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giovedì 31 maggio 2012

Rassegna Stampa: "Fornero all'Alenia" da "Il Manifesto" del 24 aprile 2012



da Il Manifesto del 24 aprile 2012

Articolo 18  le tute blu torinesi alla responsabile del Welfare <<Non si crea la crescita togliendoci le tutele>> Ma lei insiste <<Necessario al Paese>>


Fornero all'Alenia non convince nessuno

La ministra accolta «con cortesia» dai metalmeccanici Fiom e Uilm. Ma il confronto non cambia lo scenario e nessuno le risparmia le critiche: «Sappiamo leggere. La riforma è da cambiare». 
I metalmeccanici dimostrano competenza, e contestano al ministro che il debito viene fatto pagare solo ai lavoratori "perché così è più facile". Altro che la melassa dell'"equità".
Civilissimamente incazzati. Così i lavoratori dell'Alenia hanno accolto il ministro del Welfare Elsa Fornero, la mente fina della riforma delle pensioni che soltanto qui a Caselle ha creato 300 «esodati» sui 1.500 di un'azienda a controllo statale che conta in tutta Italia 11 mila dipendenti. È stato un confronto teso, sul merito, in ogni istante delle due ore passate nell'hangar i cui hanno trovato posto un migliaio di ingegneri, tecnici, operai (150 arrivati in pullman dalla sede di Corso Marche) che lavorano in questo gioiellino hi tech; anzi, decisamente militare. Due ore con una ventina di interventi totalmente spontanei, a parte ovviamente un paio di puntualizzazioni dei padroni di casa, la Fiom. Due senza nemmeno un fischio, molti mugugni registrati dai sismografi, diverse interruzioni sui passaggi più controversi, battimani a mille decibel per le prese di parola dalla platea.
Alla fine l'applauso di cortesia, decisamente tiepido e abbastanza «piemontese» (se vi sovviene il proverbio), ma anche il riconoscimento alla tempra di un avversario duro che non è venuto a cercare consensi - il ministro, in rappresentanza del governo che sta cancellando 60 anni di conquiste - ma che ha ribadito punto per punto tutte le scelte fatte. Nessuno è rimasto convinto delle ragioni dell'altro, ma la «civile incazzatura» non ha mai travalicato i confini della cortesia dovuta a chi era stato invitato e ha avuto il coraggio di «venire a sentirsele dire».
La successione degli interventi è stata canonica. Venti minuti al ministro torinese, cinque a testa per Giorgio Airaudo, torinese, segretario nazionale della Fiom, altri cinque per il rappresentante della Uilm (l'unica sigla che ha avuto il fiuto di accodarsi all'iniziativa, invece di maledirla da lontano). Poi microfoni aperti per chi voleva parlare, prima del quarto d'ora concesso per la replica del ministro. E qui la sorpresa, per chi non conosce i metalmeccanici. Chiunque ha preso la parola ha mostrato una competenza sindacale e giuridica di grande spessore, contestando punto per punto tutto quel che Fornero aveva sciorinato nel suo solito stile professorale.
Quattro gli argomenti principali delle contestazioni. Gli «esodati», appunto, con 750 aggiunti a fine anno grazie a un accordo siglato dal ministro Passera mentre il collega Fornero segava le radici legislative dell'accordo, allungando l'età pensionabile. L'articolo 18, naturalmente. Con Pierpaolo Calcagno, delegato Fiom, a portare l'esempio di un'operaia bresciana del settore alimentare, licenziata 10 anni fa «per motivi economici» perché scartava troppi fegatini di pollo andati a male, salvando la salute dei consumatori ma «innervosendo» l'azienda. Con la «riforma» presentata dal governo non sarebbe stata mai riassunta, come invece è avvenuto dopo due anni di processi, indagini Asl e mobilitazioni.
Ma visto che Fornero aveva parlato soprattutto del «debito pubblico elevato», del «paese malato grave», ecc, per giustificare l'assoluta necessità di «riforme» a senso unico, proprio su questo punto - altra sorpresa - hanno insistito quasi tutti. Le risposte finali del ministro, ferme ma inevitabilmente vacue, hanno fatto capire a ognuno dei presenti che «fanno il culo a noi perché pensano che sia più facile che con altri». La disegualianza tirata all'estremo, insomma, invece della melassa dell'«equità» con cui - anche qui a Caselle - il governo ama condire ogni rasoiata ai diritti e ai redditi di chi lavora.
La soddisfazione della Fiom, alla fine è grande. «I lavoratori hanno dimostrato di poter discutere alla pari con il governo», dice Airaudo. «Non ci ha convinto», spiegano altri delegati all'uscita, «e anche lei sapeva di non poterci convincere». «In un clima di scontro e di straumentalizzazioni, è bene creare occasioni di reciproco ascolto. E anche ai ministri, ogni tanto può far bene un tuffo nella realtà», perché «gente che guadagna magari milioni di euro l'anno (il riferimento è soprattutto a Mario Monti, ndr) forse nemmeno capisce bene i problemi di chi tira avanti con 1.300 euro al mese».
Lucidi nel confronto, determinati negli obiettivi, questi metalmeccanici non si fanno abbindolare dalle frasi; nè in televisione, né dal vivo. Sanno leggere i testi e tradurre ogni norma in «condizioni di lavoro», livelli di salario, prospettive di vita. «Sappiamo come funziona l'articolo 18; non ci basta davvero che sia conservata la parola "reintegro", se la possibilità di averlo diventa un caso "estremo e improbabile", come dice Monti».
Questo confronto, dunque, non ha cambiato lo scenario. «Sappiamo di non averla convinta, ma questa è una sola delle tante iniziative che abbiamo deciso di prendere per far cambiare idea al governo. Queste norme - sull'articolo 18, sugli ammortizzatori sociali, sugli "esodati", sulla precarietà - vanno radicalmente cambiate. Il lavoro deve farsi sentire con forza e argomenti seri, come abbiamo fatto oggi. C'è bisogno di arrivare a un vero sciopero generale».
FRANCESCO PICCIONI



venerdì 13 aprile 2012

Rassegna Stampa: Il Manifesto


FIOM - Il segretario generale lancia un appello in difesa del lavoro e dei diritti
Landini: «Non ci fermeremo»

Per Camusso la soluzione sull'articolo 18 è «un risultato». Ma Landini risponde: «Gli scioperi li abbiamo fatti noi, siamo liberi di dire no»

A chi in Cgil dice che grazie alle battaglie sindacali si è raggiunto un buon compromesso sull'art. 18 e dunque tutti dovrebbero essere contenti, c'è chi in Fiom risponde: «Gli scioperi li abbiamo fatti noi, ora vorremmo essere liberi di decidere se essere o non essere contenti». Il segretario generale dei metalmeccanici Cgil non è contento, anzi è piuttosto incazzato. Il giudizio di Maurizio Landini è molto negativo, sia sull'art. 18 - «di fatto cancellato» - che sugli ammortizzatori sociali. Per non parlare della precarietà «che con questo disegno di legge rischia addirittura di aggravarsi. Siamo il paese più precario d'Europa». Insomma, un disastro dentro una crisi globale a cui il liberismo perdente ma imperante sta rispondendo con ricette che invece di guarire l'ammalato lo ammazzano. Basti pensare che il Fondo monetario internazionale è preoccupato che nel 2050 la vita degli umani possa allungarsi di tre anni, ipotesi valutata «troppo rischiosa». Questa intervista al segretario della Fiom uscirà in forma più ampia nell'e-book che Sbilanciamoci metterà in rete nei prossimi giorni.
Landini, quanta quota di pil e quanti punti di spread vale la sterilizzazione dell'art. 18?
L'unica riduzione garantita da questa non-riforma, qualora venisse varata dal Parlamento senza radicali modifiche, sarebbe la riduzione dei diritti e la totale svalorizzazione del lavoro, ridotto a pura merce. Non aumenterà i posti di lavoro ma li diminuirà, non ridurrà la precarietà ma l'accrescerà e riduce la tutela degli ammortizzatori sociali. Un modo disastroso di rispondere alla crisi, così come disastrosa è stata la riforma delle pensioni. Siamo di fronte a un intervento sul mercato del lavoro in cui i sacrifici di chi lavora vengono presentati come necessari per sostenere i più deboli, i precari. Invece, non una delle 46 forme contrattuali presistenti è stata mandata in soffitta. Aggiungi che i contratti a termine vengono ulteriormente liberalizzati, grazie all'introduzione da parte del governo Monti del trattamento speciale riservato ai lavoratori «svantaggiati» affittati dalle agenzie interinali alle aziende con uno sconto del 20% sulle tabelle contrattuali.
Come valuti le modifiche degli ammortizzatori sociali?
Le giudico male, perché ancora una volta è negata la loro estensione universale. A fronte della cancellazione della mobilità si introduce l'Aspi, un sostegno ridotto nel valore e nella durata da cui sono esclusi i lavoratori intermittenti, tranne chi ha la fortuna di aver lavorato almeno 52 settimane in due anni. E si riduce la tutela oggi garantita dalla cassa integrazione, interamente cancellata nei casi di fallimento e chiusura.
Ma il problema dei problemi si chiama ancora art. 18.
La modifica che si vorrebbe attuare è grave e, per noi della Fiom, inaccettabile. Lo sbandierato recupero del «reintegro» non è che un miraggio, per noi deve restare un diritto: un licenziamento ingiusto non può essere semplicemente risarcito come avverrebbe nel 99% dei casi se il testo venisse varato così com'è dal parlamento. Si peggiorerebbe addirittura la condizione di chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti e la dichiarazione delle motivazioni economiche dei licenziamenti collettivi da parte dell'impresa non sarebbe più obbligatoria. Salterebbe persino l'indennità. Per tutte queste ragioni i metalmeccanici hanno scioperato e la Fiom è convinta che la lotta debba continuare. Serve un grande impegno per riunificare i soggetti colpiti dalla crisi: lavoratori dipendenti, precari, giovani, pensionati. Va in questa direzione l'appello che la Fiom ha lanciato ai delegati e alle delegate, ai giovani, ai precari, ai disoccupati e agli inoccupati per un'assemblea aperta che si terrà sabato prossimo a Bologna, a Palazzo Re Enzo in piazza Maggiore.
Peccato che la Cgil si muova su un'altra lunghezza d'onda.
Ne parleremo al direttivo confederale del 19, dove io ripeterò quel che sto dicendo a te. Sul mercato del lavoro e la precarietà i giudizi della Fiom e della Cgil collimano. Diversa è la posizione sull'art. 18. Ci batteremo per strappare modifiche sostanziali, come chiedono tutti i nostri operai che in questi giorni hanno scioperato in difesa dello Statuto dei lavoratori. Aggiungo che il sindacato deve aprirsi al mondo della precarietà e della disoccupazione e il modo più efficace è la conquista, in discussione anche in Europa, di un reddito di cittadinanza per tutelare chi non lavora o si trova in un limbo occupazionale che potrebbe rapidamente trasformarsi in un inferno. Il senso dell'assemblea di sabato è la riunificazione dei diritti contro le fasulle divisioni tra presunti garantiti e non garantiti. Bisogna creare investimenti finalizzati a una ripresa dell'occupazione nella direzione di un diverso modello di sviluppo e di mobilità che siano socialmente ed economicamente compatibili.
In Europa non si discute solo di reddito di cittadinanza ma anche di come imbrigliare il diritto di sciopero. Sulla base della relazione fatta da Monti per Barroso (nota come Monti-2), Strasburgo potrebbe far arretrare di mezzo secolo quel che resta del modello sociale europeo.
Servirebbe una risposta sindacale europea all'altezza dello scontro, che al momento non si vede. Da noi è chiaro a tutti che Monti obbedisce in tutto e per tutto alla lettera della Bce con il taglio alle pensioni, al welfare e ai diritti. Sbaglia chi definisce tecnico questo governo che vuole ridurre il lavoro a merce. Al contrario, si dovrebbero tassare le rendite, introdurre la patrimoniale, investire su uno sviluppo e una mobilità basate sul buon lavoro e il rispetto ambientale.
La Fiat chiude l'unica fabbrica italiana di autobus e vola all'estero. Marchionne investe ovunque, persino in Argentina, tranne che in Italia.
La Fiat è in fuga. Importa in Italia dagli Stati uniti un modello di relazioni sindacali e sociali corporativo ed esporta ricerche, investimenti, stabilimenti e lavoro. E il «tecnico» Monti che fa? applaude al diritto delle imprese a fare quel che vogliono e a produrre dove conviene loro di più. Questo processo va avanti in un vuoto di democrazia, con gli operai che non possono più scegliersi i delegati né votare gli accordi e i contratti che riguardano la loro vita e il loro lavoro, mentre Marchionne chiude le porte di Pomigliano a chi ha la tessera Fiom e quelle di Melfi ai tre lavoratori di cui il giudice ha ordinato il reintegro. Per questo la mobilitazione deve continuare. La Cgil ha indetto un pacchetto di ore di sciopero e una mobilitazione a cui la Fiom parteciperà con i suoi contenuti, quei contenuti che sono stati votati all'unanimità dal Comitato centrale.

12/04/2012


lunedì 5 marzo 2012

NO-TAV: link ad articolo di Marco Revelli de "Il Manifesto"


 
(NOTA: la scorsa settimana ci è giunta una richiesta via email circa la possibilità di pubblicare il link a questo articolo sul nostro blog. Al di là dell'opinione personale di ognuno circa la costruzione della TAV crediamo che l'articolo di Revelli sia una lettura utile per riflettere sulla situazione nazionale in senso generale e per questo abbiamo deciso di pubblicarlo appena ci è stato possibile. Abbiamo inserito anche il link al sito del movimento NO-TAV da cui è possibile accedere ad altro materiale molto interessante sulle vicende della Val di Susa che in ogni caso ci riguardano molto molto da vicino.)

Come se niente fosse – Marco Revelli

EDITORIALE da Il Manifesto – di Marco Revelli

La verità su quanto sta accadendo in Val di Susa, e sul suo significato generale, sta tutta in una quarantina di ore. Nel breve spazio che va dal sabato pomeriggio al lunedì mattina. Sabato, una valle intera – un popolo – molte decine di migliaia di persone, anziani, giovani, donne, bambini, contadini, operai, piccoli imprenditori, commercianti, “popolazione”, riempiono le strade, i campi circostanti, le rotatorie e i borghi, per dire no al Tav. Pacificamente, con volti sorridenti e idee chiare in testa. Lunedì mattina – come se niente fosse – una colonna di uomini armati marcia, secondo programma, sull’area-simbolo di Clarea, sui terreni di proprietà comune risparmiati dal primo blitz del 27 giugno 2011 e diventati il simbolo della resistenza, per occuparli. Indifferenti a tutto, muovono per spianare la Baita che ha ospitato in questi mesi l’anima della valle, come se con le ruspe potessero cancellare le ragioni di tutti. In mezzo, un uomo che cade da un traliccio, folgorato, e solo per miracolo non perde la vita.
Non servono molti discorsi per cogliere l’intreccio di arroganza, di stupidità, di sordità burocratica e di sostanziale disinteresse per i fondamenti della democrazia che muove un potere insensibile a qualunque argomentazione razionale e a ogni criterio di prudenza. Persino a ogni calcolo di costi e benefici. Incapace di leggere i numeri (anche se composto da fior di professori di economia) come di ascoltare le voci dei territori (anche se sensibilissimo ai sussurri dei mercati globali). Chiuso in un’assolutistica fedeltà ai soli interessi dei forti e ai progetti (insensati) degli apparati tecnocratici, a tal punto da non soprassedere neppure una settimana, neppure un giorno, nell’esecuzione di una decisione con tutta evidenza improvvida.
Ho sempre cercato di resistere alla seduzione delle teorie “catastrofiche” che annunciano l’ “azzeramento della democrazia” di fronte all’onnipotenza delle tecnocrazie trans-nazionali e all’impersonalità dei mercati. Mi sembravano una diagnosi paralizzante. E tuttavia è difficile non cogliere l’evidenza empirica della forbice sempre più larga – un abisso – che si va creando tra le pratiche autoreferenziali e burocraticamente formali delle istituzioni nazionali e continentali (di quella che con drammatica ironia si chiama “politica”) e le domande sempre più esasperate di partecipazione (o anche solo di ascolto) che salgono dai territori. Tra la “democrazia dell’indifferenza” che domina in alto, e la “democrazia della partecipazione” che abita in basso.
Non si tratta solo della pressione repressiva, che d’altra parte in Val di Susa si è fatta soffocante, ai limiti della tollerabilità costituzionale e anche oltre. Si tratta di una cosa più complessa che riguarda il delicato rapporto tra rappresentanti e rappresentati, giunto davvero – per lo meno sul piano nazionale – al punto di rottura, forse irreversibile. Si tratta di quell’organo essenziale in ogni democrazia (e che manca in ogni dittatura) che è l’udito: la capacità di ascoltare le voci della società, dei suoi diversi “pezzi”, e di dar loro il giusto peso, come condizione per mantenere “coeso” un Paese, ed evitare l’esodo delle sue parti vitali.
In assenza di quel canale uditivo, un Paese si “slega”. Se ignorata troppo a lungo nelle sue ragioni vitali, una popolazione esce dal patto civile che determina il grado e la forma della legittimazione. L’immagine della Grecia è esemplare: un popolo, una nazione, una società condannata alla morte civile in nome di dogmi fideistici coltivati e celebrati nel cuore istituzionale d’Europa, sulla base di ricette rivelatesi mortali agli occhi di tutti, tranne che a quelli dei decisori istituzionali. Come esemplare è l’immagine di quei poliziotti-scalatori che alla baita di Clarea, armati di corde scalano, implacabili, il traliccio indifferenti al rischio e alle parole di Luca Abbà, finché la tragedia non si compie.
Se non riempiremo quell’abisso di senso e di silenzio, se non sapremo riportare a terra il luogo della decisione sul destino dei beni di tutti ora evaporata nell’alto dei cieli finanziari e tecnocratici – ricominciando in primo luogo ad “ascoltare” – quelle di Atene e di Chiomonte non saranno le sole tragedie a cui assisteremo.