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venerdì 28 dicembre 2012

Il Giornale dei Metalmeccanici: Dicembre 2012




Non nel nostro nome
Fim, Uilm e Fismic aboliscono il contratto nazionale. Ma la partita è aperta


Accordo a perdere
L'accordo firmato da Fim, Uilm, Fismic conviene solo alle imprese. Escluso dal negoziato il sindacato più rappresentativo, senza mandato di lavoratrici e lavoratori, l'intesa accoglie i contenuti voluti da Federmeccanica, in coerenza con l'accordo sulla produttività non firmato dalla Cgil. Gli aumenti previsti non tutelano il potere d'acquisto. L’orario aumenta - con il raddoppio dello straordinario obbligatorio - e le Rsu perdono il loro ruolo contrattuale perché alle imprese basterà un rapido esame congiunto per applicare i turni che vogliono. Il pagamento dei primi tre giorni di malattia non sarà più garantito. Fim, Uilm e Fismic pensano di varare questo contratto senza farlo votare dai lavoratori. Per noi l’accordo è illegittimo, non rappresentativo e manomette diritti essenziali. Perciò non lo accetteremo in silenzio, rassegnandoci al furto di democrazia che impedisce a lavoratrici e lavoratori di decidere sul loro contratto e sulle loro condizioni di lavoro.
l'analisi dell'intesa a pagina 4 e 5

La democrazia dimenticata
di Loris Campetti
In fondo sono appena 1 milione e 600 mila elettori che, si sa, ora votano e ora no, ora, magari al nord, votano Lega e al sud Berlusconi o il primo populista in circolazione. Operai metalmeccanici, schede poco affidabili che riesumano un mondo del lavoro in via di estinzione o in transumanza verso il sud e l'est del mondo. Operai per di più pretenziosi, che se non vogliono tutto come negli anni Settanta poco ci manca. Pretendono, pensate, di eleggere loro chi dovrà rappresentarli e non il padrone, e di votare i contratti e gli accordi che riguardano le loro condizioni. E dicono che se la sinistra li abbandona loro abbandoneranno la sinistra. Ma non l'avevano già fatto? C'è altro di cui occuparsi che non della democrazia nelle fabbriche: una testa un voto va bene, ma mica ovunque. Il centrosinistra deve pescare al centro, nei ceti emergenti.
Soprattutto non può schierarsi da una parte, con un sindacato, sia pure maggioritario, se le altre organizzazioni dei lavoratori stanno da un'altra parte. Magari con i padroni, ma lo dicono tutti, compreso il presidente Napolitano, che serve la pace sociale e non la lotta di classe. Se la politica, quella parte che una volta si chiamava di sinistra, ha smarrito il lavoro o lo pospone al capitale o lo impasta con esso, i media dal canto loro non scherzano. Così, forse per la prima volta nella storia italiana, lo sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla Fiom in difesa dei diritti e del contratto nazionale, non ha trovato spazio nelle prime pagine dei grandi giornali, troppo occupati dalle resurrezioni annunciate dell'Uomo Nero. 
Per non lasciare spazio al dubbio, Fim, Uilm e Federmeccanica hanno firmato l'ennesimo contratto separato poche ora prima dello sciopero generale della Fiom. Un contratto separato che cancella il contratto nazionale, sulla scia di Marchionne illuminata prima dal governo Berlusconi e poi da Monti. Se ci fate caso, i capisaldi del bidone rappresentano il rovesciamento delle parole d'ordine portate in fabbrica e in piazza dalla Fiom: su salari, orari, condizioni di lavoro, contrattazione, democrazia. Prima si diceva che Pomigliano era un caso isolato, poi il caso isolato è entrato in tutte le officine e gli uffici della Fiat, ora con il contratto separato esonda in tutte le aziende metalmeccaniche italiane. Non serve una memoria da elefante per ricordare come nella storia italiana, la Fiat ha sempre fatto da battistrada per l'intero capitalismo che, a sua volta, ha modellato a sua immagine e somiglianza l'insieme delle relazioni sociali. E il contratto separato di
oggi cancella l'aspetto fondamentale del con contratto nazionale: la solidarietà generale. Per governare, in officina e in Parlamento, si sta scegliendo la strada classista della divisione, del conflitto orizzontale, della contrapposizione tra le vittime delle ingiustizie sociali, per trasferire tutto il potere nelle mani di pochi.
Se la battaglia di Pomigliano ha imposto il ripristino di un embrione di legalità in fabbrica, ora l'obiettivo è ancora impegnativo e, al tempo stesso, ineludibile: riportare la democrazia nel lavoro, prima che l'infezione autoritaria nelle fabbriche infetti l'intera società. Gli operai metalmeccanici non possono farcela da soli, anche se dalla loro hanno ancora la legge, quella parte almeno che non è stata ancora revisionata con il consenso di gran parte della politica. Non basta scrivere sull'agenda del centrosinistra «lavoro», dopo che si sono sostutuiti negli statuti dei partiti i lavoratori e i cittadini con i consumatori. La campagna elettorale che si è aperta nel modo peggiore è una delle ultime occasioni per ricordare con la mobilitazione generale che se si perde il lavoro, se lo si spoglia dei diritti, se gli si nega la rappresentanza sindacale e politica, è la democrazia che si sta uccidendo. Che ne pensa chi dice di voler voltare pagina e si presenta alle elezioni in discontinuità con gli ultimi due governi? 






5 e 6 dicembre: le piazze metalmeccaniche

 Quelle del 5 e del 6 dicembre sono state, in tutta Italia, due grandi giornate di lotta dei metalmeccanici, in tante parti affiancati dagli studenti e dai precari. Non è servito a fermare la firma di un accordo separato regalato alle imprese ma è stata una risposta immediata a un atto illegittimo che la Fiom, insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, si prepara a contrastare. 
Valle d’Aosta. Presidio regionale ad Aosta, in piazza Chanoux. Buona partecipazione allo sciopero, in particolare nelle installazioni telefoniche, con il 100% alla Alpitel e il 65% alla Acc. Alla Cogne, la principale azienda della regione, dove sono presenti in misura significativa anche i sindacati firmatari dell’accordo separato, le adesioni allo sciopero si collocano tra il 40 e il 50%. 
Piemonte. Otto ore di sciopero in tutta la regione e manifestazione a Torino. Il corteo si è mosso dal piazzale antistante la stazione ferroviaria di Porta Susa per arrivare a piazza Castello, dove si è svolto il comizio conclusivo. Alte le percentuali di adesione allo sciopero. Tra le altre ricordiamo l’Ilva di Alessandria e la Marcegaglia di Asti all’80%, l’Ilva e la Oerlikon di Cuneo al 90%, la Meritor e la Isringhausen di Novara rispettivamente al 95 e all’80%, la Lagostina di Verbania Cusio Ossola al 75%. A Torino, la Federal Mogul di Cuorgnè e l’Avio di Rivalta al 90%, come la Microtecnica. 
Lombardia. A Milano la manifestazione regionale, con un corteo partito da piazza Venezia e arrivato a piazza Duomo. Alte le adesioni allo sciopero, il 100%, tra gli altri, alla Stefàna Ospitaletto (Bs), Lucchini di Lecco, Garavaglia di Varese, il 98% alla Marcegaglia di Lodi, il 95% alla Comer di Mantova, Lanfranconi di Lecco e Whirlpool di Varese, il 90% alla Belleli e Bondioli&Pavesi di Mantova, Abb di Lodi, Magneti Marelli di Legnano, Ocrim (operai) di Cremona, tra l'80 e l'85% alla Ansaldo Sistemi Industriali, Kone, Alstom Power, Nacco e Ugitek di Milano, Somaschini di Trescore e Bianchi Vending di Zingonia (Lc), Isa Passirano e Tassara della Vallecamonica, Hydro Alluminio e Brucola della Brianza. 
Liguria. A Savona 8 ore di sciopero. A Genova e La Spezia si è tenuto un attivo provinciale dei delegati; iniziative di sciopero e manifestazioni si terranno martedì 11 dicembre. 
Veneto. Manifestazione regionale a Padova, dove un lungo corteo di lavoratori e studenti ha percorso le vie principali dalla Stazione ferroviaria fino a piazza dei Signori. In questa occasione, ai metalmeccanici del Veneto si sono aggiunti lavoratori provenienti dal Trentino-Alto Adige. Tra le adesioni più alte allo sciopero nel Veneto si segnalano la Fincantieri e le imprese di appalto del Petrolchimico di Marghera (Ve) e la Electrolux di Susegana (Tv) al 90%. 
Friuli-Venezia Giulia. Manifestazione regionale a Pordenone. Un corteo partito da largo San Giovanni ha attraversato il centro riempiendo piazza del Municipio, dove si è svolto il comizio. 
Emilia-Romagna. Manifestazione regionale a Bologna. Un lungo e fitto corteo ha attraversato le vie del centro da piazza Saragozza fino a piazza Ravegnana. Qui, sotto le Due Torri, si è svolto il comizio conclusivo nel corso del quale hanno parlato anche alcuni studenti medi, il cui corteo autonomo si era congiunto con quello degli scioperanti. 
Toscana. Manifestazione regionale a Firenze, con corteo partito da piazza dell'Indipendenza e arrivo davanti a palazzo Strozzi, passando per piazza del Duomo. Per quanto riguarda lo sciopero, percentuali particolarmente significative sono state rilevate, in mattinata, alla Lucchini-Severstal (85%) e alla Magona ArcelorMittal (75%) di Piombino, alla Trw di Livorno (95%), alla Continental (90%) e alla Asso Werke (80%) di Pisa e alla Barsanti (85%) di Massa Carrara.  
Umbria. Nella regione sciopero di 4 ore. In provincia di Perugia comizi a staffetta nelle tre zone industriali di Marsciano, Umbertide e Spoleto. A Terni presidi davanti alle fabbriche della zona. L’alto livello di adesioni all’iniziativa di lotta (90%) ha completamente bloccato l'Ast. Ferme anche le imprese minori dell’indotto.  
Lazio. Roma, corteo partito dalla Bocca della Verità e concluso, con il comizio, a piazza Farnese. 
Marche. Ad Ancona, un corteo affollato è partito dal porto (zona Mandracchio) e ha attraversato buona parte del centro cittadino fino a raggiungere il piazzale della Libertà, dove si è tenuto il comizio conclusivo. 
Tra gli stabilimenti dove sono state toccate le percentuali più alte di adesione allo sciopero, la Fincantieri (90%) e i cantieri Isa e Crn di Ancona (rispettivamente al 90 e all'85%). La Meccanica Adriatica di Ascoli Piceno (90%), la Comelit di Senigallia-Osimo (80%), nonché la Caterpillar e la Cnh (Fiat Industrial) di Jesi, rispettivamente all'80% e al 70%.  
Abruzzo. Iniziative articolate a livello provinciale. Per quanto riguarda lo sciopero, 70% di adesioni alla Technolabs de L’Aquila e 65% alla Siapra (gruppo Fiamm) di Avezzano.  
Molise. A Isernia, manifestazione regionale sotto forma di presidio davanti alla sede della Associazione degli Industriali e poi corteo fino alla Prefettura.  
Campania. A Napoli imponente manifestazione regionale: un corteo infittito dalla presenza di molti studenti ha attraversato il centro cittadino dalla Stazione centrale fino alla sede della Regione, davanti alla quale si è svolto il comizio conclusivo. 
Puglia. Manifestazione regionale a Bari, dove è stato effettuato un presidio e un comizio a piazza della Prefettura. 
Basilicata. A Potenza manifestazione regionale dalla sede dell’Unione degli Industriali alla sede della Regione. Successivamente, assemblea all’aperto con gli studenti unitisi al corteo degli scioperanti. Molto buone le adesioni allo sciopero nella zona industriale di Potenza. Al 90% le due maggiori imprese siderurgiche, Marcegaglia e Pittini. Stessa percentuale alla Sud Elettra e 80% all’Italtractor. Infine il 50% in Telespazio. La Fiat di Melfi era in Cassa integrazione. 
Calabria. Un attivo regionale si è svolto a Catanzaro. L’iniziativa è stata tenuta al chiuso a causa del maltempo. 
Sicilia. Manifestazione regionale a Palermo. Qui un corteo, partito da piazza Marina, ha raggiunto la Presidenza della Regione. 
Sardegna. Manifestazione a Cagliari da piazza del Carmine a piazza Garibaldi, con un corteo di oltre 2.000 partecipanti. Nella zona industriale di Sarroch (Cagliari), le adesioni allo sciopero sono state intorno all’80% tra i dipendenti delle imprese metalmeccaniche di appalto attive presso la locale raffineria.

Su www.fiom.cgil.it comunicati, foto e dati di adesione allo sciopero dai territori

Milano, i metalmeccanici non si rassegnano 
di Lella Bellina
Questa piazza i metalmeccanici li conosce da tempo, da prima del dicembre 1960 che segnò la tappa fondamentale di una stagione di lotta e conquiste. Oggi i metalmeccanici sono ancora qui perché, per dirla con Landini, «c’eravamo prima di Marchionne e ci saremo anche dopo». Sono arrivati da tutta la Lombardia a Porta Venezia e hanno sfilato per le vie del centro dietro alla parola Lavoro a «misura d’uomo» e ai grandi cartelli bianchi con i nomi delle aziende simbolo della mobilitazione contro le chiusure e i licenziamenti. È il rosso delle bandiere e quello delle felpe della Fiom indossate sopra i giacconi il colore che segna il lungo corteo che poco prima del Duomo si apre per accogliere, tra gli applausi, gli studenti. Prima del segretario generale della Fiom, due donne si alternano al microfono: generazioni e storie diverse che qui si parlano, si comprendono, si «tengono». Teresa è quella che i diritti oggi messi in discussione li ha conquistati giorno dopo giorno, con determinazione e passione, nel luogo da cui non si può prescindere, l’azienda, e il suo messaggio è chiaro e netto: «non rassegniamoci!». Silvia studia e grida alla piazza «noi siamo il futuro», un futuro che è diritto al sapere e ad un lavoro dignitoso, usa parole antiche e nostre per rivendicarli.
«I lavoratori non devono essere costretti a scegliere se morire di fame o di cancro, come sta accadendo all’Ilva…» Landini finisce la frase, poi si interrompe un momento. È arrivata la notizia che era nell’aria: Fim e Uilm hanno sottoscritto la piattaforma dei padroni e lo hanno fatto proprio oggi. Se si aspettavano il disordine sono rimasti delusi: quella che arriva dalla piazza è una riposta di classe.
«Dai Enrico che abbiamo da fare, domani in fabbrica ci tocca spiegare a quello della Fim che gli hanno dato l’elemosina e neppure quella è certa, in cambio non può più ammalarsi. E se ci dice “è la globalizzazione” gli rispondiamo che a firmare quella vergogna è stato il suo segretario, mica la globalizzazione…». No, non si rassegnano questi metalmeccanici.



Il contratto cancellato, eccone le parti peggiori

“Il contratto non deve essere rinnovato a tutti i costi ma solo se in grado di dare risposte positive alle necessità delle imprese” (Linee guida di Federmeccanica)

Con l'accordo separato del 5 dicembre 2012 Fim e Uilm hanno introdotto la flessibilità sui minimi contrattuali e hanno sancito che il salario del Contratto Nazionale è un salario diverso tra le fabbriche e tra i territori.
Per la prima volta i minimi salari, a parità di mansione, non sono più uguali per tutti i lavoratori perché, con la contrattazione aziendale, gli aumenti potranno essere differiti di 12 mesi, e quindi diversi da fabbrica a fabbrica, sia in caso di crisi che di nuovi insediamenti produttivi o anche per usufruire di sgravi fiscali e contributivi. 
Se manca la rappresentanza sindacale in azienda, comunque le imprese potranno chiamare i sindacati provinciali e definire con loro lo spostamento degli aumenti previsti.
Gli aumenti del triennio 2013-2015 sono definiti in tre tranche a partire dal primo gennaio 2013 ma le aziende possono erogare gli aumenti del 1/1/2014 e del 1/1/2015 dodici mesi dopo: ad esempio la seconda al primo gennaio 2015 e la terza all’inizio del 2016 oppure rispettare la scadenza della seconda tranche e far slittare la terza all’1 gennaio 2016.
La conseguenza sui salari nei quattro anni è consistente: sul montante retributivo un lavoratore di 3° livello con lo spostamento della terza tranche percepisce 560 euro in meno, con lo spostamento della seconda tranche percepisce 1065 euro in meno. 
L'intesa separata del 5 dicembre 2012 non tutela il potere d'acquisto del salario: gli importi economici definiti per incrementare i minimi contrattuali non considerano i valori dell'inflazione e, in caso di differimento del salario a livello aziendale, non considera il quarto anno di allungamento del contratto.
Per tutelare il potere d'acquisto con gli attuali valori dell'inflazione, senza differimenti a livello aziendale e rispettando le scadenze previste per gli aumenti, i minimi contrattuali vanno rivalutati tenendo a riferimento l'inflazione e aggiornando il valore punto, fissato nel 2008, come previsto dal Contratto del 2008. Gli incrementi definiti sui minimi non solo non tutelano il potere d'acquisto delle retribuzioni ma gli incrementi definiti con l'accordo separato favoriscono le categorie più alte e penalizza le categorie più basse.
La piattaforma della Fiom, votata dalla maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici, chiede per gli anni 2012/2014 un aumento uguale per i 3-4-5- livelli di 206 euro a titolo di recupero, salvaguardia e valorizzazione reale del potere di acquisto della retribuzione .
Gli incrementi delle maggiorazioni - per lavoro notturno e per le ulteriori 40 ore di straordinario obbligatorie aggiunte con l'intesa separata - assorbono i trattamenti di miglior favore già definiti in azienda.
Per molti lavoratori quindi aumentano le ore di straordinario e di flessibilità obbligatorie senza alcun aumento salariale per le ore lavorate in notturno e in straordinario. 
Nel Premio di Risultato Fim e Uilm con Federmeccanica mascherano la clausola di «esigibilità», che hanno sottoscritto in Fiat, per imporre ai lavoratori le flessibilità dell'orario di lavoro introdotte con l'accordo separato o con gli accordi in azienda.
A livello aziendale si potrà prevedere che i singoli lavoratori percepiranno il premio di Risultato solo a fronte dell'effettivo svolgimento della flessibiltà degli orari di lavoro richiesta dall'azienda, le 120 ore di flessibilità e straordinario o altro ancora definito a livello aziendale.

Su alcuni importanti capitoli che riguardano i diritti – quello allo studio e i passaggi automatici di livello prevvisti dall’inquadramento, ad esempio – si rinvia a una serie di commissioni con poteri negoziali, che integreranno l'accordo. Da questo punto di vista si tratta di un contratto in itinere, una sorta di cantiere aperto e dagli esiti incerti.  
Per quanto riguarda il preavviso di licenziamento e di dimissioni, l'accordo separato indebolisce le norme che contrastano la pratica delle dimissioni in bianco fatte firmare alle donne. La legge prevede – per il periodo di gravidanza e fino ai tre anni di vita del bambino – la sospensione delle dimissioni fino alla loro convalida ministeriale.
Già con l'accordo confederale del 3 agosto 2012 la convalida delle dimissioni poteva avvenire più «agevolmente» presso le sedi sindacali, ora con l'accordo separato basta l'Rsu per dare il via libera alle dimissioni. 
Rispetto al contratto del 2008 l’assenza per malattia o infortunio non sul lavoro non interrompe il periodo di preavviso. Quindi, incaso di malattia durante il periodo di preavviso lo stesso decorrerà fino alla risoluzione del rapporto di lavoro prevista. 
Naturalmente se si dimette il lavoratore l’azienda potrà far valere il principio che il periodo di preavviso siintende di “lavoro”; invece se il lavoratore è licenziato, l’azienda potrà considerare concluso il rapporto di lavoro al termine del periodo di preavviso, indipendentemente dalla malattia.
Il trattamento economico della malattia definito con l’accordo separato spetta «al lavoratore non in prova», di conseguenza al lavoratore in prova non spetterà nessuna integrazione in caso di malattia.
Al lavoratore non sarà più riconosciuta l'integrazione per i primi tre giorni dalla quarta volta che si assenta per malattia brevi (di durata non superiore a 5 giorni). In questo caso i primi tre giorni della quarta malattia, e delle successive, nonsaranno più retribuite al 100% ma nel seguente modo:
  • quarta assenza: 66% della intera retribuzione globale; 
  • quinta e successive: 50% della intera retribuzione globale.
Sono trasformati in giorni i periodi che l’azienda è tenuta ad integrare al 100%; il Ccnl del 2008 prevede che i periodi restanti, fino al raggiungimento del comporto previsto per il mantenimento del posto di lavoro, siano indennizzati al 50%, l’accordo separato prevede per gli stessi periodi restanti un’indennità dell’80%. (è necessario sapere che questo vale per gli impiegati perché per gli operai, l’Inps indennizza già il 66% dal 20° giorno e fino al 180° ogni anno solare). Il calcolo del 100% riparte ogni qual volta si lavori per almeno 61 giorni di calendario.



L'accordo separato del 5/12/2012 peggiora le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori aumentando l'orario di lavoro e cancellando la contrattazione della Rsu sugli orari in fabbrica.
Con l'intesa firmata:
  • l'orario di lavoro non è più oggetto di contrattazione in azienda con la Rsu ma alla contrattazione si sostituisce una procedura di «esame» di 10 giorni trascorsi i quali l'azienda può procedere;
  • aumenta strutturalmente l'orario individuale di lavoro fino a 144 ore annue nelle aziende con oltre 200 dipendenti e fino a 152 ore nelle aziende con meno di 200 dipendenti introducendo un unico vincolo alle imprese, il limite di 120 ore di utilizzo complessivo tra ore di flessibilità e ore straordinario obbligatorio.
    Fim Uilm e Federmeccanica estendono in tutte le imprese metalmeccaniche il peggioramento degli orari di lavoro introdotto con l'accordo separato a Pomigliano a Mirafiori e in tutti gli stabilimenti Fiat: aumentano l'orario di lavoro dei lavoratori attraverso l'aumento della flessibilità e dello straordinario obbligatorio, la monetizzazione dei Par, lo slittamento della mezz'ora di mensa. 
    Aumentano fino a 80 ore annue le attuali 40 ore di straordinario obbligatorio nelle aziende con più di 200 dipendenti, e fino a 88 ore all'anno le 48 ore di straordinario obbligatorio previste nelle aziende fino a 200 dipendenti;
    • Aumentano fino a 80 ore annue le attuali 64 ore di flessibilità a disposizione delle aziende;
    • Monetizzano tre Par con ulteriori 24 ore annue di lavoro a disposizione dell'azienda, spostando sul lavoratore l'onere di chiederne l'accantonamento in luogo della retribuzione;
    • Accettano di concordare in azienda lo slittamento della mezz'ora di mensa a fine turno,Eliminano 8 ore di riduzione di orario aggiuntiva nelle fonderie di seconda fusione che rimane solo per i lavoratori in forza al 31/12/2012.
    L'intesa separata inoltre stravolge il Ccnl del 2008 cancellando dalla normativa sull'orario ogni riferimento alle norme di legge e introducendo ulteriori flessibilità che peggiorano la vita e il lavoro delle persone e delle loro famiglie.  
    Per il ricorso all'orario flessibile:
    • Riconosce alle imprese le "necessitàimprovvise" riducendo i tempi di preavviso da 10 a 5 giorni; 
    • Supera tutte le causali che la giustificano (stagionalità, picchi produttivi, attività di istallazione e montaggio) e cancella i limiti massimi (8 ore sul primo turno del sabato, 6 ore su due turni al sabato, 32 ore di prestazione minima settimanale) fino a oggi previsti.
    L'accordo introduce anche ulteriori flessibilità di orario di lavoro, a scapito dei diritti dei lavoratori e a costo zero per le imprese che, senza contrattazione e in alternativa al ricorso alla Cig ordinaria, possono disporre:
    • Delle ferie e del conto ore dei lavoratori, in caso di contrazione temporanea dell'orario di lavoro e a compensazione dei recuperi programmati per le ore di flessibilità che il lavoratore non ha prestato.
    • Del recupero delle ore di produzione perse, senza maggiorazioni, in caso di interruzione delle forniture.


    L'intesa riscrive la premessa contrattuale proponendosi di armonizzare e integrare il contratto di categoria alla luce degli accordi interconfederali del giugno 2011 e all'accordo separato sulla «produttività» (non firmato dalla Cgil) del 21 novembre 2012.
    A proposito di esigibilità contrattuale si precisa che quanto previsto sulla flessibilità della prestazione – dall'orario plurisettimanale allo straordinario – impegna tutti i soggetti coinvolti (aziende, lavoratori, organizzazioni sindacali).
    Nel capitolo riguardante il sistema di relazioni sindacali, tra le altre cose, l'accordo separato elimina la presenza delle organizzazioni sindacali nazionali e territoriali dalle commissioni aziendali per la formazione e le pari opportunità, aziendalizzando il confronto su questi temi.

    Sulle regole che governano il mercato del lavoro, l'intesa del 5 dicembre scorso aumenta la flessibilità. Oltre a recepire tutte le leggi e i contratti interconfederali in materia – anche quelli più controversi e meno condivisi, come gli accordi separati – lo spazio per la precarietà del lavoro diventa sempre più ampio.
    Ecco alcuni tra i passaggi più importanti:
    • I contratti a termine fino a 12 mesi saranno possibili senza bisogno di causali, vengono ridotti i termini degli intervalli previsti tra un contratto e quello successivo e si autorizzano le assunzioni a termine fino al 6% dell’organico.
    • Le regole che dovrebbero governare il lavoro negli appalti, vengono interamente demandate – anche in questo caso – a un'apposita commissione con poteri negoziali, che deve recepire le ultime modifiche di legge e modificare le regole contrattuali: anche qui, un cantiere aperto e incontrollato.
    • Per quanto riguarda il lavoro somministrato, cioè l'interinale, l'accordo separato ne allarga i confini: si potrà usare l'interinale senza specifiche motivazioni, oltre che nei casi previsti dalla legge, anche attraverso accordi aziendali firmati dalla Rsu d'intesa con le organizzazioni sindacali territoriali, per un numero di lavoratori uguale a quello degli interinali assunti a tempo indeterminato nei tre anni precedenti.
    • Il contratto di apprendistato viene integralmente modificato: 
    si elimina il vincolo alla stabilizzazione del 70% dei lavoratori in apprendistato per poterne assumere altri e si introduce la possibilità per le aziende di assumere un numero di apprendisti pari a quello dei lavoratori specializzati e qualificati. I periodi di apprendistato svolti precedentemente valgono solo se sono pari o superiori a 12 mesi; 
    scompare l’obbligo della formazione in aula. All’apprendista è garantita la qualifica finale ma non più la progressione della retribuzione e della qualifica durante il periodo di apprendistato.














    a cura di Giuseppe Bonanni

    Il 21 novembre si è svolto un incontro presso il ministero dello Sviluppo economico sul futuro della Ceit Impianti, azienda che opera per Telecom Italia nelle attività di manutenzione e sviluppo delle reti di telecomunicazione. La perdita degli appalti Telecom, a partire dal 2013, nei territori di Roma e di Campobasso comporterà per 90 lavoratori il rischio di perdere il proprio lavoro. L'azienda ha accettato momentaneamente una sospensione delle procedure di cassa integrazione in attesa di una definizione da parte del Ministero, di Telecom e delle organizzazioni sindacali di una ipotesi di riorganizzazione che possa garantire la manutenzione e che salvi l'occupazione.
    I lavoratori del gruppo Almaviva, azienda che opera nel settore information technology per enti, banche ed aziende, verranno consultati, si legge in un comunicato sindacale unitario del 26 novembre, dalle organizzazioni sindacali in vista dell'ormai prossimo confronto con l'azienda su un piano per la riduzione dei costi complessivi del gruppo, che preveda anche proposte per affrontare la crisi dell'area Agricoltura e della Divisione Transportation.
    I delegati Fiom delle imprese di installazioni telefoniche hanno discusso della difficile situazione che vive il settore: perdita di posti di lavoro, peggioramento delle condizioni di sicurezza nel lavoro, diminuzioni dei salari, calo degli investimenti pubblici e privati nello sviluppo e nella manutenzione della rete, subappalto. I lavoratori che rischiano di più in conseguenza dei mancati appalti Telecom sono quelli della Ceit di Roma e Campobasso e quelli della Ciet di Marche, Toscana e Liguria. La Fiom ha deciso di investire del problema il ministero dello Sviluppo economico e di elaborare, con il contributo di esperti, una proposta autonoma per definire una via d'uscita dalla grave crisi del settore.
    Molto gravi gli sviluppi della vicenda Schneider. Il gruppo elettrico francese ha infatti deciso di chiudere gli stabilimenti di Rieti e di Guardamiglio (Lodi).
    La Fiom, in un comunicato del 26 novembre, chiede al ministero il ministero dello Sviluppo economico e alla direzione aziendale di accettare un confronto per ricercare una soluzione che non disperda lavoro e professionalità e che per permetta di salvare i due importanti siti industriali.

     Roma
    In un comunicato sindacale del 27 novembre, Fim, Fiom e Uilm esprimono preoccupazione per l'evidente stallo del processo di reindustrializzazione del sito Indesit (elettrodomestici) di Brembate di Sopra (Bergamo). L'avvio dell'attività produttiva e il contestuale inserimento dei lavoratori dell'ex Indesit sono entrambi slittati. I sindacati chiedono entro la fine dell'anno una definizione certa dei tempi della ripresa dell'attività produttiva.
    Va avanti la vertenza Technosky (aerospazio). L'azienda, dopo aver disdetto gli accordi, non sembra disposta a confrontarsi con il sindacato per definire i contenuti di un nuovo contratto aziendale. Per questo la Fiom, in un comunicato del 30 novembre, annuncia nuove iniziative di mobilitazione.
    Netta affermazione della Fiom nelle elezioni Rsu (3 dicembre) della società informatica Ntt Data (ex Value Team) di Milano. La lista Fiom ha ottenuto 474 voti su 494 (10 delegati su 12). 
    Anche nelle elezioni per il rinnovo delle Rsu alla Fincantieri di Monfalcone (28-30 novembre) vittoria della Fiom che con 403 voti su 1.020 totali ottiene il 39,5%. Seguono la Fim con 216 voti (21,2%), la Uilm (185 voti, 18,1%), il Failms (148 voti, 14,5%) e l'Ugl (68 voti, 6,7%). Nella quota dei due terzi, dunque, la Rsu avrà la maggioranza relativa Fiom, con 5 delegati su 12 (3 vanno alla Fim, 2 alla Uilm e uno ciascuno a Ugl e Failms). La Fiom resta esclusa dalla quota dei rappresentanti nominati dalle segreterie sindacali (i 6 delegati nominati dalle segreterie di Fim, Uilm, Ugl), e quindi, pur avendo una maggioranza relativa netta tra i lavoratori, non avrà la maggioranza tra i delegati della Rsu. 
    Nelle elezioni Rsu tenute nell'azienda di ingegneria clinica Elettronica Bio Medicale relativamente all'area 2 che interessa Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino, la Fiom ottiene 4 delegati su 4. 
    La direzione della Fincantieri di Palermo vuole estromettere la Fiom, il sindacato maggiormente rappresentativo, dai cantieri navali. È stata infatti negata l'autorizzazione per lo svolgimento di un'assemblea informativa convocata dalla Fiom siciliana per il 4 dicembre. L'obiettivo della Fincantieri è quello di disconoscere i rappresentanti Fiom, nei cantieri di Palermo come in quelli di Monfalcone: un furto di democrazia, come è scritto nel comunicato Fiom del 4 dicembre.


    Il 3 dicembre, presso il ministero dello Sviluppo economico, si è tenuto un incontro tra organizzazioni sindacali e direzione della Alcatel Lucent Italia (telecomunicazioni). Decisamente negativo, si legge nel comunicato Fiom del 7 dicembre, il quadro presentato dalla multinazionale che ha illustrato i risultati negativi del gruppo sia a livello mondiale sia per gli insediamenti italiani: calo del fatturato, risultato operativo negativo, riduzione dell'occupazione. In applicazione dei precedenti accordi l'azienda intende utilizzare il livello massimo previsto di ricorso alla Cigs. Il processo di riorganizzazione del gruppo e di ricollocazione dei lavoratori procede con difficoltà e il sito di Battipaglia rischia lo svuotamento, mentre sugli investimenti previsti dalle intese non si è ancora andati oltre gli annunci. Proprio per dare concretezza agli impegni assunti, si terrà a breve un incontro tra le parti e il ministero dello Sviluppo economico.


    Piombino, aggrappati all’acciaio
    di Riccardo Chiari
    «Piombino non deve chiudere». Era questo lo striscione che apriva il corteo di migliaia di metalmeccanici arrivati a Firenze, per protestare contro l'ennesimo accordo separato sul contratto. Nello sciopero della Fiom in Toscana non c'era infatti solo la contestazione a Federmeccanica e alla sua politica che estende a macchia d'olio il «modello Fiat». C'era anche la denuncia di quanto sta accadendo al secondo polo siderurgico nazionale. Quello di Piombino, dove alla Magona di proprietà di Arcelor-Mittal si lavora con mezzo stabilimento fermo e con contratti di solidarietà o la cig per i 550 addetti, a causa di quelle che i vertici europei della multinazionale chiamano «difficili condizioni di mercato». Qui si aspetta con le dita incrociate il decreto energia del governo che dovrebbe abbassare i costi di produzione, per una pur piccola ripresa dell'attività. Assai più drammatica la realtà delle Acciaierie Lucchini, i cui duemila lavoratori (il doppio con l'indotto) si stanno battendo da mesi, con al fianco l'intera città, perché sia mantenuto il ciclo integrale con l'area a caldo.
    Il rischio di uno smantellamento c'è. Oggi le Acciaierie sono in mano a un pool di banche che stanno cercando un acquirente. Gli impianti lavorano la metà di quanto potrebbero (circa 2 milioni di tonnellate di acciaio l'anno), le perdite sono sui 10 milioni al mese, l'altoforno sarà spento «per manutenzione» dall'11 dicembre all'11 gennaio. All'advisor Rothschild è arrivata una sola offerta, quella del Fondo svizzero di investimenti Klesch (lo stesso del caso Alcoa), che vorrebbe chiudere l'area a caldo e conservare i soli treni di laminazione. Quanto alle necessarie bonifiche della gigantesca cittadella dell'acciaio, sarebbero attuate solo in cambio del via libera a un'imponente piano di edilizia residenziale.
    La risposta dei sindacati e degli enti locali, dal Comune di Piombino alla Regione Toscana: rinunciare al ciclo integrale significherebbe avviare lo stabilimento alla chiusura e cancellare migliaia di posti di lavoro. La proposta è invece quella di un intervento di politica industriale del governo, per realizzare sinergie fra le fabbriche di Piombino e anche con gli altri poli italiani dell'acciaio di Taranto, Genova e Trieste.
    Quanto alle banche, che vorrebbero giocare le loro carte con il fondo Klesch, è intervenuto perfino Pierluigi Bersani: «Il governo deve intervenire e commissariare la Lucchini. L'unico passo da fare è una gestione commissariale sulla base della legge Marzano». Per il commissariamento è obbligatoria la richiesta della proprietà. Di qui il tentativo del sottosegretario allo sviluppo economico De Vincenti di chiamare ad un unico tavolo il pool delle banche, per spingerle verso questa direzione. Un primo incontro al ministero è saltato, perché il fronte degli istituti di credito (Mps, Unicredit, Intesa San Paolo e altri ancora) non si sarebbe presentato compatto all'appuntamento. E’ stato fissato un nuovo summit, sempre al Mise, dove potrebbe essere data una risposta al fondo Klesch, che mette sul piatto solo 200 milioni e che non troverà alcuna sponda a Piombino, sia sulle strategie industriali che sullo scambio fra bonifiche e nuovi insediamenti residenziali. Invece l'annuncio dell'apertura in tempi brevi di un tavolo nazionale per la siderurgia, con in parallelo il commissariamento della Lucchini e un rinnovato impulso alla discussione sul destino del polo toscano, porterebbe un minimo di serenità alle cinquemila famiglie che, fra addetti diretti e dell'indotto, con l'acciaio ci vivono.

    Micron, futuro cercasi
    di Giuseppe Bonanni
    Serve un'attenzione e una mobilitazione nazionale per salvare la Micron Technology Italia, azienda strategica non solo per Avezzano e l’Abruzzo ma per tutta l'Italia manifatturiera. Nell'impianto marsicano della multinazionale americana Micron lavorano 1.623 persone. Sono lavoratori con elevate conoscenze e qualificazioni. Il loro lavoro copre solo la prima parte di un complesso processo produttivo di sensori d'immagine utilizzati nei cellulari, nei pc, nei tablet, nelle fotocamere digitali. Un lavoro che viene terminato in America. Quella di Avezzano è, quindi, una foundry, ovvero una fabbrica che dovrebbe produrre per conto terzi per un cliente progettista.
    A luglio, nell’ultimo incontro al ministero, la multinazionale americana ha comunicato la decisione di non investire più nelle tecnologie che qualificano la produzione dell'impianto di Avezzano. Ora la Micron propone per i prossimi due anni, attraverso Aptina, una produzione pari a 50% della capacità che scenderebbe al 30% nei due anni successivi, per facilitare la ricerca di acquirenti o partner, rimasta ancora sensa esito.
    Così l'azienda ha deciso di mettere in cassa integrazione ordinaria 700 dipendenti per sei settimane a partire dal 24 dicembre. Il timore della Fiom, condiviso anche dagli altri sindacati, è che il processo di ristrutturazione, ancora tutto da definire, si traduca presto nella Cig per tutti i dipendenti, con una lenta agonia che prepari la definitiva chiusura dell'impianto.
    Per questo è decisivo il ruolo della Regione, al contrario fino a oggi piuttosto assente, e del governo nazionale. Il 28 novembre il ministero dello Sviluppo economico ha richiesto l'elaborazione di un piano industriale credibile, con obiettivi concreti, che permetta l'eventuale attivazione di ammortizzatori sociali non ordinari. Proprio per questo, sostengono i sindacati, un piano per essere credibile deve prevedere una produzione diversificata di prodotti che consenta di emancipare il sito abruzzese dalla monocommittenza di Aptina. L'idea è quella di dare vita in breve tempo a un consorzio tra diversi soggetti industriali, un polo di innovazione sulle tecnologie dell’informazione e comunicazione che, a partire dalle conoscenze e dalle professionalità presenti, dovrebbe puntare allo sviluppo di strategie produttive innovative, puntando anche a un’autonoma capacità di vendita, a cercare clienti nuovi. Proprio per scuotere la Regione dal suo torpore i lavoratori manifestano oggi di fronte alla sede regionale in occasione dello svolgimento di un consiglio regionale straordinario dedicato alla crisi Micron.



    «Il cinema deve essere operaio»
    di Stefano Della Casa
    Oggi Ken Loach è diventato l’alfiere del lavoro precario. E il fatto che per parlare di lavoro precario in Italia debba essere necessario un regista inglese è abbastanza significativo di quanto i nostri giornali siano supini nei confronti del problema del lavoro e di quanto gli intellettuali italiani (cinematografici e non) siano poco disposti a mettere in gioco la propria notorietà per parlare di un problema che a loro non porta ingaggi né favore dei potenti. In ogni caso, Ken Loach è uno dei nomi più coerenti che siano oggi in attività. Ken ha militato negli anni Settanta in un piccolo gruppo di ispirazione trotzkista ma soprattutto ha iniziato a fare cinema alla fine degli anni Sessanta raccontando sempre storie della classe lavoratrice. Curiosamente, i suoi film apparivano disperati negli anni Settanta, quando in molti eravamo convinti che dietro l’angolo ci sarebbe stata la fine del capitalismo e il cambiamento dei rapporti tra gli uomini: il suo primo film, Poor Cow, era il racconto disperato di una ragazza che lavorava in modo precario vedendo come questa precarietà si traducesse in difficoltà di vivere la vita di tutti i giorni. In seguito, Ken ha raccontato vite di lavoratori (My Name Is Joe, Riff Raff), momenti di storia del movimento operaio (Il pane e le rose, sulle lotte in America; Terra e libertà, sulla guerra civile spagnola) con uno sguardo altrettanto severo e militante ma con un sorriso più marcato, con un ottimismo sul futuro che prima sembrava non appartenergli. Fino a giungere a una vera e propria commedia molto divertente, quando in Il mio amico Eric immagina che il discusso giocatore francese del Manchester United, Eric Cantona, sia una sorta di angelo custode per un tifoso di quella squadra che è anche un lavoratore con molti problemi e con molti avvoltoi che vorrebbero dargli fastidio sotto le specie dei peggiori sfruttatori che si affiancano a quelli ufficiali, e cioè gli usurai.
    In questi giorni le sale italiane ospitano l’attesa uscita del suo film più recente, La parte degli angeli. È una storia tutta scozzese, si parla di whisky, di modi di vivere, di solidarietà tra le persone della classe lavoratrice. Ken Loach doveva presentare il film al festival di Torino, ma non ci è andato quando ha saputo che il Museo Del Cinema torinese faceva ampio uso di subappalti e che alcuni dei lavoratori la cui prestazione era stata esternalizzata avevano avuto forti problemi di lavoro. Insomma, ha rinunciato a sostenere il suo film per schierarsi dalla parte di chi lavorava e riteneva di essere sfruttato. Un motivo in più per andare a vedere il film, che racconta e difende il bene più prezioso per coloro che lavorano: la solidarietà.



    Von Clausewitz alla Innse, in pellicola
    di Francesco Bravi

    Il primo successo dovrebbe essere il più discusso, eppure, nel caso della vittoriosa lotta dei lavoratori Innse di Milano nel 2009 non è stato così. Per tre lunghi anni. Finché il documentario Dell’arte della guerra di Luca Bellino e Silvia Luzi, presentato a novembre all’ultimo Festival del cinema di Roma non li ha fatti parlare. Ecco dunque i primi quattro operai a guadagnare una vetta – quella di un tetto, di una gru o, come nel loro caso, di un carroponte – quale modalità di resistenza all’aggressione padronale, spiegare quello che veramente hanno ottenuto. La scena su cui si muovono è una zona di guerra: la guerra della deindustrializzazione nella periferia del capoluogo lombardo, con i suoi paesaggi desolati, capannoni sventrati, architetture abbandonate, ferraglia buona ormai solo a reggere il cielo. Nelle interviste, la macchina da presa li segue mentre si addentrano sul campo di questa devastazione, mentre lo esplorano come i primi uomini sulla superficie della Luna. Ciascuno è da solo a parlare, e sulla scena non sono mai presenti, se non nelle immagini di repertorio inframezzate alle interviste, tutti e quattro. Questo perché altrimenti li si sarebbe dovuti chiamare per nome, per distinguerli, mentre qui quello che conta non è essere unici, ma, al contrario, essere come gli altri, essere tutti gli altri. Come soldati. 
    Il documentario procede come una dimostrazione geometrica, ogni sezione è un rullìo di tamburi: identificare il nemico, la difesa del territorio, organizzare l’esercito… Ci troviamo di fronte a un manuale, a una strategia generale. Primo, dicono gli operai del carroponte, un luogo di lavoro non è un campo neutro, ma il terreno di battaglia di due interessi inconciliabili: bisogna accettare una condizione di guerra permanente. 
    Sedersi a un tavolo per contrattare quanti fuori e quanti dentro, in quanto tempo, è già aver perso: così «anche il sindacato può essere un nemico», arrivano a dire i quattro.Anche se poi su quel carro ponte, per tutti quei giorni, si ritroveranno accanto il funzionario della Fiom; e anche se poi sarà proprio quel sindacato a trattare l’esito vincente, con i suoi massimi dirigenti locali e nazionali. 
    Secondo, conoscere ogni meandro, ogni anfratto del teatro di guerra: come avrebbe potuto, altrimenti, questo sparuto gruppo introdursi nel capannone circondato dalla polizia che proteggeva i lavori di smantellamento degli impianti, issarsi sul carroponte e obbligarli così a fermarsi? Terzo, ci vuole una netta divisione dei compiti. Dentro alla fabbrica, infatti, erano in cinque, ma il presidio fuori dai cancelli non era certo lì per caso. E i due tronconi dello stesso esercito hanno agito in maniera coordinata. L’azione culminante, il carroponte, l’unica che i media hanno saputo vedere (proprio perché non è nella loro natura saper vedere), era stata preparata in quindici mesi di braccio di ferro tra il proprietario della Innse, Silvano Genta, che voleva chiudere una fabbrica produttiva e sgomberare quel terreno per favorire una speculazione edilizia, e gli operai. I padroni non chiudono solo per necessità, ma anche perché l’economia è cambiata e si fa maggior profitto con altro che la produzione; allora bisogna essere quattro o cinque mosse avanti a loro, avere un esercito e una strategia stabiliti. Il film di Bellino e Luzi serve a trarre questa lezione.