I metalmeccanici Fiom
non vogliono il partito Fiom
Tirata per la giacchetta da più parti e invitata esplicitamente «a fare un partito», la Fiom rispedisce al mittente la richiesta: «Rassicuro tutti, per primo Marchionne, rimaniamo un sindacato, ma non rinunciamo a fare domande alla politica». A parlare è Giorgio Airaudo, l'uomo da molti indicato come vero regista dell'operazione "partito Fiom", addirittura in (falsa) contrapposizione con Maurizio Landini. Nella calda estate della politica, la Fiom è stata fin troppo protagonista, citata perfino da chi fino a pochi anni fa non si interessava delle questioni operaie e dissertava di tutt'altri argomenti. La vicenda Fiat, la battaglia di civiltà portata avanti dai metallurgici della Cgil, ha portato sotto i riflettori, sovraesponendoli rispetto agli altri sindacalisti, i vari Landini e Airaudo, ospiti fissi ai dibattiti televisivi. Se da una parte sul Fatto Paolo Flores D'Arcais conclude un peana lungo 90 righe sul sindacato «presidio del riformismo» chiedendo alla Fiom «di dar vita a uno strumento di rappresentanza politica», il sindaco di Napoli de Magistris ha a lungo corteggiato l'ex leader Gianni Rinaldini per il ruolo di assessore al Lavoro e pensa a un «movimento arancione con la Fiom dentro», dall'altra l'accusa-refrain rivolta ai metallurgici della Cgil è quella del protagonismo politico. La sintetizza Gianni Venturi, neo esponente della mozione Epifani in Fiom: «Ai nostri iscritti interessa il contratto nazionale, non hanno fatto una delega politica al gruppo dirigente, la Fiom è un marchio glorioso, non va usato impropriamente facendo politica». La risposta è sempre la stessa: «Continueremo a fare il sindacato sillaba Airaudo , smontando l'immagine manichea che ci vuole protagonisti, la barzelletta del partito-Fiom. In questi anni abbiamo aumentato i consensi dentro e fuori i luoghi di lavoro, ma solo perché la politica non ha rappresentato i temi del lavoro e non ha il coraggio di denunciare come la Fiat non rispetti la Costituzione facendosi beffa delle sentenze della magistratura». L'apice del protagonismo è stata raggiunto lo scorso 9 giugno. La Fiom è riuscita a riunire la foto di Vasto per discutere di lavoro: Bersani e Vendola (da una parte), Di Pietro e Ferrero (dall'altra) hanno preso impegni precisi. Il segretario Pd ha difatti promesso che un futuro governo cancellerebbe l'articolo 8 di sacconiana memoria che rende possibile derogare in sede aziendale dal contratto nazionale. Il rapporto stretto tra Fiom e politica non è una novità recente. Nei 111 anni di storia che hanno portato alla creazione della Cgil la svolta ha una data precisa: Maratea, 1995. Claudio Sabattini conia il termine «indipendenza» per non farsi schiacciare dalla politica dei redditi del centro sinistra, appoggiata dalla Cgil. Complice la diaspora del Pci, da quel momento la Fiom diventa un interlocutore privilegiato della sinistra radicale. Mentre i rapporti con la sinistra riformista peggiorano. È di ieri la conferma dell'esclusione della Fiom dalla festa nazionale del Pd a Reggio Emilia (città di Landini) motivata dal fatto che «è stata invitata Susanna Camusso». «Sono contento che ci sarà la mia segretaria generale, ma credo sia sbagliato che un grande partito come il Pd pensi di risolvere problemi complessi discutendo solo invitando persone che la pensano uguale», commenta Airaudo. Per tutta risposta la stessa Fiom di Torino ha invece invitato Stefano Fassina, il pontiere fra Bersani e la Fiom, a un dibattito 1'11 settembre. Un confronto che andrà avanti anche con i 5 Stelle di Beppe Grillo, «anche se sul tema del lavoro non abbiamo capito cosa pensano». Niente partito dunque. Ma le candidature individuali? «Quelle sono scelte personali», spiega Airaudo che però chiarisce subito la sua posizione: «Se volessi apparire per candidarmi, avrei molta più attenzione stando zitto o non usando la Fiom». Più in generale l'auspicio è un altro: «Quello che nelle liste ci siano tanti lavoratori visto che oggi l'unico è Antonio Boccuzzi». Airaudo: «Continueremo a fare il sindacato e a chiedere alla politica di parlare di lavoro e candidare operai»