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sabato 1 giugno 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica

La disuguaglianza uccide la crescita,
ecco la dimostrazione di Stiglitz

Se la ricchezza si concentra in poche mani la crisi è inevitabile, come negli anni Trenta. Il teorema del premio Nobel dimostra come disuguaglianza e polarizzazione dei redditi ostacolino la crescita e frenino il Pil 

di ROBERTO PETRINI

ROMA - E' la diseguaglianza il vero killer del Pil. Nei paesi dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri il Prodotto interno lordo segna il passo e, a volte precipita. Nelle nazioni dove si estende una grande middle class si affaccia invece la prosperità. Il premio Nobel Joseph Stiglitz rompe gli indugi e formalizza in un vero e proprio teorema, come egli stesso lo definisce, la sintesi degli studi che conduce da anni.

Il teorema di Stiglitz dal fronte keynesiano getta una bomba oltre le trincee liberiste. Si fonda sul meccanismo di quella che gli economisti chiamano "propensione al consumo": i ricchi ce l'hanno più bassa del ceto medio, dunque se la distribuzione del reddito li favorisce lo shopping, contrariamente a quanto si potrebbe pensare intuitivamente, si deprime. E' invece il ceto medio a consumare quasi tutto quello che ha in tasca e a spingere Pil ed economia, quando la distribuzione del reddito lo favorisce.

La prova? Il grafico di Stiglitz è inattaccabile: quando i ricchi (ovvero l'1 per cento più ricco della popolazione) si è appropriano del 25 per cento del reddito scoppia la "bomba atomica economica". E' successo con la Grande Crisi degli Anni Trenta e con la Grande Recessione di questo secolo. Altro che teorie liberiste che hanno segnato gli ultimi trent'anni: "Gli apologeti della diseguaglianza sostengono che dare più soldi ai più ricchi  -  scrive Stiglitz nella sua relazione  -  sarà un vantaggio per tutti, perché porterebbe ad una maggiore crescita. Si tratta di una idea chiamata "trickle-down economics" (economia dell'effetto a cascata). Essa ha un lungo pedigree e da tempo è stata screditata".

L'occasione per presentare gli straordinari risultati delle ricerche di Stiglitz in una sorta di anteprima mondiale, è il convegno organizzato a Roma dalla Sieds (la Società italiana di economia, demografia e statistica), cominciato ieri, dove il premio Nobel invierà le considerazioni conclusive, scritte a quattro mani, con il suo più stretto collaboratore italiano dell'Università Politecnica delle Marche, Mauro Gallegati.

Così il mainstream va nell'angolo. Il teorema è chiaro e lucido come una formula chimica o una relazione fisica: se l'indice di Gini (ovvero l'indicatore di diseguaglianza inventato da un economista italiano, appunto Corrado Gini) aumenta, dunque aumenta la diseguaglianza, il "moltiplicatore" degli investimenti diminuisce e dunque il Pil frena.

L'equazione di Stiglitz rischia di essere il terzo colpo agli assunti della teoria economica dominante ormai vacillanti. Il primo è stato nei mesi scorsi quello che ha messo in crisi il "dogma" dell'austerità: l'Fmi ha infatti calcolato che il taglio del deficit di 1 può ridurre il Pil di 2 e non solo  -  come si credeva fino ad oggi  -  di mezzo punto. L'altro colpo mancino è stato quello che ha smontato, smascherando un errore "Excel", la teoria del debito di  Rogoff e Reinhard secondo la quale oltre il 90 per cento nel rapporto con il Pil porta inevitabilmente alla recessione.

Ma il nuovo assalto di Stiglitz rischia di essere ancora più pericoloso rispetto alle tesi dello status quo economico. La diseguaglianza infatti per il premio Nobel, fiacca fino ad uccidere il Pil, non solo per via della caduta dei consumi ma anche perché il sistema è "inefficiente" se prevalgono rendite e monopoli. "Spesso la caccia alla rendita - concludono Stiglitz e Gallegati - comporta un vero spreco di risorse che riduce la produttività e il benessere del paese". 
 
(31 maggio 2013) 


lunedì 20 maggio 2013

Rassegna Stampa: Il Sole 24 Ore - Paul Krugman



di Paul Krugman

Come ho scritto più volte negli ultimi tempi, il piccolo, confessabilissimo segreto della crisi economica globale è che la teoria economica corrente ha retto all'impatto piuttosto bene.
È vero che pochi avevano previsto la gravità della crisi del 2008, ma non per incapacità teorica, quanto per incapacità di osservazione. La nostra conoscenza delle crisi di panico bancarie era buona: quello di cui non ci eravamo accorti è che le banche rappresentavano una quota del sistema complessivo molto più piccola di un tempo, e che il settore bancario ombra, senza regole e senza garanzie, era diventato importantissimo. Una volta presa coscienza di questo, come ha documentato l'economista Gary Gorton, le nozioni teoriche esistenti sulle crisi bancarie si sono rivelate più che valide.
E se la maggior parte degli economisti e delle agenzie governative non ha previsto quello che è seguito alla crisi - tassi di interesse bassi persistenti nonostante forti deficit, impotenza della politica monetaria, pesanti impatti negativi delle politiche di austerity - il problema è loro, non della teoria.
Come ripeto spesso e volentieri, la teoria macroeconomica di base se l'è cavata più che bene. Non c'è bisogno di teorie nuove e radicali, perché gli strumenti economici che già abbiamo sono stati molto utili.
Ma allora perché stiamo andando così male? E quando dico male, intendo male sul serio: in Europa la ripresa è più indietro di com'era, nello stesso momento, durante la Grande Depressione. Guardate il grafico sulla produzione industriale europea (dati della Lega delle nazioni dal 1929 e di Eurostat dal 2007).
La risposta molto semplicemente è che sono state applicate politiche sbagliate, a partire dal rigore di bilancio in una situazione di disoccupazione di massa, cioè tutto quello che non bisognerebbe fare in base alle nozioni macroeconomiche di cui disponiamo. Alcune di queste scelte sono influenzate dai problemi dell'Unione monetaria europea, ma di austerità ce n'è stata tanta, perfino nei Paesi del nocciolo duro dell'euro. E alla base di tutta questa austerità c'è la determinazione incrollabile dei funzionari nel gettare al vento tutto quello che era stato appreso sulle politiche macroeconomiche da adottare in una situazione di depressione economica per dare libero sfogo ai loro pregiudizi.
Naturalmente hanno trovato illustri economisti - come Alberto Alesina, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff - che gli hanno detto quello che volevano sentirsi dire. Ma di altri illustri economisti che lanciavano disperati allarmi sulla pericolosità di queste politiche ce n'era a profusione: sono stati i policymakers e le persone tanto coscienziose in generale che hanno deciso chi era degno di attenzione e chi no; e il risultato sono errori che ora appaiono comici.
Ma non è una commedia: è una storia drammatica di disastri e follie.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

© NEW YORK TIMES SYNDICATE, 2013

14 maggio 2013



mercoledì 1 maggio 2013

Rassegna stampa: Paul Krugman su La Repubblica

L’austerity e la dittatura dell’1%



di Paul Krugman, da Repubblica, 27 aprile 2013





È raro che i dibattiti economici si concludano con un ko tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell’austerità si avvicina molto a un simile esito.


Quanto meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità.




Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell’austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata?




Riguardo alla prima domanda: l’affermazione dei fautori dell’austerità all’interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull’evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata.


Dopotutto i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale — quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva”, e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta percento del rapporto debito/Pil — sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione.




Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel. Intanto, gli eventi nel mondo reale — la stagnazione in Irlanda (l’originario modello dell’austerity) e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale imminente — hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity.




E tuttavia, la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché? La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente.




Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all’emotività. L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.


Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi — e i risultati sono illuminanti.




Mentre l’americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza — ovvero sui “programmi assistenziali” — mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.




Avete capito: il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.


Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un’economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L’un per cento della popolazione non auspica forse un’economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi.




Tutto ciò suscita una domanda: quale differenza produrrà di fatto il crollo intellettuale della posizione pro-austerità? Sino a quando ci atterremo a una politica dell’un per cento, voluta dall’un per cento a vantaggio dell’un per cento, forse assisteremo solo a nuove giustificazioni delle solite, vecchie policy.


Spero di no; mi piacerebbe poter credere che le idee e l’evidenza dei fatti contino, almeno in parte. Cosa farò altrimenti della mia vita? Immagino però che ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere pur di dare una giustificazione al cinismo.


I blog with BE Write

mercoledì 27 febbraio 2013

Rassegna Stampa: NY Times



Paul Krugman per "The New York Times"


Due mesi fa, quando Mario Monti si è dimesso da primo ministro italiano, "The Economist" disse che "La prossima campagna elettorale sarà, prima di tutto, una prova della maturità e del realismo degli elettori italiani". L'azione matura e realistica, presumibilmente, sarebbe stata quella di far tornare Monti - che è stato sostanzialmente imposto all'Italia dai suoi creditori -, questa volta con un vero mandato democratico.
Beh, non sembra la visione corretta. Sembra che il partito di Monti si posizioni al quarto posto, non solo dietro all'aspirante comico Silvio Berlusconi, ma anche dopo un comico vero, Beppe Grillo, la cui mancanza di una piattaforma coerente non gli ha impedito di diventare il capo di una forza politica potente.
È una prospettiva incredibile, che ha scatenato molti commenti sulla cultura politica italiana. Ma senza cercare di difendere la politica del bunga bunga, vorrei porre un'ovvia domanda: che cos'è, esattamente, ciò che attualmente viene fatto passare per maturo realismo in Italia o in Europa?
Per il signor Monti, il proconsole installato dalla Germania per imporre l'austerità fiscale su un'economia già in difficoltà, in effetti, ciò che definisce la rispettabilità nei circoli politici europei era la volontà di perseguire l'austerità senza limiti. Questo andrebbe bene se le politiche di austerità avessero effettivamente funzionato, ma non è così. E più che sembrare maturi o realistici, i sostenitori dell'austerità sembrano sempre più petulanti e deliranti.
Basti considerare come avrebbero dovuto essere le cose a questo punto. Quando l'Europa si è infatuata per le politiche di austerità, gli alti funzionari hanno respinto le preoccupazioni per cui il taglio della spesa e l'aumento delle tasse nelle economie depresse avrebbero potuto peggiorare le cose. Al contrario hanno insistito, e tali politiche effettivamente hanno aumentato la fiducia di queste economie.
Ma la fiducia è durata poco. Le nazioni che hanno imposto l'austerità hanno subito profonde crisi economiche: più dura era l'austerità, più profonda era la crisi. In effetti, questo rapporto è stato così forte che il Fondo monetario internazionale, in un suggestivo mea culpa, ha ammesso di aver sottovalutato i danni che l'austerità avrebbe potuto infliggere.

Nel frattempo, l'austerity non ha neppure raggiunto l'obiettivo minimo di riduzione dell'onere del debito. Al contrario, i paesi che hanno perseguito l'austerità hanno visto il rapporto tra debito pubblico e PIL aumentare, perché la contrazione nelle loro economie ha superato qualsiasi riduzione del tasso di indebitamento. E visto che le politiche di austerità non sono state compensate da politiche di crescita, l'economia europea nel suo complesso - che non si è mai ripresa dalla crisi del 2008-2009 - è tornata in recessione, con tassi di disoccupazione sempre più alti.
L'unica buona notizia è che i mercati obbligazionari si sono calmati, soprattutto grazie alla volontà dichiarata della Banca centrale europea di intervenire e di comprare debito pubblico in caso di necessità. Di conseguenza, il crollo finanziario che avrebbe potuto distruggere l'euro è stato evitato. Ma è una magra consolazione per i milioni di europei che hanno perso il lavoro e che oggi vedono di fronte a loro delle scarse prospettive.
Detto ciò, ci si sarebbe aspettato un esame e di coscienza da parte dei funzionari europei, accompagnato da alcuni suggerimenti di flessibilità. Al contrario, però, gli alti funzionari sono diventati ancora più insistenti sul fatto che l'austerità è il vero sentiero da seguire.
Così nel gennaio 2011 Olli Rehn, vice presidente della Commissione europea, ha elogiato i programmi di austerità della Grecia, Spagna e Portogallo e ha previsto che il programma greco, in particolare, avrebbe prodotto "una crescita duratura". Da allora la disoccupazione è salita in tutti e tre i paesi. Eppure, nel dicembre 2012, il signor Rehn ha pubblicato un editoriale intitolato: "L'Europa deve mantenere la rotta dell'austerità".
E la risposta del signor Rehn agli studi che dimostrano che gli effetti negativi dell'austerity sono molto peggiori del previsto è stato quello di inviare una lettera ai ministri delle Finanze e al FMI dichiarando che tali studi erano dannosi, poiché minacciavano di erodere la fiducia.
Il che mi riporta in Italia, una nazione alla quale è stata imposta l'austerità e che per questo ha visto la sua economia crollare rapidamente.
Gli osservatori esterni sono terrorizzati dalle elezioni italiane, ed è giusto così: anche se l'incubo di un ritorno di Berlusconi al potere non si materializzasse, una dimostrazione di forza da parte di Berlusconi, o di Grillo, o di entrambi destabilizzerebbe non solo l'Italia ma tutta l'Europa.
Ma ricordate, l'Italia non è unica nel suo genere: i politici poco raccomandabili sono in aumento in tutta l'Europa meridionale. E la ragione per cui questo accade è che i funzionari europei non ammettono che le politiche che sono state imposte ai debitori sono un fallimento disastroso. Se questo non cambia, le elezioni italiane saranno solo un assaggio della pericolosa radicalizzazione che verrà.

pubblicato il 24 febbraio 2013

giovedì 22 novembre 2012

Rassegna Stampa: La Stampa



“L’austerità funziona male 
La pagano i giovani e i poveri 
E i debiti aumentano comunque”

di Tonia Mastrobuoni
 
L’ austerità sta chiedendo un prezzo troppo alto ai giovani e alle fasce più indifese della popolazione. Soprattutto, è fondata su dati sbagliati, contraddetti da una recessione più pesante del previsto. È ora di cambiare, secondo il direttore generale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo), Guy Ryder. Occorre abbandonare l’approccio «ideologico» adottato ad oggi in Europa nei confronti della Grecia e di altri Paesi. Altrimenti l’austerità «non farà che peggiorare la situazione».

L’austerità ha fallito?

«Sappiamo che è indispensabile abbassare i deficit e i debiti e rendere sostenibili i conti pubblici. Ma il primo problema è il ritmo. L’evidenza dimostra che gli effetti dei risanamenti, a causa dei cosiddetti moltiplicatori, sono stati molto più pesanti del previsto, molto peggiori di quanto i politici europei potessero immaginare».

Lo ha riconosciuto il Fmi, che fa parte della trojka. È il motivo per cui Lagarde dice che 2 anni in più non bastano, che bisogna tagliare il debito greco.

«Esatto, il Fmi l’ha capito. Oggi siamo dinanzi alla certezza che le politiche economiche sono eccessive e stanno aggravando la recessione. Soprattutto: il debito sta aumentando ovunque, anzitutto in Grecia. Quindi, dobbiamo riconoscere che finora abbiamo avuto un approccio ideologico e dobbiamo tornare a un modo di pensare più razionale».

Oltre ai debiti, aumenta anche la disoccupazione.

«La vera questione è: c’è stata una distribuzione equa dei sacrifici? Io penso di no. Stando ad indicatori come il crollo dei consumi o la disoccupazione in aumento, il peso è ricaduto soprattutto sui deboli: i pensionati, i giovani. Tra l’altro, vorrei far notare che, contrariamente a quel che si crede, quella giovanile non riguarda soltanto i Paesi del Sud Europa».

Tuttavia le cifre che riguardano la Spagna e la Grecia fanno impressione: oltre il 50% dei giovani è senza lavoro.

«Le nostre stime ci dicono che nel mondo ci sono ormai 200 milioni di disoccupati, il 6% della popolazione attiva. Per i giovani la percentuale è doppia, è il 12%. Quello cui si assiste in Spagna o in Grecia, con tasso al di sopra del 50% è terribile, ma non inusuale».

Cosa bisogna fare?

«Prendere esempio dai paesi virtuosi. Il più ovvio è la Germania, dove la disoccupazione giovanile è solo del 2% più alta di quella media. Lì aiuta il sistema educativo duale, c’è un legame stretto tra il lavoro e l’educazione. Quello che voglio dire è che si possono fare politiche mirate per i giovani. Anzi, è indispensabile. È dimostrato ormai che se un giovane rimane fuori dal lavoro per un anno, le conseguenze sono molto negative per il resto della sua vita. Quando parliamo di una generazione perduta, non è soltanto uno slogan».

La flexicurity alla danese può aiutare?

«È un dibattito vecchio. Per molti versi la flexicurity funziona solo in Danimarca: richiede un livello di tassazione altissimo, insostenibile in altri paesi. Non tutte le buone idee sono esportabili. Nello specifico, non penso che sia applicabile in Italia. D’altro canto, voglio dire con forza che non si può pensare di discutere del lavoro sempre e solo abbassando le tutele. Cerchiamo di imparare dai paesi che hanno statistiche e condizioni di lavoro virtuose come la Germania o i Paesi scandinavi. Servono istituzioni forti per il lavoro, collocamento, formazione, apprendistato. Ma anche un dialogo sociale forte».

L’Ocse e la Banca d’Italia parlano di un mercato del lavoro italiano “duale», spaccato tra ipertutelati e non.

«È molto pericoloso creare un mercato duale come in Italia con un segmento della popolazione ben protetto e una fetta enorme che ha tutele troppo scarse. In Spagna, il motivo per cui il tasso di disoccupazione si è impennato quando è esplosa la crisi, è che il 40% della forza lavoro era precaria. In Germania c’è stato, al contrario, il tentativo di proteggere i lavoratori, ad esempio con la Kurzarbeit, la settimana corta. Ha funzionato. La soluzione della crisi non è aumentare l’insicurezza nel mercato del lavoro. Hollande ha detto che il contratto a tempo indeterminato deve diventare quello prevalente. Certo, bisogna deciderne il grado di flessibilità, ma sono d’accordo con lui».


La Stampa 21.11.2012



mercoledì 21 novembre 2012

Rassegna Stampa: Federico Rampini su La Repubblica


Obama:
“Non possiamo conquistarci il benessere a colpi di tagli”

Obama ha appena finito di parlare, il suo messaggio è rivolto agli americani e al Congresso, ma è anche valido come “dottrina Obama” verso il resto del mondo.
Una solida alternativa all’austerity.
Priorità il lavoro
: “Il mio secondo mandato sarà anzitutto dedicato ai disoccupati”.
Secco rifiuto di un rigore “sbilanciato”, cioè che pesi sui lavoratori.
Lancia un grande confronto coinvolgendo oltre al Congresso i sindacati e il mondo delle imprese.
Ricostruzione delle infrastrutture, energie rinnovabili, istruzione e formazione professionale i capisaldi di questo New New Deal.
“Gli americani si sono pronunciati martedì sera, hanno parlato chiaro e forte”.

09/nov/2012 20:28