l'Italia screditata sul piano internazionale per l'inerzia su conti pubblici e riforme e per gli scandali del premier. Lo spread parte al galoppo, e Tremonti vara una prima manovra. Le previsioni saltano, la pressione fiscale è destinata a salire a ridosso del 44% nei tre anni successivi. Lo dicono gli stessi documenti del Tesoro. Ma i nuovi interventi non riescono a risollevare l'immagine del nostro Paese che torna rapidamente ad essere bersagliato dai mercati. Così arriva il semi-commissariamento ad opera di Bce e Ue. Pressato dalla inusuale lettera di Trichet e Draghi, che detta misure e tempi, Giulio Tremonti si impegna a raggiungere il pareggio di bilancio con un anno di anticipo: nel 2013. Le misure necessarie, secondo l'"invito" europeo, dovrebbero consistere soprattutto in un taglio delle spese. Tremonti punta invece tutto sulle tasse. E qui si apre un capitolo ancora poco conosciuto.

BOMBA A SCOPPIO RITARDATO - Problema: come fare a far digerire al Paese un aumento delle imposte dopo aver sbandierato per anni e anni la liberazione degli italiani dalle spire di un fisco troppo soffocante? L'idea di Tremonti è un capolavoro di equilibrismo: coprire i miliardi mancanti scaricando l'onere fiscale sul futuro governo. Con il beneplacito del premier e di tutti i ministri, viene inserita nella manovra una clausola che, ai fini del bilancio, fa scattare non subito ma negli anni successivi tagli lineari del 20 per cento a regime su tutte le agevolazioni fiscali. Gettito previsto: 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 nel 2014. Circa ottocento euro a famiglia, secondo le prime stime della Cgia. Queste misure potranno essere evitate solo se la futura riforma dell'assistenza darà altrettanto gettito. Cosa assai improbabile, visti gli intollerabili tagli al welfare che comporterebbe.

STANGATA IRPEF - Dunque, taglio di tutte le agevolazioni fiscali, ma a scoppio ritardato. Si dirà: che male c'è. Tutti i governi cercano più o meno con successo di sfrondare qualche aiuto tributario a questa o a quella categoria. In questo caso, però, il governo Berlusconi-Tremonti va decisamente oltre, perché tra le agevolazioni tagliate non ci sono solo sconti più o meno ingiustificati come quelli sulle spese veterinarie o sul costo delle palestre. Ci sono anche quegli sgravi basilari che hanno lo scopo di alleviare il carico fiscale delle famiglie meno agiate e dei nuclei più numerosi. Ossia le detrazioni per lavoro dipendente e per carichi familiari. Insomma, si tagliano proprio gli aiuti che attribuiscono al nostro sistema fiscale una certa equità sociale. E non è finita. Con un'aggiunta a dir poco sorprendente, dal momento che arriva da chi ha sempre tuonato contro le tasse sulla casa, si decide di abolire l'esenzione Irpef sull'abitazione principale.

PESANTE EREDITÀ - Riassumendo, prima di andarsene il governo di allora lascia in eredità al successivo nuove pesantissime tasse per le famiglie con figli e con redditi bassi e per tutte quelle che vivono in abitazioni di loro proprietà. Così quando arriva Monti, il nuovo governo si trova subito tra i piedi questa bomba ad orologeria e si affretta a sostituire la stangata Irpef (socialmente insopportabile) con un aumento più o meno differito dell'Iva. Nelle previsioni ufficiali per il 2013 e 2014, intanto, la pressione fiscale sale ancora: non più verso il 44 per cento ma a ridosso del 45. Tutto questo avviene prima del governo Monti, che poi, a sua volta, innalza ulteriormente la pressione fiscale portandola, come denuncia la Corte dei Conti, quasi un punto più su, appena sotto il 46%. A conti fatti, Silvio Berlusconi aumenta le tasse di due punti percentuali e Mario Monti di un altro punto. Risultato finale: due a uno. 

(13 gennaio 2013)




Rassegna Stampa: La Repubblica



Fondata sul lavoro

di Conchita De Gregorio
 
A chi non ha lavoro non importa assolutamente niente se la sinistra, una volta al governo, aumenterà o meno le tasse a chi guadagna più di un milione di euro. E’ un argomento che serve solo ad alimentare le paure di pancia dell’elettorato di destra, quello che quando gli dici: ‘i comunisti odiano i ricchi’ annuiscono e si sentono a posto nel loro posto. E’ un argomento che non interessa molto neppure chi guadagna più di un milione di euro, una davvero risicatissima minoranza di italiani: costoro, infatti, sono in genere molto avvertiti, assistiti da staff di consulenti e professionisti del ramo contabile, evitano di dichiarare quando possono, evadono se credono, portano i loro capitali all’estero da anni e per consuetudine familiare, un’abitudine domestica. Con qualche meritoria eccezione, naturalmente, che assai applaudita rammenta la regola.
Gli italiani guadagnano in media 20 mila euro l’anno, ricordava ieri il ministro Barca nel corso della trasmissione Piazza Pulita, in cui si parlava appunto di tasse. Non un milione, è più che ovvio. Nemmeno la decima parte di un milione, centomila euro, un lusso. Nemmeno la ventesima parte di un milione, la cinquantesima: la media degli italiani guadagna ventimila euro lordi all’anno, dividete per tredici togliete le imposte e guardate quanti sono, netti, in tasca, al mese. Eppure anche l’esercito di chi prende 1000-1200 euro al mese gode di un grande privilegio, quello che oggi chiamiamo privilegio e che è un diritto invece: il lavoro è un diritto garantito dalla Costituzione, che si fonda, articolo 1, su questo. Il diritto al lavoro viene prima di ogni altro argomento e li esaurisce tutti, perché senza libertà dal bisogno e senza dignità personale non ci possono essere discussioni politiche, economiche, sociali. Senza libertà materiale non c’è altra libertà accessoria possibile. Una diminuzione delle aliquote che riporti in busta paga al ceto medio e medio basso 30 o 40 euro al mese, anche 100 non cambierà le condizioni di vita di una famiglia i cui figli non hanno prospettiva di lavoro, una famiglia in cui le donne sono costrette a stare a casa per bisogno o per mancanza di alternativa. Non cambierà la loro capacità di spesa, avere cento euro in più, consentirà al massimo di erodere il debito familiare, e di poco. Quello che sì cambierebbe la vita di una famiglia sarebbe che le donne tornassero al lavoro in condizioni dignitose e paritarie, che i giovani avessero una prospettiva che non sia solo quella di nascondere il titolo di studio e prendere 30 euro al nero, al giorno, in un bar o 5 in un call centre. E per creare lavoro c’è bisogno di legalità, nessuno investe in un paese controllato dalle mafie e corrotto. Perché gli imprenditori tornino a fare profitto e creare lavoro bisogna che non debbano pagare il pizzo, sia quello del crimine o quello dell’usura bancaria. Che sia favorita la trasparenza, non aggirata, che assumere sia conveniente per chi lo fa.
La Fiat mette in cassa integrazione gli operai di Melfi. In quest’ultimo anno ho girato l’Italia andando ad ascoltare le storie di rabbia di chi ha perso il lavoro o non lo trova. Di chi è stato ingannato, o ha dovuto cedere al ricatto. Ho sentito Emanuela, figlia di un operaio di Pomigliano, l’ho vista scrivere a Marchionne. Emanuela dice che suo padre ha votato sì al referendum piangendo, e che lo ha fatto per mantenere il posto e poter pagare i libri ai suoi figli. Dice che lei avrebbe anche smesso di studiare, se suo padre l’avesse lasciata, perché tanto studiare non serve a niente. Tanto lavoro non lo trovi lo stesso. Ci avevo parlato alcuni mesi fa, l’ho risentita oggi. Mi ha detto: hai visto, avevo ragione io. Non c’era nessun piano di sviluppo, c’era solo un piano di tagli e quello che avanza, quello che è da scartare siamo noi. Le ho chiesto di questa campagna elettorale, se non spera che le cose possano cambiare. Mi ha detto no, non m’interessa, tanto noi siamo maledetti. Pieni di rabbia inutile, invisibili. Serviamo solo quando c’è da chiederci il voto, e allora io non lo do più a nessuno il mio voto. Ho cercato di convincerla a pensarci meglio, ad avere fiducia ancora ma mi ha congedata con gentilezza triste. Lascia stare, mi ha detto, che si è anche fatto tardi e alle quattro attacco al ristorante: faccio le pulizie quando mi chiamano, un lavoretto, sì, due soldi proprio. Magari ne parliamo a voce quando scendi, se passi sei ospite, vieni a pranzo da noi.

15/01/2013

mercoledì 2 gennaio 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica





Repubblicani e democratici raggiungono l’intesa tre ore prima dell’ora X, quella del “baratro fiscale”. I tagli alla spesa pubblica rinviati di due mesi. Aumento delle imposte per i redditi più alti. Il Senato approva a larga maggioranza: 89 sì e 8 no. Obama: ancora molto lavoro da fare, ora la Camera approvi in fretta il pacchetto

WASHINGTON - Allo scoccare della mezzanotte, Washington non ha brindato solo al nuovo anno. La buona notizia per gli americani è stata soprattutto quella dell’accordo raggiunto tra Casa Bianca e repubblicani per scongiurare il temutissimo “fiscal cliff”, quel baratro fiscale che avrebbe provocato da oggi l’aumento delle tasse per il 98% degli americani e tagli indiscriminati. Un colpo che sarebbe stato fatale per le speranze di ripresa dell’economia americana. Il patto è stato sottoscritto da una maggioranza schiacciante in Senato: 89 sì e 8 no. Il presidente Obama ha accolto con favore l’intesa avvertendo che c’è ancora molto lavoro da fare per ridurre il deficit del Paese e facendo appello alla Camera dei rappresentanti perché ora approvi immediatamente lo stesso pacchetto. Il patto, raggiunto dal vicepresidente Joe Biden e dal leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell, prevede l’aumento delle tasse a chi guadagna oltre 450 mila dollari l’anno e rinvia di due mesi i tagli alla spesa pubblica: è stato preparato per essere sottoposto sul fil di lana al voto del Senato durante la notte, e nel corso della giornata dovrebbe poi approdare anche alla Camera dei Rappresentanti, dove rischia però di incontrare ancora ostacoli. L’accordo approvato prevede: una estensione dei tagli alle tasse sul reddito per i singoli che guadagnano meno di 400mila dollari all’anno, e le coppie che ne guadagnano meno di 450mila. Per chi ha redditi maggiori l’aliquota fiscale passa dall’attuale 35% al 39,6%. Un aumento della tassa sulla successione dal 35% al 40%. Un aumento della tassa sulle plusvalenze e i dividendi, per i redditi superiori a 400mila dollari (450mila per le famiglie), dal 15% al 20%. Il mantenimento delle aliquote della minimum tax, il che permette a quasi 30 milioni di cittadini appartenenti alla classe media e alta un risparmio sulle tasse per una media di 3.000 dollari. L’estensione per cinque anni dei crediti di imposta per l’infanzia. L’estensione di un anno per gli investimenti commerciali in nuove proprietà e attrezzature, per il credito di imposta su ricerca e sviluppo, e sulle risorse rinnovabili come l’energia eolica. Estende i benefici legati all’indennità di disoccupazione per chi è senza lavoro da almeno un anno. Prevede il blocco per un anno del possibile taglio del 27% dei rimborsi per i medici, previsti dal Medicare. Il decadimento di un taglio del 2% sulla payroll tax, che così torna al 6,2%. Un rinvio di due mesi dei tagli alle spesa pubblica L’accordo però lascia aperte diverse questioni, come ha ammesso il presidente Barack Obama precisando che “il problema del fiscal cliff sarà risolto gradualmente”. “Se i repubblicani pensano che il lavoro per ridurre il deficit sia solo quello di tagliare la spesa dovranno cambiare idea”, ha affermato. Parole che hanno irritato diversi parlamentari repubblicani. Toni minacciosi dal presidente della Camera, il repubblicano John Boehner: “Decisioni sull’opportunità di apporre emendamenti o approvarlo non saranno prese fino a quando i membri della Camera non saranno stati in grado di visionare” il testo, ha affermato in un comunicato.

L’accelerazione nelle trattative si è avuta sin da due giorni fa, quando è sceso in campo Biden al posto del leader della maggioranza democratica al Senato Harry Reid, i cui colloqui con il collega repubblicano Mitch McConnell avevano raggiunto un punto morto. In una intervista televisiva, Obama aveva ammonito ancora una volta che “senza un’intesa ci sarà una reazione negativa dei mercati”. Ma poi, ieri, subito dopo il suo annuncio sull’accordo ormai “in vista”, Wall Street ha registrato un’accelerazione, chiudendo poi la seduta in netto rialzo.

(01 gennaio 2013)




mercoledì 12 dicembre 2012

Rassegna Stampa: La Repubblica



Michigan, Obama contro la legge anti-sindacato 


Federico Rampini

Oggi la lotta di classe riesplode nel Michigan. Alta tensione per la decisione del governatore repubblicano: firmerà la legge anti-sindacato. La chiamano “right to work” perché precludendo il tesseramento sindacale nelle aziende attira gli investimenti, secondo la destra. Obama è sceso in campo di persona per attaccarla: “Non è una legge che favorisce il diritto al lavoro, vi dà solo il diritto di lavorare guadagnando meno”. Mobilitazione sindacale e manifestazioni, ma è improbabile che il governatore ci ripensi.
11/12/2012

Pagina originale

venerdì 7 dicembre 2012

FIOM Torino: dall'archivio de "La Repubblica" - La FIM Cisl va all'attacco delle altre sigle del sì


dall'archivio de "La Repubblica" del 2 novembre 2012

La Fim Cisl va all'attacco
delle altre sigle del sì

Chiarle: "La nostra diversità? Noi le piattaforme le scriviamo, loro se le fanno scrivere"

di PAOLO GRISERI
 
NON è facile fare sindacato nella Fiat di Marchionne. Non lo è per chi viene escluso, come la Fiom-Cgil, ma non lo è nemmeno per chi ha firmato gli accordi e ora si trova a gestire una situazione complicata avendo alle spalle una solida storia sindacale, come la Fim-Cisl. LUNEDÌ scorso, nel salone Mario Operti della chiesa del Redentore, a Mirafiori Nord, Claudio Chiarle, segretario della Fim torinese, ha letto una dura e franca relazione aprendo l'assemblea nazionale della Cisl sulla Fiat. Lo ha fatto alla presenza del leader nazionale Raffaele Bonanni. Più che una relazione, un grido d'allarme: senza la Fiom in fabbrica, la Fim rischia di finire nel mirino dell'azienda come il sindacato più estremista. A tutto vantaggio di Uilm e Fismic che crescono in modo sospetto.
Chiarle parte dall'esito del voto per i delegati negli stabilimenti Fiat. La Fim è il primo sindacato, perché la Fiom è stata esclusa, anche se, aggiunge subito, "il dato dell'astensione a Torino dice che la roccaforte della Fiom non è stata scalfita, solo graffiata. La Fiom, anche senza i delegati, mantiene intatto il suo livello di consenso". E qui arrivano le prime note dolenti:
"La Fim - dice - ha mantenuto i suoi voti con qualche crescita. La differenza con Fismic e Uilm è che i nostri sono voti 'veri', voti della Fim". Frase pesantissima. Perché i voti del Fismic (il sindacato più vicino alle posizioni della Fiat) e quelli della Uilm non sono 'veri'? Chi ha aiutato e come questi sindacati
ad aumentare i consensi tra le tute blu? Chiarle insiste: "Dobbiamo porre particolare attenzione alla crescita di Fismic e Uilm, negli stabilimenti in cui non c'erano, in particolare il Fismic. Il Fismic ha tutta questa capacità senza 'aiuti'? ". Sembrerebbe, naturalmente è un'interpretazione, che il leader della Cisl torinese sospetti che la Fiat aiuti con voti e iscritti i due sindacati concorrenti. Così si chiede: "Quale modello sindacale propongono Fismic e Uilm? Fismic è un sindacato accondiscendente più che aziendalista ". Il fatto è spiega Chiarle che il Lingotto non vuole "il modello del sindacato partecipativo proposto dalla Fim. La Fiat non è antisindacale ma asindacale. Vuole un sindacato che limiti i conflitti e sostenga il consenso aziendale senza farlo partecipare ai processi decisionali ". Secondo il leader della Cisl torinese la Fiat "non vuole un sindacato che emerga, anzi lavora per il livellamento", il classico dividi et impera.
Ma l'allarme non finisce qui. C'è un nuovo campanello che suona: il rischio di essere vissuti come i nuovi estremisti: "Senza la Fiom - dice con franchezza Chiarle - viene a mancare una parte importante del nostro ruolo, quello di elemento di mediazione tra un sindacato conflittuale e i sindacati moderati/ aziendalisti". E qui viene l'attacco più duro alle altre organizzazioni firmatarie degli accordi con Marchionne: "Fismic e Uilm non hanno più bisogno della Fim che faccia da tramezzo. E neanche la Fiat. Anzi, la nostra capacità di essere sindacato partecipativo comincia a essere vissuta con fastidio perché la diversità tra noi e gli altri sindacati sta nel fatto che noi le piattaforme le scriviamo e loro se le fanno scrivere ".
Chi è l'amanuense che redige le piattaforme di Fismic e Uilm? La tesi della Fim è che i metalmeccanici della Cisl sono finiti nel cono d'ombra, rischiano di precipitare sul lato della lavagna dove il Lingotto mette i cattivi, una sorta di nuova Fiom da chiudere nell'angolo. Il pericolo è che, proprio per questa ragione, "la Fim e la Cisl abbiano perso la leadership della coalizione". Claudio Chiarle si ferma qui. Ma è evidente che la coalizione dei sindacati oggi presenti in Fiat è nata dall'esclusione della Fiom e per questo rischia di perdere per strada gli altri sindacati confederali fino a consegnare la rappresentanza in fabbrica al solo sindacato aziendalista, il Fismic.

(02 novembre 2012)

FIOM Torino: dall'archivio de "La Repubblica" - UILM querela FIM


dall'archivio de "La Repubblica" del 24/11/2012

Sindacati contro Peverati (Uilm) querela Chiarle (Fim)

IL SEGRETARIO generale della Uilm di Torino Maurizio Peverati ha depositato un atto di denuncia e querela, al Tribunale Ordinario di Torino, verso il segretario generale della Fim Torino, Claudio Chiarle. La pratica è seguita dall' avvocato Massimo Pozza del foro di Torino. Il motivo della querela sono alcune dichiarazioni rilasciate da Chiarle durante l' assemblea nazionale della Fim Cisl di Torino sul caso Fiat del 29 ottobree riportate da «Repubblica» Torino sotto il titolo «La Fim all' attacco delle altre sigle del sì: filoaziendalisti". «Le frasi di Chiarle - spiega Peverati - oltre a danneggiare la nostra immagine e credibilità ingenerano sospetti sull' operato della mia organizzazione delegittimandola agli occhi dei cittadini e degli associati. La Uilm che rappresento non può accettare tutto questo. Ogni giorno centinaia di nostri delegati si impegnano per rappresentare i lavoratori su tutto il territorio piemontese, quelle frasi hanno sminuito e adombrato il loro impegno. Proprio in tempi così difficili dal punto di vista economico occorrerebbe un maggior senso di responsabilità invece di soffiare sul fuoco della tensione che già cova all' interno di alcune fabbriche».

24 novembre 2012

giovedì 20 settembre 2012

Rassegna Stampa: La Repubblica



Fiat stoppa il car sharing elettrico offerto da Mercedes e Renault
Le due case automobilistiche hanno proposto un servizio chiavi in mano. 
Il Lingotto si è opposto. 

di DIEGO LONGHIN

"La Fiat dovrebbe essere fonte di opportunità, come avviene in tutte le aree dove hanno sede importanti aziende automobilistiche. A Torino invece il Lingotto rischia di trasformarsi in un tappo". L'assessore all'Ambiente della giunta Fassino, Enzo Lavolta, alla vigilia della settimana dedicata alla mobilità sostenibile ragiona sulle "resistenze" prodotte da Fiat nella città. Ultimo esempio? Il car sharing elettrico.
(...)
Qui entrano in gioco le "resistenze" di Fiat che vorrebbe mantenere un controllo diretto e indiretto sulla città: di fronte alla possibilità di auto marchiate Renault o Mercedes storce il naso. Insomma, meglio di no per via Nizza. In cambio mette sul piatto le 500 elettriche, prodotte in Michigan, tecnologia su cui Fiat è indietro rispetto alle altre case e soprattutto non ha un sistema "chiavi in mano".
Il Comune, di fronte alle obiezioni del Lingotto, va con i piedi di piombo. E lascia in standby le opportunità presentate dalle altre marche. "Le città che ospitano le sedi delle principali case automobilistiche - sostiene Lavolta - trovano in queste un partner per lo studio e la realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Per tutti la mobilità sostenibile è un impegno e un fiore all'occhiello, che fa crescere anche il sistema dell'indotto. A Torino tra l'altro si concentrano grandi capacità competitive. Le auto che vengono utilizzate a Parigi sono prodotte dalla Cecomp di La Loggia. Volkswagen per cercare innovazione non è andata in America, India e Cina, ma è venuta ad incontrare 30 aziende piemontesi. La Fiat su questo particolare filone però non investe".
Non è la prima volta che il Lingotto frena su iniziative e collaborazioni. Il caso più eclatante riguarda la sponsorizzazione di Italia 150. Si era fatta avanti Volkswagen
(...)
 
(16 settembre 2012)

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lunedì 10 settembre 2012

Rassegna stampa: La Repubblica


Sei licenziamenti in tronco 
effetto della legge Fornero 

di STEFANO PAROLA

La riforma Fornero è ormai una legge dello Stato, dunque perché non applicarla? Qualche imprenditore ci ha soltanto pensato, qualcun altro invece non ha perso tempo. E il licenziamento "per motivi economici" ha fatto il suo esordio in Piemonte. A farne le spese sono stati sei lavoratori in tutto, tre di Moncalieri e tre dell'Astigiano. Tutti iscritti, oggi o in passato, alla FiomCgil.

Venerdì alla Lagor di Cerro Tanaro, stabilimento con 100 dipendenti circa che producono trasformatori, i tre operai hanno ricevuto la lettera d'addio dell'azienda attorno alle 12: "Due per motivi oggettivi e uno perché inidoneo al turno notturno", racconta Giuseppe Morabito, segretario della Fiom astigiana. Che attacca: "In casi come questi solitamente si apriva una procedura per riduzione del personale che consentiva di ottenere due anni di mobilità. Invece queste persone, oltre a subire il danno causato dal non avere più un lavoro, riceveranno soltanto otto mesi di sussidio di disoccupazione. Insomma, oltre il danno, la beffa". Comunque, annuncia Morabito, "impugneremo i licenziamenti e dimostreremo davanti al giudice che i motivi non sussistono. Ma i lavoratori rischiano di vedersi riconosciuto soltanto l'indennizzo e non il reintegro in azienda".

Alla Model Master, azienda moncalierese di design con 150 addetti, è successa la stessa cosa: due tesserati Fiom e un ex iscritto sono stati mandati via per "motivi economici". "Pensiamo che sia un modo per colpire il nostro sindacato", dice Edi Lazzi, funzionario della sigla della Cgil. E racconta: "Prima delle vacanze ci avevano proposto di adottare il contratto Fiat, ma abbiamo rifiutato. E al rientro sono arrivate le lettere di licenziamento". Anche in questo caso sarà battaglia legale: "Pensiamo ci sia stata una discriminazione nei confronti di questi lavoratori. In più le aziende in questo modo fanno vedere che licenziare è più semplice, così scatta un effetto psicologico su chi il posto ce l'ha ancora", sottolinea Lazzi.

"Un altro caso analogo è avvenuto con un dipendente di una piccola azienda di Savonera", aggiunge il segretario della FiomCgil Torino, Federico Bellono. E poi commenta: "Si è tanto discusso della manomissione dell'articolo 18 come se si trattasse di una questione di principio. In realtà oggi le aziende hanno maggiori possibilità di licenziare e nella crisi vediamo i primi effetti pratici della riforma. I primi casi emersi sono tutte ragioni in più per non disdegnare alcuna iniziativa che punti a ripristinare nel suo assetto originario l'articolo 18 come strumento di tutela contro i licenziamenti illegittimi".
 
(09 settembre 2012)

giovedì 21 giugno 2012

Rassegna stampa: Scalfari su Repubblica


IL COMMENTO

Rinnovare i partiti
Liberare le istituzioni

di EUGENIO SCALFARI

Questa mattina si sta votando in Grecia e tra poche ore conosceremo il risultato, ma hanno sbagliato quanti (ed io con loro) hanno attribuito al voto il valore d'un referendum pro o contro l'euro e pro o contro l'Europa. Non è affatto così. Tutti i partiti greci, quelli tradizionali e quello di opposizione (socialista massimalista), non vogliono affatto uscire dall'Unione europea e abbandonare la moneta comune. Quanto agli elettori, essi sono perfettamente consapevoli che tornare alla dracma sarebbe un disastro di proporzioni immani; un sondaggio pre-elettorale prevede addirittura una vittoria dei partiti tradizionali, quelli cioè che si sono assunti la responsabilità del rigore tedesco, il che è tutto dire.

La Grecia quindi non se ne andrà dall'euro a meno che non sia la Germania a sbatterla fuori. Molti pensano che quest'ipotesi sia probabile: ucciderne uno per educarne cento; ma io non credo che sia così. Non solo è improbabile ma è addirittura impossibile. Sarebbe un esercizio di accanito sado-masochismo che un grande popolo non può permettersi. Il popolo e le classi dirigenti tedesche non possono permetterselo ed è inutile ricordarne il perché, stampato nella memoria del mondo intero a caratteri indelebili.
Però c'è un però: anche se l'esito del voto greco non potrà essere utilizzato dagli speculatori come pretesto, ne troveranno certamente altri per proseguire il loro attacco all'eurozona, ai debiti sovrani più esposti e alle banche più fragili.

Del resto hanno già cominciato, con la Spagna prima e con l'Italia poi. L'obiettivo finale è la disarticolazione dell'eurozona, l'isolamento della Germania, la cancellazione d'ogni regola che miri a incanalare la globalizzazione in un quadro di capitalismo democratico e di mercato sociale.

Ormai è evidente che questa è la posta in gioco. Altrettanto chiara è l'identità delle forze contrapposte. Da un lato ci sono le principali banche d'affari americane che guidano il gioco, le multinazionali, i fondi speculativi, le agenzie di rating, i sostenitori del liberismo selvaggio e del rinnovamento schumpeteriano. Un impasto di interessi e di ideologie che noi chiamiamo capitalismo selvaggio e che loro nobilitano chiamandolo liberismo puro e duro.
(...)
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(17 giugno 2012)

lunedì 28 maggio 2012

Rassegna Stampa: "Non ci ha convinto ma è stata tra noi" da "La Repubblica" del 24/04/2012


da "La Repubblica" del 24 aprile 2012:

Prima critiche poi applausi. Il ministro:confronto vero.

TORINO - «Allora ho pensato: adesso vado lì e faccio la parte di quello della comunità di recupero. Sai, gli alcolisti anonimi. Ho preso in mano il microfono, ho guardato la signora Fornero e ho detto: "Mi chiamo Michele, ho 32 anni e sono in cerca di un futuro"». Michele è un giovane elettricista dell' Alenia, racconta così il suo incontro con il ministro del Lavoro. Nell' hangar numero 7, quello che dà sulla pista dell' aeroporto di Caselle, mette in fila alcune delle tante domande dei 1.300 tra operai e tecnici che hanno il privilegio di poter spiegare direttamente al governo le loro critiche alla riforma del lavoro. E quel rapporto diretto, quel contatto senza mediazioni tra il governo e le tute blu, ha spaventato più di un sindacalista. Claudio Chiarle, segretario torinese della Fim, uno che ha dovuto ingoiare tutti gli accordi con Marchionne, questa assemblea con il ministro che parla direttamente in fabbrica non la manda giù. La Fornero lo fa arrabbiare al punto da spedirlo sulle barricate. Orgogliosamente non partecipa all' incontro e presidia la strada per protesta: «Se i ministri parlano direttamente ai lavoratori - sintetizza mentre sventola la sua bandiera bianca e verde - noi del sindacato che cosa ci stiamo a fare?».
Nell' hangar si sta tutti in piedi. Elsa Fornero spunta da dietro il tendone che nasconde un caccia in costruzione. L' attenzione è tutta per lei. Ne fa le spese Claudio Frascolla, storico delegato della Fiom, che introduce l' incontro e va un po' per le lunghe. E' comprensibile: Claudio andrà in pensionea fine settimana, è la sua ultima occasione. Ma i compagni di lavoro mugugnano senza pietà, vogliono sentire lei. Così quando lui dice: «Ora la parola al ministro Fornero», scoppia un grande applauso. Ma non sai se è la liberazione per la fine dell' attesa o l' apprezzamento per il ministro. Che comincia mettendo le mani avanti: «Non sono quia cercare applausi, o a tenere comizi. Non sono un politico, non sarei capace. Penso però che sia importante che il governo parli con i lavoratori. Ma, guardate, non è una cosa straordinaria: voi mi avete invitata e io ho detto sì. Un fatto semplice, mi pare». Finiscono così in cenere, in pochi minuti, due settimane di polemiche alimentate da una compagnia trasversale di sindacalisti di varia sfumatura e specie: da Susanna Camusso a Raffaele Bonanni a Giorgio Cremaschi, tutti a dire che così non si fa o addirittura che «la scelta di Fornero è un atto di supponenza». Nell' hangar, l' assemblea dello scandalo va invece in scena in modo ordinato, senza acquiescenze e senza isterie. C' è il numero due della Fiom nazionale, Giorgio Airaudo, il sindacalista che ha lanciato l' idea dell' assemblea sulle pagine di Repubblica e c' è il rappresentante della Uilm perché Angeletti, a differenza degli altri due colleghi, ha detto che «se un ministro va in fabbrica a spiegare il suo punto di vista e ad ascoltare, questo è un fatto democratico».
Della democrazia fa parte, naturalmente, il diritto di dissentire. Quando Fornero spiega che si doveva «abbattere il debito per evitare il rischio del default», dall' hangar si alza una voce: «Perché per abbattere il debito, avete cominciato proprio da noi?». C' è chi grida dalla platea: «Mettete la patrimoniale se volete trovare i soldi». I sindacalisti intervengono a placare gli animi. Fornero parla di «una riforma che ha un equilibrio generale, che costa sacrifici ma cheè fatta per dare speranza e futuro all' Italia». Poi confessa: «Sono venuta a spiegare il mio punto di vista e ad ascoltare il vostro. Anche se non ci dovessimo convincere, sarà stato utile».
Al microfono vanno le tute blu. Chiedono «perché non riducete i costi della politica». O anche «perché lei non ha rinunciato al sistema retributivo per la sua pensione personale?». Molti protestano perché «con i problemi del debito e degli investimenti la modifica dell' articolo 18 non c' entra nulla». E i delegati più anziani raccontano quando «le battaglie per migliorare la sicurezza sul lavoro erano possibili proprio grazie alla tutela dell' articolo 18». Non sempre nelle risposte il ministro soddisfa il popolo dell' hangar: «La riduzione delle spese della politica è allo studio. Ma è un argomento complesso...». «Però la riforma delle pensioni l' avete fatta in due settimane e adesso qui abbiamo 1.500 esodati. Quello non era un argomento complesso?». Il nodo degli esodati è uno degli argomenti caldi del confronto: «Perché sulle pensioni ci avete cambiato le carte in tavola?«. «Perché il sistema non reggeva».
Al termine, l' assemblea applaude. All' uscita molti operai si dicono «non convinti» dagli argomenti del ministro: «Però lei ha avuto il merito di venirci a parlare». Airaudo sintetizza: «Confronto rispettoso e duro sui contenuti. Noi siamo usciti più convinti che sia necessario cambiare la riforma». Michele mantiene il suo dissenso: «Sono convinto che sia sbagliato cambiare l' articolo 18 e modificare le pensioni. Quando ho visto il ministro Fornero piangere in tv le ho dato fiducia. Adesso non vorrei dovermi ricredere. Alla fine dell' assemblea lei mi ha fatto cercare per ringraziarmi. Speriamo». E Elsa Fornero? Che impressione ha tratto da questa giornata? Lei stupisce ancora tutti: «L' assemblea all' Alenia? Un confronto autentico e perfino costruttivo».
PAOLO GRISERI

venerdì 6 aprile 2012

Rassegna stampa: La Repubblica - art. 18


Uno scambio tra salari e diritti

di CARLO CLERICETTI

Ma è importante o no, questo articolo 18 su cui si fanno tante battaglie? Non dovrebbero esserci dubbi, visto l’accanimento con cui ci si scontra per vanificarlo o per conservarlo. Eppure personaggi autorevoli, come per esempio Pierre Carniti, hanno ripetuto più volte che è un falso problema, che a ben vedere si applica in pochi casi, che – in fondo – appare più che altro un diversivo per non parlare di problemi assai più importanti, come ad esempio il rilancio della crescita e dell’occupazione. Cosa a cui gli “abolizionisti” ribattono che è proprio per rilanciare la crescita e l’occupazione che bisogna toglierlo di mezzo.
Come spesso accade, c’è del vero in entrambe le tesi. Si potrebbe dire, a dispetto della matematica, che questo 18 è un numero dispari, o, se si volesse usare una terminologia più professorale, che i suoi effetti sono asimmetrici: è poco o nulla rilevante per certi aspetti, moltissimo per altri. E se si riuscisse a mettersi d’accordo su questo si otterrebbe se non altro un dibattito più chiaro su cosa si vuole e come ottenerlo.
La Banca d’Italia, che non può certo essere sospettata di “sinistrismo”, si è espressa più volte su questo argomento, tanto in maniera ufficiale che ufficiosa. Risale al lontano 2005 una ricerca le cui conclusioni erano che non è rilevabile un effetto dell’articolo 18 che freni la crescita dimensionale delle imprese. Molte altre, di altri ricercatori, hanno poi confermato le stesse conclusioni. Anche nei giorni scorsi la Banca, consultata, ha affermato testualmente che l’articolo 18 “non ha effetti macroeconomici”. Può creare qualche problema solo a livello micro, cioè di singole imprese, che, specie quando sono di piccola dimensione, non gestiscono facilmente un reintegro che avviene spesso dopo anni dal licenziamento, quando la persona è stata da tempo sostituita. Ma questo è un problema che attiene ai tempi della giustizia e dunque lì dovrebbe essere cercata la soluzione.
Che poi non ci sia alcun collegamento con un eventuale aumento dell’occupazione, è cosa su cui quasi tutti gli economisti sono d’accordo e si sono espresse in questo senso anche istituzioni come l’Fmi e l’Ocse (che pure in proposito ha avuto un atteggiamento oscillante).
Concludendo: dal punto di vista economico l’articolo 18 ha una rilevanza scarsissima, se non addirittura nulla. Ma vediamolo da un altro aspetto.
Dal punto di vista del lavoratore l’articolo 18 è importante, eccome. Essere licenziabili per motivi “economici o organizzativi” significa di fatto essere licenziabili a volontà, perché, anche dove non siano comprovabili motivi economici, un motivo organizzativo si può imbastire facilmente. E anche se, secondo l’ultima ipotesi di cui si parla, fosse affidata a un giudice la valutazione, quest’ultimo non potrebbe che constatare che i motivi organizzativi sussistono, a meno di non contestare all’azienda il suo modello organizzativo, il che è impensabile.
E allora, una giovane donna ci penserà bene prima di decidere di avere un figlio, e ancora di più se ne desiderasse un secondo, magari a poca distanza dal primo come è normale e logico che avvenga. Un dipendente che dovesse attraversare un periodo critico per la salute andrà al lavoro anche se sta male, per non passare per assenteista. Se si accorge che in azienda qualche norma di sicurezza non viene rispettata farà finta di nulla, perché potrebbe essere considerato un piantagrane. Se vede che un collega viene trattato ingiustamente si guarderà bene dal prendere le sue parti. Non aprirà bocca di fronte a qualsiasi richiesta di straordinari o turni particolari, anche se ciò gli crea seri problemi perché magari ha un familiare malato da accudire. Inghiottirà senza fiatare rimproveri o reprimende che considera ingiustificati. Forse non se la sentirà di aderire a un sindacato che sa non essere gradito in azienda, anche se pensa che sarebbe utile per difendere i suoi interessi. Insomma, dovrà essere un bravo soldatino la cui unica risposta è “signorsì”.
L’aspetto speculare di tutti questi motivi spiega perché invece gli imprenditori all’abolizione ci tengano tanto. In più, la libertà di licenziamento offre loro la possibilità di ridurre il costo del lavoro, sostituendo una parte dei lavoratori più anziani, la cui retribuzione è un po’ più alta se non altro per qualche scatto di anzianità, con giovani che potranno essere tenuti per anni in una condizione di precariato e che comunque anche dopo una eventuale assunzione, per esempio con il contratto di apprendistato, per molti altri anni costeranno meno.
Con questo non si vuole dipingere una classe imprenditoriale spietata e senza cuore, dove tutti, per pochi soldi, sono pronti a gettare sul lastrico padri e madri di famiglia. Negli ultimi tempi abbiamo visto, purtroppo, molti imprenditori che sono arrivati al gesto estremo del suicidio di fronte all’ormai inderogabile necessità di licenziare i loro dipendenti. Ma di fronte a questi casi ci sono quelli della Thyssen e di tanti altri con assai meno scrupoli e un modo di comportarsi assai diverso. Le leggi si fanno non perché tutti sono “cattivi”, ma per evitare che quel certo numero di “cattivi” che senza dubbio esiste possa fare danni.
Se così stanno le cose, è pensabile che si possa raggiungere un compromesso? C’è un modo diverso per raggiungere gli obiettivi dichiarati dal governo? Che sono, lo ricordiamo, eliminazione del dualismo del mercato del lavoro, più opportinità per i giovani, più flessibilità per le aziende, riduzione del precariato?
Innanzitutto bisognerebbe che il governo, segnatamente nelle persone del presidente Monti e del ministro Fornero, rinunciasse alla demagogia e – visto che Monti continua a lodare la maturità dei cittadini italiani – dicesse le cose come stanno. Per esempio, che nel prossimo periodo, non si sa quanto lungo, l’occupazione non può aumentare, anzi sicuramente diminuirà; che se l’occupazione non aumenta non si possono dare più opportunità ai giovani senza espellere un numero maggiore di meno giovani; che l’eliminazione della precarietà non è alle viste; che i nuovi ammortizzatori sociali prospettati sono per molti versi una riduzione rispetto a quelli attuali e sono ben poca cosa rispetto alle necessità, assumendosi semmai la responsabilità di affermare che “in questa situazione non si può fare di più”. Soprattutto esplicitando ciò che invece non è stato detto: data la politica imposta dall’Europa (cioè dalla Germania), con l’appoggio delle tecnostrutture (Bce, Commissione, Fmi e via dicendo), le retribuzioni devono diminuire, fintanto che non sarà stata pareggiata la perdita di competitività accumulata rispetto alla Germania dall’entrata in vigore dell’euro fino ad oggi. E’ una politica sbagliata, non ci stancheremo di ripeterlo, ma finché questi sono i rapporti di forza, politici e sociali, non ci si può fare niente, se non cercare di limitare i danni.
Se si arrivasse a trattare sulla base di affermazioni aderenti alla realtà si potrebbe proporre uno scambio, la cui base dovrebbe essere l’ultima delle questioni ricordate, che appare al momento la meno evitabile. Le retribuzioni debbono scendere? Bene, i sindacati offrano esplicitamente questo alle controparti – imprenditori e governo – in cambio della rinuncia alla parte più critica in tema di lesione dei diritti e peggioramenti normativi. La riduzione può avvenire così, con una scelta esplicita e contrattata; altrimenti avverrà lo stesso, come conseguenza della cosiddetta riforma che quasi certamente verrà varata in ogni caso. Si potrebbe persino offrire la rinuncia temporanea ad alcuni istituti, per esempio i prossimi due o tre scatti di anzianità. Si accetterebbe un sacrificio pesante per tutti i lavoratori (che però al momento appare inevitabile), ma si eviterebbe la distruzione dei risultati di tanti anni di battaglie di progresso per le condizioni dei lavoratori. Quando poi la congiuntura cambierà di segno, sarà più facile riconquistare livelli salariali decenti che un quadro normativo perduto, e comunque nel frattempo si eviteranno le altre pessime conseguenze che deriverebbero da norme come quelle sull’articolo 18.
Di fonte alle posizioni ideologiche è difficile ragionare, quindi non è detto che questa strategia funzioni. Pero varrebbe la pena almeno di provare.


30 marzo 2012


martedì 20 marzo 2012

Rassegna Stampa: La Repubblica - Riforma Lavoro




Trattativa sul lavoro, l'obiettivo indicibile

di CARLO CLERICETTI

La flexicurity, favorire i giovani, eliminare il dualismo del mercato del lavoro? Tutto fumo. Che serve per coprire l'obiettivo vero della cosiddetta riforma, un obiettivo indicibile, perché politicamente inaccettabile non solo dai sindacati, ma soprattutto dal Pd che poi, in Parlamento, a quelle misure dovrà dare il suo voto, pena la caduta del governo. L'obiettivo reale e principale è uno solo: i salari devono diminuire.
Tra le misure imposte alla Grecia c'è stata anche la riduzione del 30% del salari minimi, oltre ai vari tagli a indennità e mensilità aggiuntive dei dipendenti pubblici. Per la Spagna non c'è stato bisogno di imposizioni così plateali: la riforma del lavoro approvata dal nuovo governo conservatore di Mariano Rajoy (tanto lodata dal nostro presidente del Consiglio) prevede tra l'altro che, dopo due trimestri di riduzione dei ricavi, le aziende possano decidere unilateralmente di ridurre le retribuzioni. Per i dipendenti c'è una finta scelta: o accettano, o se ne vanno ottenendo un modesto indennizzo monetario. Vogliamo fare qualche ipotesi su come si comporteranno, in un paese dove la disoccupazione supera il 20%?
Se in Italia fosse rimasto Berlusconi, la cui credibilità era sottozero, anche a noi sarebbe stato imposto un diktat in proposito. Ora che c'è Monti, di cui la signora Merkel si fida, si può lasciare a lui il compito  -  che però resta lo stesso  -  in modo da salvaguardare almeno l'apparenza del mantenimento di una sovranità ormai di fatto evaporata.
Tutto questo accade perché Monti è un "nemico del popolo"? In realtà le personali inclinazioni del presidente del Consiglio in questo caso c'entrano poco. In un altro articolo ("La trappola europea")  avevamo cercato di spiegare quali siano i presupposti di questa politica, la cui dimensione non è solo italiana ma europea. Qui basta ricordare che, quando un paese perde competitività (ed è il caso dell'Italia e di tutti gli altri paesi colpiti dalla "cura"), se non può svalutare la moneta  -  e nessuno dei paesi euro può prendere questa decisione  -  deve procedere a una "svalutazione interna", cioè deve fare in modo che prezzi e salari si riducano fino a quando la sua economia non torna competitiva. A quel punto, sostiene questa teoria, il paese aumenta le esportazioni, la bilancia commerciale ritorna in equilibrio, l'economia riparte e tutti tornano felici.
Ma, appunto, di una teoria si tratta, e molti economisti di primo piano sostengono che è completamente sbagliata. Perché nel frattempo il paese in questione entra in recessione, le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta, cadono i redditi e il Pil, i conti pubblici peggiorano nonostante i tagli: si alimenta, cioè, una spirale perversa. Lo abbiamo visto in Grecia, lo stiamo vedendo in Portogallo, in Spagna, in Italia. Molto probabilmente tra poco la Francia si unirà al gruppo. Ma finché non se ne convincono i tedeschi, che in questa fase di fatto comandano in Europa, la linea non cambierà.
E veniamo alla nostra "riforma". Al di là degli escamotage che saranno inventati dai sindacati per salvare la faccia, l'articolo 18 sarà reso completamente inefficace. Dal momento che è ormai scontato che il licenziamento potrà essere motivato da ragioni "economiche o organizzative", nessun imprenditore sarà così sprovveduto da attuare licenziamenti discriminatori o persino disciplinari: un problema organizzativo  -  con la necessità di ristrutturazione che hanno tutte le aziende in questa fase  -  si trova molto facilmente. E allora, con i licenziamenti praticamente liberi, succederà una di queste due cose, o meglio tutt'e due. In parte verrà posta la scelta tra riduzioni di salario o un certo numero di licenziamenti; in parte ci si libererà di una parte di lavoratori più anziani per sostituirli, a minor costo, con giovani che nel migliore dei casi entreranno con il contratto di apprendistato, tre anni  -  estendibili a cinque  -  a salario ridotto e con la possibilità di esser mandati via. Ci saranno un po' di ammortizzatori sociali, ma con una durata inferiore agli attuali e con meno gente che avrà la possibilità di passare  -  alla loro scadenza  -  alla pensione, visto che l'età è stata aumentata. Un meccanismo poco appropriato, ma che finora aveva sostituito, anche se non per tutti i lavoratori, le carenze delle protezioni dalla disoccupazione.
C'è un'altra strada? Ci sarebbe, e sono ormai immumerevoli gli appelli e i "manifesti" di economisti e politici che la indicano. L'ultimo è quello dei democratici e progressisti europei che si sono riuniti a Parigi il 17 marzo e hanno diffuso una dichiarazione comune intitolata "Renaissance pour l'Europe". L'altra strada è quella di non puntare tutto e subito sul risanamento dei bilanci pubblici, che va fatto, ma in modo più graduale e non in una fase di recessione. Di utilizzare strumenti che permettano di stimolare la crescita, come i "project bond" europei, con cui realizzare opere infrastrutturali e investire sull'energia rinnovabile. Di premere a livello di G20 per realizzare una riforma della finanza per cui finora poco o nulla è stato fatto. Insomma, di dosare i tempi dell'aggiustamento e soprattutto di accompagnarlo con misure che favoriscano la ripresa dell'economia, senza la quale gli sforzi dovranno essere molto più pesanti e  -  soprattutto  -  rischiano di essere inutili. Questo non significa che si eviterebbero i cosiddetti "sacrifici", ma certamente sarebbero meno drammatici e il purgatorio durerebbe meno.
Per il momento questa strada alternativa è sbarrata dalla determinazione contraria dei tedeschi e dei loro alleati. Ma nel giro di un anno ci saranno le elezioni politiche nei tre paesi più importanti dell'Eurozona, Germania, Francia e Italia. Se vinceranno i partiti progressisti la musica cambierà. Sperando che non sia troppo tardi.

(20 marzo 2012)

giovedì 15 marzo 2012

Rassegna Stampa: Chiara Saraceno su Repubblica




L'illusione della flessibilità

pubblicato il 15 marzo 2012

Sembra superata la brutta scivolata di ieri della ministra Fornero con l'infelice frase sulla "paccata di miliardi".
"Paccata di miliardi" che sarebbe disponibile solo se le parti sociali accettano preventivamente il pacchetto di riforme proposto dal governo.
Per lo meno non ha fermato quel pezzo simbolicamente importante di negoziato che riguarda l'articolo 18.
La voglia di arrivare ad un accordo sostenibile per tutti prevale, per fortuna, sulle irritazioni e i passi falsi.
Anche se sarà bene che Elsa Fornero, come tutto il governo di cui fa parte, ricordino che l'ottica del bene comune non solo va verificata con i soggetti interessati, ma deve valere sempre, verso tutti i soggetti e interessi.
Il negoziato con sindacati e Confindustria sta avvenendo in modo pubblico e trasparente, anche se con qualche insofferenza di troppo.
Non così è andata sulle liberalizzazioni, dove più che di un negoziato sul bene comune si è avuta l'impressione di un cedimento agli interessi di lobby ristrette ma potenti, al riparo dagli sguardi dei cittadini che ne hanno visto solo gli esiti non sempre favorevoli per loro stessi.
Ma entriamo nel merito del pacchetto di riforme messo sul tavolo dalla ministra.
Vi sono diverse cose apprezzabili, in primis l'introduzione di una indennità di disoccupazione unica, che copra diverse fattispecie di perdita del lavoro, benché sia dubbio che riguardi anche i vari co.co.pro. e finte partite Iva, ovvero tutti coloro che sono attualmente sprotetti.
Continueranno ad essere esclusi anche coloro che hanno contratti così brevi e provvisori da non riuscire a maturare 52 settimane lavorative piene in due anni.
Anche il rafforzamento dell'apprendistato come via di ingresso nel mercato del lavoro è un passaggio importante.
Ma non risolve il problema dell'ingresso dei neo laureati o di chi, come molte donne, si ricolloca sul mercato del lavoro in età non giovanile, o di chi perde una occupazione in età matura.
Non affrontare la questione di una maggiore standardizzazione dei contratti di lavoro all'ingresso è una delle debolezze del pacchetto di riforme proposte dal governo, che sembra tutto spostato sul, certo importantissimo, tema degli ammortizzatori sociali e sulla flessibilità in uscita (articolo 18).
Questa impostazione suggerirebbe che il problema del mercato del lavoro italiano, e addirittura della mancata competitività del sistema produttivo, sia la scarsa flessibilità in uscita.
Ma i modelli danesi e tedesco, spesso citati anche dalla Fornero, sono dinamici innanzitutto perché sono dinamiche le aziende, che creano posti di lavoro; per cui perdere l'occupazione non è un salto nel buio, ma un passaggio abbastanza veloce verso un altro lavoro.
Non è così in Italia, nonostante ormai da diversi anni il mercato del lavoro italiano sia diventato tra i più flessibili, anche per i cosiddetti garantiti.
La scarsa competitività italiana, da cui deriva anche l'alto tasso di disoccupazione, ha a che fare non con la mancanza di flessibilità in uscita, ma con la scarsa capacità di innovazione delle aziende, il basso investimento in capitale umano e in ricerca e innovazione.
E se le aziende straniere non investono volentieri in Italia non è certo per timore dell'articolo 18, ma perché temono la macchinosità e la lentezza della nostra burocrazia, per altro incapace di proteggere da fenomeni di corruzione, quando non vi è coinvolta essa stessa.
Infine, in Danimarca e in Germania, come in molti altri Paesi europei, nessuno è lasciato senza protezione una volta terminato il diritto all'indennità di disoccupazione senza aver trovato una nuova occupazione.
Possono accedere ad una garanzia di reddito assistenziale, destinata a chi ha perso il diritto alla indennità o a chi non ne ha mai avuto diritto, ma è povero.
È una misura cui la ministra si è dichiarata più volte favorevole, trovando risposte per altro tiepide in una parte almeno dei sindacati.
Ma richiede risorse consistenti che non possono che venire dal bilancio dello Stato.
In Germania, ad esempio, dopo la cosiddetta riforma Hartz del 2002, questo sussidio garantisce 350 euro al mese per una persona sola, che possono salire fino al 1240 euro circa per una coppia con due bambini, più integrazioni per l'affitto, i libri di scuola, le spese mediche.
Anche chi riceve l'indennità di disoccupazione, se questa è inferiore al sussidio, può ricevere una integrazione fino ad un livello equivalente.
Inoltre esistono centri per l'impiego efficienti, che accompagnano e stimolano chi riceve il sussidio a stare nel mercato del lavoro, formarsi, e così via.
Accanto al dinamismo dell'economia, l'esistenza di questa rete di protezione consente di affrontare meglio le crisi vuoi nell'economia, vuoi nelle biografie personali.
In assenza di entrambe queste cose, rimane solo la disoccupazione di lunga durata senza sussidi e senza speranze. 

Chiara Saraceno 

martedì 6 marzo 2012

NO-TAV: Rasegna Stampa - Roberto Saviano su "La Repubblica"

Tav, da Napoli alla Val di Susa le mani della mafia sui cantieri

I clan si presentano con imprese che vincono perché fanno i prezzi più vantaggiosi e sbaragliano il mercato. Il tracciato della Torino-Lione si può sovrapporre alla mappa delle famiglie mafiose e dei loro affari nel ciclo del cemento

di ROBERTO SAVIANO

TUTTI parlano di Tav, ma prima di ogni cosa bisognerebbe partire da un dato di fatto: negli ultimi trent'anni l'Alta velocità è diventata uno strumento per la diffusione della corruzione e della criminalità organizzata, un modello vincente di business perfezionatosi dai tempi dalla costruzione dell'Autostrada del Sole e della ricostruzione post-terremoto in Irpinia. Questa è una certezza giudiziaria e storica più solida delle valutazioni ambientali e politiche (a favore o contro), più solida di ogni altra analisi sulla necessità o sull'inutilità di quest'opera. In questo momento ci si divide tra chi considera la Tav in Val di Susa come un balzo in avanti per l'economia, come un ponte per l'Europa, e chi invece un'aberrazione dello spreco e una violenza sulla natura. Su un punto però ci si deve trovare uniti: bisogna avere il coraggio di comprendere che l'Italia al momento non è in grado di garantire che questo cantiere non diventi la più grande miniera per le mafie. Il governo Monti deve comprendere che nascondere il problema è pericoloso. Prima dei veleni, delle polveri, della fine del turismo, della spesa esorbitante, prima di tutte le analisi che in questi giorni vengono discusse bisognerebbe porsi un problema di sicurezza del sistema economico. Che è un problema di democrazia.

Ci si può difendere dall'infiltrazione mafiosa solo fiaccando le imprese prima che entrino nel mercato, quando cioè è ancora possibile
farlo. Ma ormai l'economia mafiosa è assai aggressiva e l'Italia, invece, è disarmata. Il Paese non può permettersi di tenere in vita con i fiumi di danaro della Tav le imprese illegali. Se non vuole arrendersi alle cosche, e bloccare ogni grande opera, deve dotarsi di armi nuove, efficaci e appropriate. La priorità non può che essere la "messa in sicurezza dell'economia", per sottrarla all'infiltrazione e al dominio mafioso, dotandola di anticorpi che individuino e premino la liceità degli attori coinvolti e creino le condizioni per una concorrenzialità, vera, non inquinata dai fondi neri. Oggi questa messa in sicurezza non è ancora stata fatta e il Paese, per ora, non ha gli strumenti preventivi per sorvegliare l'enorme giro degli appalti e subappalti, i cantieri, la manodopera, le materie prime, i trasporti, e lo smaltimento dei rifiuti, settori tradizionali in cui le mafie lavorano (inutile negarlo o usare toni prudenti) in regime di quasi monopolio. Quando i cantieri sono giganti con fabbriche di movimenti umani e di pale non ci sono controlli che tengano.

IL BUSINESS CRIMINALE
Le mafie si presentano con imprese che vincono perché fanno prezzi vantaggiosi che sbaragliano il mercato, hanno sedi al nord e curricula puliti, e il flusso di denaro destinato alla Tav rischia di diventare linfa per il loro potenziamento, aumentandone la capacità di investimento, di controllo del territorio, accrescendone il potere economico e, di conseguenza, politico. Non vincono puntando il fucile. Vincono perché grazie ai soldi illeciti il loro agire lecito è più economico, migliore e veloce. Lo schema finanziario utilizzato sino ad ora negli appalti Tav è il meccanismo noto per la ricostruzione post-terremoto del 1980: il meccanismo della concessione, che sostituisce la normale gara d'appalto in virtù della presunta urgenza dell'opera, e fa sì che la spesa finale sia determinata sulla base della fatturazione complessiva prodotta in corso d'opera, permettendo di fatto di gonfiare i costi e creare fondi neri per migliaia di miliardi. La storia dell'alta velocità in Italia è storia di accumulazione di capitali da parte dei cartelli mafiosi dell'edilizia e del cemento. Il tracciato della Lione-Torino si può sovrapporre alla mappa delle famiglie mafiose e dei loro affari nel ciclo del cemento. Sono tutte pronte e già si sono organizzate in questi anni.

Esagerazioni? La Direzione nazionale Antimafia nella sua relazione annuale (2011) ha dato al Piemonte il terzo posto sul podio della penetrazione della criminalità organizzata calabrese: "In Piemonte la 'ndrangheta ha una sua consolidata roccaforte, che è seconda, dopo la Calabria, solo alla Lombardia". Così come dimostra la sentenza n. 362 del 2009 della Corte di Cassazione che ha riconosciuto definitivamente "un'emanazione della 'ndrangheta nel territorio della Val di Susa e del Comune di Bardonecchia". L'infiltrazione a Bardonecchia (che arrivò a portare lo scioglimento del comune per infiltrazione mafiosa nel 1995 primo caso nel Nord-Italia) è avvenuta nel periodo in cui si stava costruendo una nuova autostrada e il traforo del Frejus verso la Francia. Gli appalti del traforo portarono le imprese mafiose a vincere per la prima volta in Piemonte.

I LEGAMI CON IL NORD
Credere che basti mettere sotto osservazione le imprese edili del sud per evitare l'infiltrazione è una ingenuità colpevole. Le aziende criminali non vengono dalle terre di mafie. Nascono, crescono e vivono al Nord, si presentano in regola e tutte con perfetto certificato antimafia (di cui è imperativa una modifica dei parametri). È sempre dopo anni dall'appalto che le indagini si accorgono che il loro Dna era mafioso. Qualche esempio. La Guardia di Finanza individuò sui cantieri della Torino-Milano la Edilcostruzioni di Milano che era legata a Santo Maviglia narcotrafficante di Africo. La sua ditta lavorava in subappalto alla Tav. La Ls Strade, azienda milanese leader assoluta nel movimento terre era di Maurizio Luraghi imprenditore lombardo. Secondo le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Luraghi era il prestanome dei Barbaro e dei Papalia, famiglie 'ndranghetiste. Nel marzo 2009 l'indagine, denominata "Isola", dimostrò la presenza a Cologno Monzese delle famiglie Nicoscia e Arena della 'ndrangheta calabrese che riciclavano capitali e aggiravano la normativa antimafia usando il sistema della chiamata diretta per entrare nei cantieri Tav di Cassano d'Adda. Partivano dagli appalti poi arrivavano ai subappalti e successivamente - e in netta violazione delle leggi - ad ulteriori subappalti gestendo tutto in nero.

Dagli appalti si approdava prima ai subappalti e successivamente - e in contrasto con le norme antimafia - ad ulteriori subappalti con affidamento dei lavori del tutto in nero. Nell'ottobre 2009 l'Operazione Pioneer arrestò 14 affiliati del clan di Antonio Spagnolo di Ciminà (Reggio Calabria), proprietario della Ediltava sas di Rivoli, con la quale si aggiudicò subappalti sulla linea Tav. Dalla Lombardia al Piemonte il meccanismo è sempre lo stesso: "Le proiezioni della criminalità calabrese, attraverso prestanome, - scrive l'Antimafia - hanno orientato i propri interessi nel settore edile e del movimento terra, finanziando, con i proventi del traffico di droga e dell'usura, iniziative anche di rilevante entità. In tale settore le imprese mafiose sono clamorosamente favorite dal non dover rispettare alcuna regola, ed anzi dal poter fare dell'assenza delle regole il punto di forza per accaparrarsi commesse".

A Reggio Emilia l'alta velocità è stata il volano per far arrivare una sessantina di cosche che hanno iniziato a egemonizzare i subappalti nell'edilizia in Emilia Romagna. Sulla Tav Torino-Milano si creò un business mafioso inusuale che generò molti profitti e che fu scoperto nel 2008. Fu scoperta una montagna di rifiuti sotterrati illegalmente nei cantieri dell'Alta Velocità: centinaia di tonnellate di materiale non bonificato, cemento armato, plastica, mattoni, asfalto, gomme, ferro, intombato nel cuore del Parco lombardo del Ticino. La Tav diventa ricchezza non solo per gli appalti ma anche perché puoi nascondere sottoterra quel che vuoi. Una buca di trenta metri di larghezza e dieci di profondità è in grado accogliere 20mila metri cubi dì materiale. Ci si arricchisce scavando e si arricchisce riempiendo: il business è doppio.

IL SISTEMA DEI SUBAPPALTI
I cantieri Tav sulla Napoli-Roma, raccontano bene quello che potrebbe essere il futuro della Tav in Val di Susa. Il clan dei Casalesi partecipa ai lavori con ditte proprie in subappalto e soltanto fino al 1995 la camorra intasca secondo la Criminalpol 10mila miliardi di lire. Fin dall'inizio gli esponenti del clan dei Casalesi esercitarono una costante pressione per conseguire e conservare il controllo camorristico sulla Tav in due modi: o infiltrando le proprie imprese o imponendo tangenti alle ditte che concorrevano nella realizzazione della linea ferroviaria. I cantieri aperti dal 1994 per oltre dieci anni, avevano un costo iniziale previsto di 26.000 miliardi, arrivato nel 2011 a 150.000 miliardi di lire per 204 chilometri di tratta; il costo per chilometro è stato di circa 44 milioni di euro, con punte che superano i 60 milioni. Le indagini della Dda spiegarono alcuni di questi meccanismi scoprendo che molte delle società appaltatrici erano legate a boss-imprenditori come Pasquale Zagaria, coinvolto nel processo Spartacus a carico del clan dei Casalesi (e fratello del boss Michele, il quale, ancora latitante, riceveva nella sua villa imprenditori edili dell'alta velocità). Il clan dei Casalesi partecipò ai lavori con ditte proprie, accaparrandosi inizialmente il monopolio del movimento terra attraverso la Edil Moter. Nel novembre del 2008 le indagini della procura di Caltanissetta ruotarono intorno alla Calcestruzzi spa, società bergamasca del Gruppo Italcementi (quinto produttore a livello mondiale), che forniva il cemento per realizzare importanti opere pubbliche tra cui alcune linee della Tav Milano-Bologna e Roma-Napoli (terzo e quarto lotto), metrobus di Brescia, metropolitana di Genova e A4-Passante autostradale di Mestre. Le indagini (che aveva iniziato Paolo Borsellino) mostrarono: "Significativi scostamenti tra i dosaggi contrattuali di cemento con quelli effettivamente impiegati nella produzione dei conglomerati forniti all'impresa appaltante". L'indagine voleva accertare se la Calcestruzzi avesse proceduto "a una illecita creazione di fondi neri da destinare in parte ai clan mafiosi dell'isola, nonché l'eventuale esistenza di una strategia aziendale volta a tali fini".

Ecco: questa è l'Italia che si appresta ad aprire i cantieri in Val di Susa. Che la mafia non riguardi solo il sud ormai è accertato. Di più: le organizzazioni criminali non solo in Italia, ma anche in Usa e in tutto il mondo, stanno approfittando enormemente della crisi, che è diventata per loro un'enorme occasione da sfruttare. Bisogna mettere in sicurezza l'economia del paese e siamo, su questo terreno, in grande ritardo. La giurisprudenza antimafia è declinata sulla caccia ai boss mafiosi. Giusto, ma non basta: serve un balzo in avanti, serve una giurisprudenza che dia la caccia agli enormi capitali, alle casseforti criminali che agiscono indisturbate nel mondo della finanza internazionale. O ci si muove in questa direzione o l'alternativa è che ogni forma di ripresa economica sarà a capitale di maggioranza mafioso.
 
(06 marzo 2012)