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giovedì 13 dicembre 2012

Fiom Nazionale: Le bugie di FIM e UILM... sugli orari di lavoro



Le bugie di Fim e Uilm
Dal 1° gennaio 2013, con meno di 1 euro al giorno,
aumentano di 150 ore l’orario di lavoro annuo
e cancellano la contrattazione della Rsu


Con l'accordo separato del 5.12.2012 Fim e Uilm peggiorano le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori aumentando l'orario di lavoro e cancellando la contrattazione della RSU sugli orari in fabbrica. In tutte le imprese metalmeccaniche estendono il peggioramento degli orari di lavoro introdotto con l'accordo separato a Pomigliano e in tutti gli stabilimenti Fiat
Aumenta strutturalmente l'orario individuale di lavoro fino a 144 ore annue nelle aziende con oltre 200 dipendenti e fino a 152 ore nelle aziende con meno di 200 dipendenti introducendo come unico vincolo per le imprese il limite di 120 ore di utilizzo complessivo tra ore di flessibilità e ore di straordinario obbligatorio.

L'orario di lavoro non è più oggetto di contrattazione in azienda con la RSU, viene introdotta una procedura di "esame" della durata di 10 giorni trascorsi i quali l'azienda può procedere


Aumentano l'orario di lavoro attraverso l'aumento della flessibilità e dello straordinario obbligatorio, la monetizzazione dei Par, lo slittamento della mezz'ora di mensa
  • aumentano fino a 80 ore annue le attuali 40 ore di straordinario obbligatorio nelle aziende con più di 200 dipendenti e fino a 88 ore all'anno le 48 ore di straordinario obbligatorio previste nelle aziende fino a 200 dipendenti; aumentano fino a 80 ore annue le attuali 64 ore di flessibilità a disposizione delle aziende;
  • monetizzano tre PAR: sono 3 giorni di lavoro in più all’anno;
  • prevedono lo slittamento della mezz'ora di mensa a fine turno.
Cancellano dalla normativa contrattuale sull'orario ogni riferimento alle norme di legge e introducono ulteriori flessibilità che peggiorano il lavoro e la vita delle persone e delle loro famiglie
Introducono l'orario flessibile per "necessità improvvise", superano le causali che lo giustificano (stagionalità, picchi produttivi, attività di istallazione e montaggio) e cancellano i limiti massimi fino ad oggi previsti (8 ore sul primo turno del sabato, 6 ore su due turni al sabato, 32 ore di prestazione minima settimanale).

Cancellano i diritti dei lavoratori e introducono ulteriori flessibilità di orario a costo zero per le imprese
Concedono alle imprese, in alternativa alla Cigo, il recupero delle ore di produzione perse in caso di interruzione delle forniture e l'utilizzo delle ferie e del conto ore dei lavoratori.


Con la crisi, con le fabbriche senza lavoro, con la disoccupazione che cresce, hanno firmato un accordo che aumenta gli orari di lavoro e riduce salario e diritti



Senza il voto dei lavoratori questo non è un contratto


Il contratto nazionale, per essere valido,
deve essere sottoposto a referendumtra tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori

mercoledì 28 novembre 2012

FIOM: Il Giornale Metalmeccanico






Scioperiamo per giuste cause
Lettera (con risposta) a Maurizio Landini

«Caro segretario, le ragioni dello sciopero del 5 e 6 dicembre sono sacrosante. Come lo sono tutte le analisi e le lotte che la Fiom ha fatto in questi difficili anni. Tutto giusto. Ma, ti chiedo, ce la facciamo ancora a scioperare, tra cassa integrazione, mobilità, fabbriche che chiudono? Soprattutto: riusciamo a portare a casa qualcosa che non sia “solo” la soddisfazione di aver detto e fatto cose giuste?
Io il 5 in piazza ci sarò, ma vorrei una risposta alle paure che crescono. Con stima e affetto». Giuseppe, metalmeccanico di Pistoia Caro Giuseppe, grazie per la tua lettera, per le tue considerazioni e anche per le tue preoccupazioni. Che so essere quelli di tanti altri in quest’epoca così dura per molti lavoratori e lavoratrici che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena; in cui è difficile conciliare le necessità materiali con le ragioni morali per dare a se stessi e ai propri cari la prospettiva di un futuro migliore, tanto siamo alle prese con un complicato presente.
Lo sappiamo bene – tu, io, tutte e tutti – che lo sciopero non è una «festa», perché non è scontato farlo, a volte è persino impedito, sempre è un costo: che si paga subito – in busta paga – puntando su un risarcimento futuro. Fatto di vita migliore, dignità e diritti. È sempre stato così, nella storia del sindacato e del movimento operaio. Ma proprio quel «pagare il costo» è la forza delle lavoratrici e dei lavoratori, un atto forte, concreto, capace di incidere. Perché come ricordava don Milani ai suoi allievi di Barbiana, i più deboli hanno due diritti irrinunciabili senza i quali i più forti vincono sempre: la democrazia, cioè il voto e la partecipazione, e lo sciopero, cioè la ribellione che da individuale può diventare collettiva. Non a caso la nostra Costituzione che assume il lavoro a fondamento della Repubblica sancisce lo sciopero come diritto individuale di ogni persona.
Del resto se ci pensi, caro Giuseppe, dal 2009 a oggi accordi interconfederali, contratti nazionali, provvedimenti di governo sul mercato del lavoro non sono stati sottoposti al voto delle persone interessate, mentre ora si profila un nuovo accordo separato per il contratto dei metalmeccanici.
Federmeccanica ha aperto una trattativa senza la Fiom, in cui le imprese vogliono imporre una serie di condizioni pesantissime: dal mancato pagamento dei primi tre giorni di malattia all’aumento dell’orario e degli straordinari obbligatori ad aumenti salariali irrisori e persino non erogabili in caso di crisi, fino alla limitazione del diritto di sciopero.
È il modello Fiat che ha fatto scuola, quello che da Pomigliano si è esteso al resto del gruppo e che ora tutte le imprese chiedono. Come se non bastasse ci è appena piombata addosso un’altra intesa che esclude la Cgil: governo, Confindustria, Cisl e Uil hanno firmato un accordo secondo cui la produttività si ottiene abbassando il potere d’acquisto dei lavoratori, dividendoli, precarizzandone la condizione.
Viviamo un momento storico segnato da ingiustizie sociali senza precedenti. Per anni la politica ha fatto un passo indietro lasciando al mercato la massima libertà di «autoregolarsi». 
Il conto è arrivato con la crisi economica, ed è stato presentato sempre a lavoratori dipendenti e pensionati con le manovre del governo Monti. Assistiamo da tempo a una redistribuzione della ricchezza a danno di chi lavora. Cui si aggiungono la riduzione dei diritti e delle conquiste dei lavoratori, perché la crisi viene usata per smantellare le tutele e le libertà individuali e collettive in nome della competizione globale. Non ti sembra, caro Giuseppe, che ce n’è abbastanza per usare gli unici strumenti che le lavoratrici, i lavoratori e il sindacato hanno a loro disposizione, la lotta democratica e lo sciopero? «D’accordo – dici tu – ma se poi i risultati non arrivano? Se nessuno ci ascolta? Se continuano a fare ciò che gli pare?» Sono domande giuste e l’impegno della Fiom è dare risposte coerenti, credibili e utili per i lavoratori; decidendo insieme a loro. Tanto più oggi con tutto il sistema industriale in Italia a rischio: dalla produzione dell’auto alla cantieristica, dai treni all’informatica, alla siderurgia. 
I diritti nel lavoro si difendono e nuovi posti di lavoro si creano se si cambia e se si impone una politica industriale degna di questo nome, una svolta nell’azione del governo, come chiede il nostro sciopero del 5 e 6 dicembre. E come si può fare. Come è stato fatto alla Fiat, dove con la coerenza, la democrazia, gli scioperi, il confronto con l’opinione pubblica, siamo riusciti, ad esempio, a far condannare il comportamento antisindacale di Marchionne e tenere aperta la prospettiva occupazionale per tanti lavoratori che ne erano stati esclusi. Le stesse sentenze della magistratura non ce le ha regalate nessuno, sono il frutto delle lotte e di scioperi tutt’altro che inutili. Come sanno donne e uomini di tante altre fabbriche, perché la Fiom è il sindacato che fa più accordi di qualunque altro proprio perché è il più presente tra i metalmeccanici.
È su questa strada che continueremo insieme a te, a tutti i lavoratori e le lavoratrici.
Grazie ancora, un abbraccio,
Maurizio Landini 
 
Il lavoro non è roba per ricchi
di Marco Revelli
«La globalizzazione costringe ad abbandonare alcune conquiste sindacali ottenute in circostanze più favorevoli» (Michele Salvati)
«C’è chi ancora crede che si possa stare nella globalizzazione senza cambiare nulla… Occorre abbassare il costo del lavoro per dipendente e per unità di prodotto» (Fiorella Kostoris)
«Nei Paesi che crescono si lavora dieci ore al giorno… Non è tirannia, sono le leggi del mercato » (Guidalberto Guidi, Confindustria)
È questa l’«ideologia moderna». Il mantra che continua a risuonare nelle tante sedi deputate del pensiero dominante, dalla Commissione europea all’Fmi, dalla Bce ai ministeri nazionali che senza pudore continuano a chiamarsi «del lavoro» e talvolta persino «del welfare». Qui, nel Sud dell’Europa, poi, in genere si associa all’altro luogo comune ripetuto all’infinito che «abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità» (intendendo voi, lavoratori dipendenti, salariati e magari precari, «avete vissuto al di sopra delle nostre possibilità»). Eppure, basta guardarsi intorno – e dentro i nostri conti quotidiani e le tasche di chi davvero lavora – per capire che non è così. Basta persino leggere i giornali (anche i «loro» giornali). La cronaca, a saperla leggere, ci dice che un punto-limite è stato raggiunto. Sulla soglia del disumano. Quando, come accade a Taranto, i lavoratori dell’Ilva sono posti di fronte all’alternativa mortale – biologicamente mortale – tra la difesa della propria vita e la difesa del proprio lavoro (dal quale dipende a sua volta la vita), vuol dire che il conflitto tra «capitale e lavoro» è uscito dalla sua dimensione fisiologica, ed è diventato questione morale. Problema che attiene ai fondamenti primi della nostra vita associata. Nodo che, se non sciolto a favore della vita, finirà per perderci tutti. Così come la vicenda della Fiat di Marchionne, anch’essa protagonista di un ricatto mortale imposto ai propri operai: rinunciare ai propri diritti e al controllo sulla propria vita o rinunciare al lavoro, perdere se stessi o perdere il proprio posto. Anch’essa segnata da un’asimmetria assoluta tra il potere «del padrone» e quello del «lavoro». E dalla tracotante mancanza di sincerità e di credibilità di una proprietà irresponsabile, indifferente a ogni impegno e a ogni patto.
D’altra parte l’Istat, nella sua nota annuale sulla povertà in Italia ci dice che nel 2011 – oggi il dato sarebbe più severo – il 15,4% delle famiglie «con a capo un operaio o assimilato» – quasi una su sei – era incondizione di povertà relativa: cioè che la loro spesa mensile sta del 50% sotto quella della media del resto della popolazione. Che sono, di fatto, degli emarginati. Nel Meridione quasi una famiglia operaia su tre è povera. Ancor più sconvolgente il dato sulla povertà «assoluta» (chi non può permettersi neppure il minimo indispensabile: cibo, abitazione, cure…). Il 7,5% delle famiglie operaie in Italia è «assolutamente povero», in crescita di oltre un punto percentuale rispetto allo scorso anno. Figuriamoci cosa accade tra le famiglie in cui non ci sono né occupati né «ritirati dal lavoro»: qui la percentuale di povertà assoluta schizza al 22,3%, quasi tre punti in più rispetto al 2010, e quella relativa cresce addirittura di dieci punti, dal 40,2% al 50,7%, a dimostrazione di quanto sanguinosi devono essere stati i tagli ai sussidi pubblici. Chi, dunque, ha vissuto «al di sopra delle possibilità»? Da almeno un quindicennio i salari sono al palo. Il loro potere d’acquisto non si è mosso (se non per uno o due decimi di punto percentuale), mentre i profitti, soprattutto quelli finanziari seguivano, almeno fino al fatidico 2008, una linea di crescita esponenziale e poi si vaporizzavano nel circuito finanziario globale. Siamo agli ultimi posti nella graduatoria degli oltre trenta paesi Ocse per livello salariale: sotto di oltre il 40% rispetto a quelli dei lavoratori inglesi, di un buon 30% rispetto ai tedeschi, per non parlare di quelli giapponesi. E d’altra parte da tempo sappiamo che il lavoro, a livello globale, ha subìto una sconfitta storica e un arretramento brutale nel suo confronto con il capitale, misurabile nell’ordine di numerosi punti percentuali di Pil trasferitisi – in un quarto di secolo – dal montesalari ai profitti. Per l’Italia è stato calcolato che la ricchezza uscita dalle buste paga e passata nelle disponibilità delle imprese e dei loro padroni (oltre che delle banche) si aggira sui 120 miliardi di euro l’anno (tre o quattro manovre finanziarie lacrime e sangue). Il professor Gallino, nel suo bellissimo libro «La lotta di classe dopo la lotta di classe», fa una stima ancor più drammatica: per l’Italia si tratterebbe di una quindicina di punti percentuali di Pil, quasi 250 miliardi di euro! E tuttavia, nonostante queste «evidenze empiriche», come le chiamano gli scienziati sociali, le ricette che ci vengono dall’alto continuano a parlare di sacrifici, di tagli, di rinunce a diritti e a garanzie, di liquidazione del sistema contrattuale su cui si è fondata la nostra civiltà gius-lavoristica. Di allungamento dell’orario di lavoro e di riduzione delle remunerazioni. È questo il contenuto del feroce Memorandum imposto alla Grecia, in cui figura al primo posto la liquidazione del Contratto nazionale di lavoro come istituto universalistico di garanzia, il dimezzamento dei minimi salariali, l’espulsione di quote elevate di lavoro dalla Pubblica amministrazione…
Un sistema di nuove «tavole della legge» iugulatorie che ritornano in tutti i documenti di stabilizzazione in Europa, e che si avvertono anche nel recente accordo sulla «produttività» imposto dal governo italiano e accolto da quella parte del sindacato che da tempo ha rinunciato al proprio ruolo di rappresentanza del lavoro nel senso nobile del termine: come soggetto pubblico di uno Stato che contiene la parola nel primo articolo della propria Costituzione.


In Europa debutta lo sciopero multilingue 
di Orsola Casagrande

Huelga, strike, greba, greve … tante parole ma un solo significato: sciopero. Il 14 novembre scorso milioni di lavoratori e lavoratrici, giovani, anziani, disoccupati, studenti sono scesi in piazza in 23 Stati europei. Da Barcellona a Madrid, da Atene a Napoli, da Lisbona a Parigi. Una giornata di mobilitazione contro l'austerità promossa dai sindacati europei. Una prima volta che ha rimesso in circolo una solidarietà che qualcuno, troppi, volevano (o credevano) andata perduta. 
Solidarietà è stata infatti la parola più usata in questa giornata di straordinaria mobilitazione.
Insieme ad austerità, che in qualche modo nelle piazze europee è risuonata proprio come il contrario di solidarietà. In Spagna oltre tre milioni di persone sono scese in piazza per protestare contro le politiche del premier Mariano Rajoy e del suo governo. In Catalunya il 25 novembre si vota per elezioni politiche anticipate che avranno un peso anche per il futuro della regione autonoma e dei suoi rapporti con il resto della Spagna. Forse anche per questo (per non «rovinare» la campagna elettorale con le botte ai lavoratori) il governo di Artur Mas (del partito conservatore al governo, Convergència i Unió) è stato molto discreto nella presenza poliziesca. Altro clima rispetto allo sciopero generale del 29 marzo. Ma solo a Barcellona, perché nel resto della Spagna il governo non ha esitato a schierare la guardia civil contro lavoratori e disoccupati, che sono stati pesantemente caricati un po' ovunque.
Nel manifesto finale della «huelga general», Comisiones obreras sottolinea che «lo sciopero è stato un successo in Spagna come in Italia e in Grecia e negli altri paesi europei dove si è scioperato. Un successo – dice Cc.Oo. – perché questa mobilitazione mette in luce che stiamo iniziando un cammino di risposta comune, che crescerà in futuro davanti a politiche che non offrono altro che sofferenza».
E per ribadire il carattere non solo di denuncia ma di proposta dello sciopero europeo, Comisiones obreras sottolinea che «le politiche di austerità vanno respinte e sostituite con politiche alternative che ci sono. L'Europa può e deve uscire dalla crisi rafforzando il welfare state e non seppellendolo – dicono i sindacati spagnoli. L'Europa dei cittadini deve finalmente prendere il posto dell'Europa dei mercati. Le politiche di austerità vanno sostituite con politiche destinate a dare impulso allo sviluppo economico e alla creazione di posti di lavoro. L'Europa – insistono i sindacati – deve rifondarsi intorno a un nuovo Contratto sociale che avanzi non solo nella unione politica, finanziaria e fiscale ma soprattutto che avanzi nei diritti sociali».
Dopo la giornata del 14 novembre sono molte le iniziative già messe in campo per le prossime settimane. Ognuno, sindacati, movimenti, studenti, ritorna a lavorare nel suo ambito ma con un occhio a possibili azioni comuni future. A partire dalla giornata di mobilitazione internazionale contro la violenza contro le donne, di domenica 25 novembre. I sindacati sottolineano come proprio gli effetti perniciosi del crollo di una politica che precarizza la condizione di vita e lavoro delle persone incrementano anche le sacche di disuguaglianza e povertà e hanno un impatto doppio sulle donne che sono così ulteriormente penalizzate. In particolare in Spagna il governo ha tagliato anche drasticamente (fino a un quarto) i contributi alle politiche per l'uguaglianza e di assistenza alle donne vittime di violenza di genere. Sulla facciata della sede della Cgil in Corso d'Italia uno striscione di 18 metri ricorda che «La violenza sulle donne è una sconfitta per tutti».


Grecia, la troika chiede 2.000 scalpi 
di Francesco Bravi

Una lista di duemila nomi per trasformare l'impegno preso in una certezza matematica, a cui non potersi sottrarre. È così che la troika dei creditori della Grecia – Ue, Fmi e Bce – intende vincolare il governo greco all'obbedienza dei parametri richiesti per sbloccare gli aiuti destinati al paese. Quali parametri? Quelli del taglio della spesa. Quali nomi? Quelli del numero di dipendenti pubblici da mettere, entro fine dicembre, in mobilità al 75% del salario per un anno e poi licenziare. Non più cifre, quantità assolute, ma individui specifici, persone concrete. I tecnici inviati ad Atene chiedono insomma di colpire selettivamente. Ecco la novità e lo scandalo di una notizia che è dapprima rimbalzata sui media europei per poi venire regolarmente smentita. Il settimanale tedesco «Der Spiegel», alla vigilia dell'Eurogruppo del 12 novembre, l'aveva data per certa. La rivista affermava di averla appresa da un funzionario del governo. Anche un esponente del sindacato l'aveva confermata. Il responsabile per le Riforme amministrative del governo ellenico, Antonis Manitakis, l'ha invece smentita. Si tratta dello stesso ministro che aveva già in precedenza rassicurato il parlamento sul fatto che i licenziamenti fossero incostituzionali. Un punto su cui anche alcuni tribunali avevano sollevato dei dubbi, sostenendo come la posizione di quegli impiegati fosse coperta dalla carta fondamentale greca con una garanzia di lavoro vita (attiva) natural durante. A doversene andare quindi, secondo Manitakis, sarebbero solo coloro che si sono resi responsabili di gravi trasgressioni. 
Certo è che, entro la fine del 2013, i dipendenti pubblici in mobilità dovranno toccare le 27.000 unità. Un piano da cui è scaturito l'obbligo, per i comuni, di compilare la propria lista dei proscritti, ai quali verrebbe poi concesso, da oggi, un anno: se, entro tale scadenza, alle loro funzioni non sarà riconosciuta un'utilità, o se troveranno lavoro nel settore privato, perderanno il posto. Intanto dovrebbero entrare a far parte di una sorta di «riserva» del pubblico impiego, a paga ridotta. Un serbatoio che avrebbe già dovuto ricevere il primo robusto travaso di forza lavoro a fine 2012, con il trasferimento in questo limbo di ben 15.000 addetti della Pa, ma che invece è quasi rimasto a secco. Per questo si potrebbe anche ipotizzare che sia stata proprio tale inadempienza del governo, percepita dagli inviati della troika come un'inaccettabile tentennamento, ad aver indotto questi ultimi a far sibilare nelle orecchie dei responsabili politici quell'ordine di «dateci duemila nomi e cognomi». Come a dire: lasciamo a voi eseguire i comandi, voi vi dimostrate incapaci, se volete ancora la nostra fiducia, impegnatevi senza possibilità di ritorno.
Di fronte a tutto ciò molti sindaci – tra cui quello di Salonicco – hanno spiegato che proseguendo su questa china, non saranno più in grado di assicurare ai cittadini i servizi fondamentali: «Come pretendono che possiamo assolvere alle 200 nuove responsabilità che la legge attribuisce ai comuni per il 2013?» Una risposta gli è stata indirettamente fornita dall'inviato del governo tedesco in Grecia, Hans Joachim Fuchtel: «Gli esperti dicono che, rispetto ai compiti delle amministrazioni locali, per fare il lavoro di 3.000 greci bastano 1.000 tedeschi». La superiore qualità tedesca, è il caso di dire.


A che serve l’articolo 18?
di Lella Bellina
«Una firma per ripristinare l’articolo 18, massacrato dalla riforma Fornero? Siete i soliti esagerati, voi della Fiom: non è successo nulla, è tutto come prima…». 
Vallo a dire a Vittorio Gaffodio e ai suoi due compagni di lavoro, che il 7 settembre sono stati licenziati, per «motivi economici». 
È accaduto alla Lagor di Cerro Tanaro (Asti) azienda attiva nel settore dell’energia, dove un centinaio di lavoratori trancia lamierini magnetici per la costruzione di trasformatori elettrici, in un clima a dir poco teso. «Licenziarne 3 per educarne100» pare essere il motto dell’impresa. E guarda caso tra l’esiguo numero di coloro che hanno avuto il privilegio di beneficiare della legge 92/2012 ci sono i due della Fiom che per anni, si sono battuti in fabbrica perche venisse garantita un’altra legge dello stato (la 626) e i diritti dei lavoratori. 
Vittorio entra come operaio alla Lagor nel 1991, nel 2003 viene eletto delegato. «La tranciatura produce polveri pericolose – racconta – e noi ci attiviamo perché l’azienda venga messa in sicurezza, facciamo anche intervenire l’Arpa».
I dispositivi di aspirazione non vengono montati, in compenso partono i provvedimenti disciplinari, la campagna contro i delegati e la Fiom che «vogliono far chiudere la fabbrica» e il ricatto dell’impresa: o si ristabilisce la tranquillità in azienda, oppure i premi non verranno più erogati e sarà guerra.In questa escalation dell’intimidazione e del ricatto si arriva a settembre. «Dopo aver terminato il turno – prosegue Vittorio – il direttore aziendale mi informa che da quel momento posso ritenermi licenziato. Manco fossi un delinquente, vengo scortato al mio armadietto dal caporeparto, riconsegno tutto quello che avevo in dotazione e vengo messo alla porta. Qualche settimana dopo per togliermi definitivamente di torno, l’azienda mi offre 7.000 euro, poi 24.000 euro. Io non accetto. Con la Fiom ho impugnato il licenziamento, voglio essere reintegrato nel mio posto di lavoro.E non mi vengano a raccontare che tre lavoratori in meno risolvono i problemi economici di un’impresa come la Lagor».
Cosa è successo in fabbrica? I lavoratori come hanno reagito di fronte a questa ingiustizia? «In tanti mi hanno telefonato, mi hanno espresso la loro solidarietà, ma hanno paura e io li capisco. E non ce l’ho neppure con l’impresa che ha colto l’occasione per liberarsi di chi non si piega (noi della Fiom siamo scomodi) ma con il governo, il ministro Fornero e coloro che, modificando l’articolo 18, hanno regalato ai padroni la possibilità di licenziare chi si batte per i diritti. Ce l’ho con chi ha concesso ai padroni quello che sognavano da tempo: uno strumento per reprimere la democrazia e la libertà, da usare come arma per ridurre al silenzio i lavoratori». Non è vero che non è successo nulla, non è vero che tutto è come prima. E non è vero che non si può far nulla. Dentro e fuori i luoghi di lavoro possiamo lottare per riconquistare e migliorare quel che ci è stato tolto. È faticoso ma non impossibile.


Iveco di Suzzara, Marchionne non è invincibile
di Mauro Mantovanelli, segretario Fiom Mantova

A11 mesi dall’applicazione del regolamento della Fiat, la situazione all’interno dello stabilimento Iveco di Suzzara ha raggiunto livelli preoccupanti e inaccettabili. Le condizioni di lavoro sono peggiorate, la direzione ha spostato i lavoratori con ridotte capacità lavorative nelle linee di montaggio, sono aumentati in modo esponenziale i provvedimenti disciplinari. L’organizzazione del lavoro è disastrosa, le cartelle dei tempi di lavoro non vengono più discusse con il sindacato e l’azienda ha mano libera su tutto. Basti pensare che da gennaio tutti i mesi l’azienda ha richiesto una settimana di cassa integrazione per cali produttivi, e la poca produzione svolta ha portato, con questa organizzazione ad avere centinaia di furgoni incompleti. Rispetto a questa condizione la direzione ha preso scelte incomprensibili quali chiamare lavoratori trasfertisti non solo dai vicini stabilimenti di Brescia e Piacenza ma addirittura dalla Spagna, con un aumento di costi insensato, visto che si sono svolte negli stessi periodi giorni di cassa integrazione. Inoltre ha cominciato a richiedere straordinario, sempre con lo scopo di recuperare la produzione persa dalle inefficienze causate anche dal ridimensionato del reparto manutenzione, depotenziandolo.
Tutto questo testimonia che ciò che manca in questo stabilimento è una vera politica industriale, investimenti per migliorare le tecnologie e l’organizzazione del lavoro. Le condizioni in cui si lavora all’Iveco di Suzzara mettono in serio rischio le prospettive del futuro in ottica dell’annuncio della presunta commessa sul nuovo modello Daily da costruire qui.
Nelle ultime settimane a seguito di una operazione commerciale che ha portato nuove commesse la direzione ha portato a regime l’applicazione del Ccsl. Dal 5 novembre la mensa è stata portata a fine turno, lunedì 12 novembre senza preavviso l’azienda ha comandato, a partire dal giorno successivo, due ore di straordinario
dalle 21.30 alle 23.30 per tutta la settimana in corso, con l’obiettivo di recuperare le inefficienze organizzative. Come Fiom abbiamo immediatamente proclamato lo sciopero di tutti gli straordinari fino al venerdì 16 novembre.
Durante il volantinaggio esterno per informare i lavoratori abbiamo colto una nuova consapevolezza negli stessi, che ci ringraziavano e ci invitavano a non mollare la vertenza, garantendo la totale adesione all’iniziativa. Anche l’azienda ha colto questo clima tanto da ritirare nella stessa serata la comandata sulle ore serali di straordinario, intuendo che l’adesione allo sciopero del secondo turno sarebbe stata altissima. Questo è stato per noi un risultato importantissimo che abbiamo portato come sindacato «esterno» a tutti i lavoratori.
Lo sciopero della Cgil del 14 novembre che in solidarietà alle questioni di Pomigliano abbiamo esteso per l’Iveco di Suzzara a 8 ore, ha visto crescere in modo esponenziale la partecipazione dei lavoratori sfiorando il 50% di adesioni rispetto al 15% dell’ultimo sciopero. Alla luce di questi risultati l’Iveco ha rilanciato, comunicando a tutti i lavoratori che a partire dal 17 novembre e fino al 22 dicembre (con esclusione della festività dell’8 dicembre) si lavorerà anche al sabato pomeriggio. Fim, Uilm e Fismic si sono dichiarati contrari e hanno iniziato una «estenuante» trattativa che non ha portato a nulla. La Fiom non ha condiviso queste scelte, perché tutti i problemi organizzativi e generali che abbiamo denunciato non sono stati affrontati dall’azienda e dai sindacati firmatari. Per far capire a tutti i lavoratori e lavoratrici quello che sta succedendo nel nostro stabilimento e trovare soluzioni alternative, la Fiom ha chiesto a Fim e Uilm un confronto aperto in assemblee retribuite per discutere con i diretti interessati. Nel frattempo continuano gli scioperi degli straordinari di tutti i turni e sabato 17 l'adesione è arrivata al 70%, nonostante le forti pressioni da parte dei capireparto, con minacce di provvedimenti disciplinari.
A quasi un anno di distanza dall’operazione della Fiat nei confronti della Fiom, a chi pensava che saremmo spariti, rispondiamo che noi siamo ancora dove dobbiamo stare: a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici.



Una proposta indecente
Diviso, precario, più povero: il lavoro ridotto a merce nell’accordo sulla produttività firmato dalle associazioni padronali, Cisl e Uil con la regia del governo. Ecco le parti più significative del testo che la Cgil non ha firmato

RELAZIONI INDUSTRIALI E CONTRATTAZIONE COLLETTIVA
Le Parti firmatarie del presente documento confermano l'obiettivo comune di sviluppare un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di competitività e produttività tali da rafforzare il sistema produttivo, l'occupazione e le retribuzioni. Per questo intendono orientare la contrattazione collettiva, nelle diverse sedi, alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro, all’emersione del sommerso, alla produzione di quel maggior valore aggiunto che possa essere distribuito fra i fattori che hanno contribuito a determinarlo. 
Per cogliere questi obiettivi le Parti, tenuto conto delle specificità dei diversi comparti produttivi, consolideranno un modello contrattuale nel quale il contratto collettivo nazionale di lavoro abbia la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori, ovunque impiegati nel territorio nazionale, e la contrattazione di secondo livello, facilitata da idonee e strutturali politiche fiscali di vantaggio, operi per aumentare la produttività attraverso un migliore impiego dei fattori di produzione e dell’organizzazione del lavoro, correlando a tale aspetto la crescita delle retribuzioni dei lavoratori.
Diviene, pertanto, essenziale definire compiutamente, attraverso specifiche intese, un sistema di relazioni sindacali e contrattuali regolato e, quindi, in grado di darecertezze non solo riguardoai soggetti, ai tempi e ai contenuti della contrattazione collettiva ma anche sull’affidabilità ed il rispetto delle regole stabilite.
Per favorire questo processo è necessario, altresì, incrementare e rendere strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure fiscali e contributive volte ad incentivare la contrattazione di secondo livello che collega parte della retribuzione al raggiungimento di obiettivi di produttività, di qualità, di redditività, di efficacia, di innovazione, di valorizzazione del lavoro, di efficienza organizzativa e altri elementi rilevanti ai fini del miglioramento della competitività del settore produttivo.
Le Parti si danno atto della necessità di favorire, soprattutto attraverso la contrattazione di secondo livello, soluzioni coerenti con i principi enunciati negli Accordi Interconfederali e in quelli di settore, al fine di agevolare la definizione di intese modificative delle norme contrattuali produttivi. (...)
In questo quadro è opportuno che i CCNL, tenendo conto delle specificità dei diversi settori, affidino alla contrattazione di secondo livello il compito di definire condizioni di gestione flessibile degli orari di lavoro, al fine di rispondere alle diverse dinamiche temporali della produzione e dei mercati, nel rispetto della vigente normativa comunitaria oltre che dei diritti e delle esigenze delle persone. (...)
Le parti firmatarie ritengono, pertanto, che per favorire la crescita della produttività, delle retribuzioni ad essa correlate e dell'occupazione sia necessario informare i rispettivi sistemi di contrattazione ai seguenti principi:
- il contratto collettivo nazionale di lavoro, tenuto conto di quanto già definito in specifici comparti produttivi, avendo la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori rientranti nel settore di applicazione del contratto, deve perseguire la semplificazione normativa, il miglioramento organizzativo e gestionale, prevedere una chiara delega al secondo livello di contrattazione delle materie e delle modalità che possono incidere positivamente sulla crescita della produttività, quali gli istituti contrattuali che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l'organizzazione del lavoro;
- il contratto collettivo nazionale di lavoro – superato definitivamente con il Protocollo del 1993 il sistema di indicizzazione dei salari – avendo l'obiettivo mirato di tutelare il potere d'acquisto delle retribuzioni, deve rendere la dinamica degli effetti economici, definita entro i limiti fissati dai principi vigenti, coerente con le tendenze generali dell’economia, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale e gli andamenti specifici del settore; 
- i contratti collettivi nazionali di lavoro possono definire che una quota degli aumenti economici derivanti dai rinnovi contrattuali sia destinata alla pattuizione di elementi retributivi da collegarsi ad incrementi di produttività e redditività definiti dalla contrattazione di secondo livello, così da beneficiare anche di congrue e strutturali misure di detassazione e decontribuzione per il salario di produttività definito dallo stesso livello di contrattazione.Tale quota resterà parte integrante dei trattamenti economici comuni per tutti i lavoratori rientranti nel settore di applicazione dei contratti nazionali laddove non vi fosse o venisse meno la contrattazione di secondo livello;
- la contrattazione di secondo livello deve disciplinare, valorizzando i demandi specifici della legge o della contrattazione collettiva interconfederale e nazionale, gli istituti che hanno come obiettivo quello di favorire la crescita della produttività aziendale.

RAPPRESENTANZA
Le Parti firmatarie dell’Accordo Interconfederale 28 giugno 2011, per dare effettività a un sistema ordinato di relazioni industriali, definiscono un altrettanto ordinato sistema di regole sulla rappresentanza secondo i seguenti principi:
- entro il 31 dicembre 2012, la materia verrà disciplinata, con accordo e regolamento integrativo,per consentire il rapido avvio della procedura perla misurazione della rappresentanza nei settori di applicazione dei contratti collettivi nazionali dilavoro, in attuazione dei principi contenuti nell’Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011; 
- entro il 31 dicembre 2012, in diretta conseguenza della definizione delle procedure di cui al punto precedente, saranno definite, per i settori interessati, le modifiche da introdurre alladisciplina delle rappresentanze sindacali unitarie contenuta nell’Accordo Interconfederale 20 dicembre 1993, per armonizzarle con le finalità fissate il 28 giugno 2011 (esplicitare il superamentodel terzo);
- le intese dovranno, altresì, prevedere disposizioni efficaci per garantire, nel rispetto dei principi concordati nell'Accordo Interconfederale 28 giugno 2011, l'effettività e l'esigibilità delle intese sottoscritte, il rispetto delle clausole di tregua sindacale, di prevenzione e risoluzione delle controversie collettive, le regole per prevenire i conflitti, non escludendo meccanismi sanzionatori in capo alle organizzazioni inadempienti.

PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI
Le Parti, tenuto conto che la legge 28 giugno2012, n.92, dispone che siano i contratti collettivi a dare attuazione alle misure per la partecipazione, ritengono che il Governo, nella prospettiva di conferire organicità e sistematicità alle norme in materia di informazione e consultazione dei lavoratori, nonché di partecipazione dei dipendenti agli utili e al capitale, debba esercitare la delega in materia subordinatamente ad unapprofondito confronto con le Parti sociali.
La cultura della partecipazione è favorita, altresì, da un modello di relazioni industriali moderno, attento agli obiettivi generali dell'economia, orientato alla competitività delle imprese allosviluppo coeso dei territori e al miglioramento delle condizioni e della qualità del lavoro. 
La cultura della collaborazione fra imprese e lavoratori è favorita, anche, dal ruolo che possono svolgere gli enti bilaterali di matrice contrattuale per la diffusione di modelli partecipativi. Per diffondere questa cultura le Parti ritengono opportuno valorizzare, nei diversi livelli contrattuali, i momenti di informazione e consultazione previsti, anche per favorire un responsabile coinvolgimento nelle scelte dell'impresa sulle materie che migliorano la produttività, le condizioni di lavoro, lo sviluppo dell'impresa. 
In questa prospettiva le Parti ritengono, altresì, utile monitorare e rendere più omogenee le forme di welfare contrattuale fin qui realizzate con effetti positivi sia per la collettività in cui agiscono che per i lavoratori che ne beneficiano. In questo ambito le Parti ritengono che i contributi che le imprese e lavoratori versano per i sistemi di welfare contrattuale definiti dalla contrattazione collettiva nazionale e/o di secondo livello debbano beneficiare di un regime fiscale e contributivo di vantaggio, a partire dalla previdenza complementare.
Le Parti ritengono, infine, utile avviare un confronto sul quadro di riferimento normativo per favorire l'incentivazione dell'azionariato volontario dei dipendenti, anche in forme collettive. (...)

CONTRATTAZIONE COLLETTIVA PER LA PRODUTTIVITÀ
Le parti ritengono necessario che la contrattazione collettiva fra le organizzazioni comparativamente più rappresentative, nei singoli settori, su base nazionale, si eserciti, con piena autonomia, su materie oggi regolate in maniera prevalente o esclusiva dalla legge che, direttamente o indirettamente, incidono sul tema della produttività del lavoro.
Le Parti s'impegnano ad affrontare, pertanto, in sede di contrattazione collettiva le questioni ritenute più urgenti quali in via esemplificativa: l'affidamento alla contrattazione collettiva di una piena autonomia negoziale rispetto alle tematiche relative all'equivalenza delle mansioni, alla integrazione delle competenze, presupposto necessario per consentire l'introduzione di modelli organizzativi più adatti a cogliere e promuovere l'innovazione tecnologica e la professionalità necessarie alla crescita della produttività e della competitività aziendale; la ridefinizione dei sistemi di orari e della loro distribuzione anche con modelli flessibili, in rapporto agli investimenti, all'innovazione tecnologica e alla fluttuazione dei mercati finalizzati al pieno utilizzo delle strutture produttive idoneo a raggiungere gli obiettivi di produttività convenuti; l'affidamento alla contrattazione collettiva delle modalità attraverso cui rendere compatibile l’impiego di nuove tecnologie con la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori, per facilitare l'attivazione di strumenti informatici ordinari, indispensabili per lo svolgimento delle attività lavorative.
Le Parti chiedono che, in conseguenza di quanto sopra convenuto per affrontare i temi legati all’incremento della produttività delle imprese e del lavoro, vengano assunti a livello legislativo, anche sulla base di avvisi comuni, provvedimenti coerenti con le intese intercorse e con la presente intesa.
(La versione integrale dell’accordo su imec-fiom.it)


 Se c’è la salute c’è tutto...
di Maurizio Marcelli
Il testo presentato da Confindustria e dalle altre associazioni datoriali, su tavolo della produttività, come la discussione contrattuale, tra Federmeccanica e Fime Uilm individua obiettivi e interventi che servono aridurre il solo costo del lavoro: riducendo i salari di fatto e innalzando le ore lavorate.
In questo quadro si determina non solo unapalese contraddizione con la necessità di favorire l'occupazione, che anzi si ridurrebbe drasticamente, ma anche una contraddizione tra ciò che è definito in materia di tutela della salute dei lavoratori dalle norme di legge, a partiredalla Costituzione e l'effettiva qualità del lavoro, con un chiaro peggioramento delle condizioni di salute dei lavoratori stessi e della loro sicurezza.
Se negli anni 70 lo scambio richiesto dalle aziende era quello tra salute e salario oggi lo scambio imposto è quello tra la salute e il lavoro. Le vicende relative alla Fiat e all'Ilva indicano esplicitamente questo ricatto: o si lavora nelle condizioni decise dall'impresa oppure non c'è niente per nessuno. 
Questo quadro non solo determina un numero di infortuni lavorativi che sono più o meno gli stessi degli anni passati, anche se essendo considerevolmente calate le ore lavorate, in proporzione gli infortuni sono aumentati ma sono aumentate anche le malattie professionali riconosciute e le inidoneità lavorative alle mansioni assegnate. Non sono affatto diminuite le patologie legate ai vecchi processi produttivi, quali la ipoacusia o sordità causata dal rumore delle macchine e sono invece aumentate le patologie respiratorie, a causa del microclima degli ambienti lavorativi, della estesa presenza di micropolveri come sono considerevolmente aumentate le patologie a carico dell'apparato muscolo-scheletrico, sia del rachide che degli arti superiori, nonché le malattie tumorali, per l'esposizione alle fibre di amianto fino agli anni 90 e per il contatto a causa della inadeguata protezione a sostanze chimiche con effetti tumorali. 
Lo slogan dei lavoratori metalmeccanici e dell'allora Flm negli anni 70 «la salute non si scambia» assume oggi un valore ancora più rilevante. Oggi nelle imprese italiane a differenza del resto d'Europa non si è ancora affermata la cultura della prevenzione e della tutela della salute dei propri dipendenti, la tutela della salute dei lavoratori è vissutasolo come un costo.
Per sconfiggere questo atteggiamento, questa cultura è necessario un impegno straordinario che impedisca di disperdere il patrimonio di risorse e competenze, esistenti nei servizi di prevenzione e di ispezione delle Asl. Bisogna che sia sconfitta l'idea presente in tante imprese che vale la pena di scommettere sulla inesistenza dei controlli; ad oggi, con gli attuali organici presenti nei servizi di prevenzione delle asl, la possibilità di avere controlli in ogni azienda per verificare il rispetto delle norme è mediamente una volta ogni 25 anni. Anche per questi motivi è necessaria una forte iniziativa sindacale che spinga i gruppi parlamentari a modificare il cosiddetto decreto semplificazione che in nome dello snellimento delle procedure ma anche e soprattutto su richiesta della Confindustria prevede la pratica cancellazione del dlgs 81 (Testo unico) in quanto fa decadere l'obbligo per ciascuna azienda di realizzare il Duvri, cioè la valutazione dei rischi in presenza di appalti e l'obbligo del Documento di valutazione dei rischi per le aziende fino a 50 dipendenti. Chiedere il rispetto delle norme, impedire la cancellazione del Testo unico sono obiettivi rilevanti ma non sono gli unici, bisogna che tutti assieme si ripensi alla contrattazione dell'organizzazione del lavoro. Come ci hanno insegnato gli anni 70 per difendere la salute dei lavoratori occorre contrattare i carichi di lavoro, i ritmi, gli orari, gli ambienti lavorativi, le modalità di svolgimento del lavoro. Certo la cancellazione di fatto del contratto nazionale come ha richiesto Marchionne per i lavoratori della Fiat e come oggi richiedono Confindustria e Federmeccanica per tutti i lavoratori metalmeccanici, non è vero che aiuterebbe una contrattazione aziendale positiva ma al contrario parafrasando Massimo Troisi, se passassero queste «pretese» nelle aziende non si ricomincerebbe da 3 ma da uno o forse da zero e cioè dalla necessità di riconquistare le condizioni minime di lavoro.







a cura di Giuseppe Bonanni

L'accordo integrativo aziendale della Techno Sky (aerospazio) è stato disdetto unilateralmente dall'azienda. Nel corso dell'incontro tra sindacati e azienda svoltosi il 7 novembre, l'azienda non è sembrata disposta a confrontarsi con le posizioni del sindacato. Per questo il coordinamento della Fiom ha deciso di proclamare lo stato di agitazione per informare tutti i lavoratori del gruppo. 
Forti preoccupazione per l'occupazione alla Cofely Italia, società di servizi energetici e gestionali, con 50 sedi in Italia. Per questo, il 9 novembre, Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato lo sciopero degli straordinari e il blocco della reperibilità.
Va avanti il processo di fusione in Selex Electronic Systems di Selex Elsag, Selex Galileo e Selex Sistemi Integrati. Nell'incontro con la direzione, tenuto l'8 novembre, i sindacati hanno ribadito la mancanza di un piano industriale che dia garanzie sull'occupazione e sul mantenimento e lo sviluppo di tutti i siti industriali del gruppo. La Fiom ha deciso di tenere assemblee, preferibilmente insieme alle altre organizzazioni sindacali, per informare i lavoratori sulla difficile situazione e per richiedere un coinvolgimento diretto del Governo. 
Nelle elezioni per la Rsu nella Johnson Controls I., azienda dell'indotto Fiat Sata di San Nicola di Melfi, la Fiom si è confermata primo sindacato con il 60% dei voti. 
La difficile verifica sulla riorganizzazione della Simav va avanti. Nell'incontro del 9 novembre, l'azienda ha annunciato che dopo anni di bilanci positivi, per il 2012 è previsto un sostanziale pareggio e che, per questo, sarà necessario ridurre il personale. Fim, Fiom e Uilm hanno espresso la loro assoluta contrarietà e hanno chiesto un piano di rilancio che preveda percorsi di riqualificazione con l'utilizzazione degli ammortizzatori sociali. 
Prosegue il confronto tra la direzione della Sirti (installazioni telefoniche) e sindacati sulla gestione degli accordi relativi alla cassa integrazione e sulla ridefinizione dell'accordo integrativo aziendale. È in calendario un incontro per i primi giorni di dicembre nella sede di Assolombarda a Milano. 
Raggiunto un accordo (12 novembre) sulladefinizione e sul riconoscimento del premio di risultato nell'azienda informatica Altran Italia. I lavoratori riceveranno il premio nella mensilità del prossimo febbraio. Il premio verrà riconosciuto anche ai lavoratori in cassa integrazione. Successivamente, verrà avviato un confronto per migliorare i parametri di base per la definizione del premio.
Il 19 novembre Piombino si è fermata. Lavoratori del Gruppo Lucchini, studenti e cittadini hanno riempito piazza Verdi dopo aver sfilato per le vie della città. I negozi hanno chiuso in segno di solidarietà. Continuare a produrre acciaio, salvare il polo siderurgico conservando il ciclo integrale: questo l'obiettivo per salvare un territorio e migliaia di famiglie, ma anche per non cancellare dal panorama industriale del paese una produzione strategica come quella dell'acciaio.
Rischia la chiusura lo stabilimento Schneider Electric di Guardamiglio, in provincia di Lodi, dove lavorano 165 operai, impegnati nella produzione di apparecchi di media tensione. I lavoratori hanno scioperato il 15 novembre. Per scongiurare la chiusura dello stabilimento, oltre ai sindacati, si sono mobilitati i sindaci dei comuni del basso lodigiano e il presidente della provincia di Lodi. Fim, Fiom e Uilm (23 novembre), in concomitanza con l'incontro che si terrà presso il ministero dello Sviluppo economico contro la chiusura annunciata dei siti di Guardamiglio e di Rieti, hanno proclamato uno sciopero di otto ore del gruppo Schneider. 
All'Abb di Sestri Ponente (Genova), il 16 novembre, i lavoratori hanno scioperato contro la decisione di far partire la cassa integrazione (23 i lavoratori interessati). La Rappresentanza sindacale unitaria si oppone alla decisione e ritiene che sia possibile trovare una soluzione migliore, ricollocando o riqualificando i lavoratori. Anche alla Simav è stato proclamato uno sciopero (due ore il 23 novembre) in opposizione alla decisone di avviare le procedure per il licenziamento per 46 lavoratori, nonostante siano in corso da tempo incontri tra sindacati e direzione sulla riorganizzazione del gruppo e sulle problematiche produttive. 
Un comunicato Fim, Fiom, Uilm annuncia la convocazione per l'11 dicembre presso il Ministero dello sviluppo economico per verificare l'attuazione dell'intesa su Agile ex Eutelia. Al centro dell'incontro: la questione «esodati» di Agile, la definizione concreta degli ammortizzatori sociali, la realizzazione di corsi di formazione e riqualificazione per i lavoratori.
Non ha prodotto risultati positivi l'incontro (20 novembre) con la direzione della Selex Electronic Systems. Per questo la Fiom ha indetto due ore di sciopero da utilizzare per informare i lavoratori sulle questioni oggetto del confronto: piano industriale, fusione, occupazione.



lunedì 26 novembre 2012

Fiom: Sciopero Generale 6 Dicembre 2012



Per fermare l'accordo separato tra Fim Uilm e Federmeccanica

GIOVEDI 6 DICEMBRE 2012
SCIOPERO GENERALE di 8 ore 
dei metalmeccanici
 
Federmeccanica rigetta la proposta della FIOM CGIL in alternativa agli accordi separati, per un accordo unitario della durata di un anno, per difendere il lavoro, il reddito dei lavoratori e le imprese del settore nella crisi.

Federmeccanica ha deciso di escludere il sindacato più rappresentativo, la FIOM CGIL, proseguendo una trattativa separata con sindacati minoritari quali sono Fim e Uilm, di trattare con il Fismic, un sindacato che esiste solo negli stabilimenbti Fiat - nonostante la Fiat sia fuori da Federmeccanica e dal CCNL - di fare un accordo separato con l'Ugl, sigla sindacale di scarsa rilevanza tra i lavoratori metalmeccanici.

Federmeccanica continua a violare l'accordo del 28 giugno 2011 che prevede, come chiede la FIOM, la definizione di regole sulla rappresentanza e rappresentatività delle organizzazioni sindacali che possono sottoscrivere il C.C.N.L. valido per tutti i lavoratori e prevede la legittimità a negoziare per le organizzazioni sindacali che superano il 5% tra iscritti e voti nelle elezioni delle RSU. 

Federmeccanica, con il sostegno di organizzazioni sindacali che non raggiungono neppure la soglia del 5%, estende il modello FIAT a tutte le aziende metalmeccaniche, mette in discussione l'esistenza stessa del Contratto Nazionale e rifiuta la proposta avanzata dalla FIOM, il sindacato maggiormente rappresentativo tra i metalmeccanici, proposta che vuole affrontare la gravissima crisi che colpisce i lavoratori e le aziende metalmeccaniche attraverso un aumento salariale defiscalizzato per tutte le lavoratrici e i lavoratori, una politica degli orari a salvaguardia dell'occupazione a partire dal ricorso ai contratti di solidarietà, politiche industriali a salvaguardia del settore e delle imprese del settore. 

Federmeccanica esclude la FIOM CGIL e prosegue gli incontri separati solo 
con coloro che hanno accettato di discutere la sua piattaforma:

a fronte di decine di migliaia di licenziamenti, chiusure di fabbriche, aumento della disoccupazione e della precarietà, del ricorso continuo alla cassa integrazione, con questa trattativa separata, vogliono aumentare l'orario di lavoro giornaliero e settimanale e lo straordinario obbligatorio a 250 ore annue creando ulteriore disoccupazione.
Tutti ormai sanno che i lavoratori stanno attraversando una gravissima emergenza salariale, che i nostri salari sono tra i più bassi in Europa e non bastano più a garantire il potere d'acquisto per i beni di prima necessità ... 
e intanto, intorno a nun tavolo discutono di come non pagare ai metalmeccanici i minimi salariali garantiti dal Contratto Nazionale e di come introdurre in azienda ulteriori deroghe ai diritti tutelati da contratti e leggi! 

Fim e Uilm mentre sono disponibili a mettere in discussione il pagamento dei primi tre giorni di malattia, ma nelle assemblee dimenticano questo tema e propongono ai lavoratori la sanità integrativa di un fondo a cui devolvere quote di salario, mentre le imprese chiedono la restituzione di un diritto come il pagamento della malattia.

La Fiom non accetterà un accordo separato e a perdere per i metalmeccanici, che peggiora le condizioni salariali, di vita e di lavoro, e promuoverà tutte le iniziative e le lotte necessarie per contrastare e rendere inapplicabile nelle fabbriche lo smantellamento del contratto nazionale.

Diciamo no a Federmeccanica scioperando e partecipando alla
 
manifestazione con corteo ore 9
da Porta Susa a Piazza Castello 

per la democrazia, il contratto, il reddito, l'occupazione

Torino 22 Novembre 2012
 

domenica 28 ottobre 2012

Fiom Torino: Sciopero 16 Novembre 2012




Lunedì 22 ottobre 2012, dopo il primo incontro del 1 ottobre, si è svolto un'ulteriore incontro con Federmeccanica sullo stato dei rapporti sindacali nella nostra categoria nel quale è emersa la volontà di Federmeccanica di rigettare la proposta della Fiom in alternativa agli accordi separati, per un accordo unitario, della durata di un anno, per il lavoro e per un'industria di qualità ambientalmente sostenibile.

Federmeccanica ha deciso di escludere il sindacato più rappresentativo, la Fiom, proseguendo una trattativa separata con sindacati minoritari quali sono Fim e Uilm, di trattare con il Fismic, un sindacato che esiste solo negli stabilimenti Fiat nonostante la Fiat sia fuori da Federmeccanica e dal CCNL, di fare un accordo separato con l'Ugl, sigla sindacale di scarsa rilevanza tra i lavoratori metalmeccanici.

Federmeccanica continua a violare l'accordo del 28 giugno 2011 che prevede, come chiede la Fiom, la definizione di regole sulla rappresentanza e rappresentatività delle organizzazioni sindacali che possono sottoscrivere il CCNL valido per tutti i lavoratori e prevede la legittimità a negoziare per le organizzazioni sindacali che superano il 5% di iscritti e nel voto nei rinnovi della RSU.

Federmeccanica, con il sostegno di organizzazioni sindacali che non raggiungono neppure la soglia del 5%, estende il modello Fiat a tutte le aziende metalmeccaniche, mette in discussione l'esistenza stessa del Contratto Nazionale e rifiuta la proposta avanzata dalla Fiom, il sindacato maggiormente rappresentativo tra i metalmeccanici, proposta che vuole affrontare la gravissima crisi che colpisce i lavoratori e le aziende metalmeccaniche attraverso un aumento salariale defiscalizzato per tutte le lavoratrici e i lavoratori, una politica degli orari a salvaguardia dell'occupazione a partire dal ricorso ai contratti di solidarietà, politiche industriali a salvaguardia del settore e delle imprese metalmeccaniche.

Federmeccanica esclude la Fiom e prosegue gli incontri separati con coloro che hanno accettato di discutere la sua piattaforma:
  • a fronte di decine di migliaia di licenziamenti e di chiusure di fabbriche, con l'aumento della disoccupazione, della precarietà, del ricorso continuo alla cassa integrazione vogliono, con questa trattativa separata, aumentare l'orario di lavoro giornaliero e settimanale, vogliono aumentare lo straordinario obbligatorio a 250 ore annue creando ulteriore disoccupazione.
  • mentre tutti ormai sanno, e riconoscono, che i lavoratori stanno attraversando una gravissima emergenza salariale, che i nostri salari sono tra i più bassi in Europa e non sono più sufficienti a garantire il potere d'acquisto per i beni di prima necessità, intorno a un tavolo intendono discutere di come non pagare ai metalmeccanici i minimi salariali garantiti dal Contratto Nazionale e di come introdurre in azienda ulteriori deroghe ai diritti tutelati dai contratti e dalle leggi.
  • Fim e Uilm sono disponibili a mettere in discussione il pagamento dei primi tre giorni di malattia e contemporaneamente nelle assemblee si dimenticano questo tema e propongono ai lavoratori di iscriversi alla sanità integrativa in un fondo nazionale a cui devolvere quote di salario; propongono di sostituire le prestazioni pubbliche con una assistenza sanitaria contrattuale tutta da verificare mentre le imprese chiedono la restituzione di un diritto contrattuale certo e in vigore come il pagamento della malattia.
La Fiom non accetterà un accordo separato e a perdere per i metalmeccanici, che peggiora le condizioni salariali, di vita e di lavoro, e metterà in campo tutte le iniziative e le lotte necessarie per contrastare e rendere inapplicabile nelle fabbriche lo smantellamento del contratto nazionale.


Diciamo no a Federmeccanica partecipando 
allo sciopero generale del
16 novembre 2012
per la democrazia, il contratto, il reddito, l'occupazione


Torino 26 Ottobre 2012