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venerdì 15 marzo 2013

Comunicato Stampa


Dichiarazioni di Marchionne 
Bellono: «Scuse per nascondere i ritardi»

Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom-Cgil, a proposito delle dichiarazioni di oggi dell'amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne, che ha minacciato di bloccare gli investimenti qualora l'Italia uscisse dall'euro, commenta: «Ancora una volta si ha l'impressione che l'amministratore delegato della Fiat sia alla ricerca di scuse per nascondere i ritardi e le difficoltà dell'azienda sia sul versante industriale, in quanto proprio a Torino ad oggi viviamo l'assoluta mancanza di prospettive concrete per lo stabilimento di Mirafiori, sia sul versante contrattuale, in quanto non è ancora stato rinnovato il contratto con cui la Fiat è uscita dal contratto nazionale e ha escluso la rappresentanza della Fiom-Cgil dai suoi stabilimenti. È paradossale questo ritardo se si pensa che in discussione ci sono comunque aumenti salariali lontanissimi dalle esigenze dei lavoratori, molti dei quali in ogni caso, soprattutto a Torino, non ne beneficeranno in quanto continuano a essere in cassa integrazione. 

Queste dichiarazioni rafforzano l'assoluta necessità che, nonostante le incertezze del quadro politico, un eventuale nuovo governo segni una forte discontinuità con quelli precedenti, chiamando la Fiat ad un confronto vincolante per mettere in chiaro le proprie intenzioni».

Torino 07 Marzo 2013
Ufficio stampa Fiom-Cgil

mercoledì 13 febbraio 2013

FIOM: iMec nr.2 - 5 febbraio 2013





Per riconquistare il contratto nazionale e la democrazia sui luoghi di lavoro: assemblee e consultazioni nelle fabbriche metalmeccaniche sulla Carta rivendicativa della Fiom. Primi voti e accordi contro l’intesa-truffa e il modello-Fiat. Che a Pomigliano continua a discriminare

Fiat, crisi, Sud: serve una politica industriale
di Massimo Brancato
Ad un accordo, quello separato del 2012, che dispone il superamento del contratto nazionale e della contrattazione consegnando alle imprese il controllo e la gestione unilaterale della prestazione lavorativa, la Fiom ha opposto una strategia nazionale di ricostruzione contrattuale da realizzarsi attraverso l’iniziativa, azienda per azienda, intorno ai contenuti della Carta rivendicativa.
In un paese fortemente segnato da una storica dualità sul piano economico e sociale, una strategia rivendicativa nazionale, per esser realmente tale, deve riuscire a parlare alle lavoratrici e ai lavoratori meridionali, rispondere alle domande e ai bisogni di chi oggi è più colpito dalla crisi.
La situazione economica e sociale del Mezzogiorno è molto più grave, infatti, di quanto comunemente si immagini.
Il processo di desertificazione industriale che va avanti in quell’area del paese da più di un decennio, con l’accelerazione determinata dalla crisi dell’ultimo quinquennio, sta ridefinendo drammaticamente i caratteri della questione meridionale.
La regressione economica e sociale che sta vivendo il Mezzogiorno non è figlia di un «destino cinico e baro», né il portato di una «condizione di natura», come una certa retorica leghista ha cercato (con qualche successo) di affermare nel senso comune del paese, trasformando, così, la questione meridionale da effetto delle strategie di governo sin qui perseguite in causa dei problemi dell’oggi.
Abbiamo duramente criticato le ultime manovre di bilancio (ben quattro in due anni) per gli effetti depressivi che le caratterizzavano. Ma non tutti hanno consapevolezza dell’ impatto sul Mezzogiorno decisamente maggiore, in alcuni casi devastante. Per la Svimez, le manovre hanno avuto un effetto negativo sul Pil tre volte maggiore che nel centro-nord.
Per capirci: negli ultimi cinque anni, il Sud è come se fosse regredito di quindici.
Il presidente Monti, però, ha detto di vedere la luce in fondo al tunnel e di considerare il 2013 l’anno della ripresa, perché il Pil calerà solo dello 0,3%.
Sarà, ma pur prendendo per buono il trascinante ottimismo del premier con quei ritmi di crescita serviranno 30 anni al Mezzogiorno per accorciare la situazione con la media europea, perché le altre regioni che nel continente sono in ritardo di sviluppo stanno camminando nella crisi più velocemente di noi. Siamo arrivati sul serio ad un punto limite che richiede un impegno straordinario e risposte all’altezza della drammaticità dei problemi.
Noi della Fiom intendiamo coniugare la lotta per i diritti, per la riconquista del contratto nazionale, con quella per una nuova specializzazione produttiva dell’apparato industriale, per un nuovo modello di sviluppo, per un diverso governo delle risorse proprio per stare all’altezza delle questioni che abbiamo dinanzi. Rifiutare di applicare nelle aziende del Mezzogiorno il contratto separato del 2012 non è un atto «politico» (e, in quanto tale, assoggettabile alle valutazioni di opportunità del caso), ma una scelta di sopravvivenza, altrimenti messa a rischio, del lavoro che c’è e dell’industria che c’è.
Stiamo ai testi. Sia i due accordi interconfederali assunti a riferimento dalle parti che hanno stipulato quel contratto (mi riferisco a quelli del 2009 sul modello contrattuale e del 2012 sulla produttività, entrambi non firmati dalla Cgil), sia i diversi richiami ai recenti provvedimenti normativi, configurano questo accordo sotto il profilo del quadro economico come uno strumento «pro-ciclico», cioè come uno strumento che accompagna e asseconda i processi in atto, mentre è del tutto evidente che, per tutelare il lavoro in questa lunga e profonda crisi economica che caratterizza la fase che stiamo vivendo, occorrerebbero provvedimenti e misure di carattere «anti-ciclico», capaci cioè di redistribuire il lavoro che c’è, di far crescere il potere d’acquisto dei salari, di rafforzare e innovare il sistema industriale dentro una nuova idea di modello di sviluppo, di aggredire i veri nodi posti al fondo delle difficoltà del paese (cosa produrre; come produrre e, quindi, quale specializzazione produttiva, quale innovazione tecnologica; su quali fattori di contesto intervenire ecc.).
Prendiamo l’orario. Una soluzione come quella che hanno concordato non solo peggiora la condizione dei lavoratori, non solo consegna alle imprese la gestione unilaterale del tempo di lavoro, ma favorisce il drastico ridimensionamento dell’occupazione e accompagna la ristrutturazione dell’apparato industriale in atto verso i segmenti più bassi della divisione internazionale del lavoro.
Purtroppo, non mi riferisco a rischi potenziali.Tutto questo lo abbiamo visto realizzarsi nel luogo simbolo della vicenda sociale di questi anni. A Pomigliano si sostituisce la produzione di quattro modelli capaci di assicurare cinquemila posti di lavoro diretti, che si raddoppiano in un articolato tessuto di aziende dell’indotto, con quella di un modello, a più basso valore aggiunto, con una dotazione di componenti ridotta e in buona parte proveniente dall’estero. Il risultato è il rapido deperimento dell’indotto e tremila lavoratori (a cui è stato promesso che avrebbero mantenuto il posto di lavoro scambiandolo con diritti, cattive condizioni e dignità) che attendono fuori, e ogni giorno che passa con scetticismo e preoccupazione crescenti.
In un sistema industriale ridotto all’osso, quale quello meridionale, occorre dire con grande chiarezza che non si può perdere più un sito produttivo e un solo posto di lavoro. Ma ciò significa, nella concreta iniziativa sindacale, praticare l’obiettivo di costruire vertenze capaci di favorire e potenziare il ricorso ad ammortizzatori conservativi e redistributivi del lavoro che c’è per gestire i periodi di crisi; di investire su produzioni ad alto valore aggiunto e ambientalmente sostenibili; di contrattare innovazioni di processo capaci di valorizzare il lavoro e migliorarne le condizioni.
Non ci dice questo la nostra posizione e la nostra condotta negoziale nella complicatissima vertenza dell’Ilva di Taranto? Quella vertenza rappresenta un banco di prova non tanto per noi, quanto per l’intera prospettiva industriale del paese chiamato a decidere, in tutti i suoi livelli di governo, sul futuro di una produzione essenziale per l’economica nazionale e capace di un rilancio solo se tecnologicamente orientata alla sostenibilità ambientale.
A ben guardare, in quella vertenza c’è tutto un modo di intendere il futuro industriale, e per le soluzioni che saranno trovate passerà molto della ripresa economica italiana.



Lezione cinese per Marchionne
di Ga. P.
Chissà se Sergio Marchionne, Mario Monti e Giorgio Squinzi seguono le vicende cinesi? Da attenti uomini d’impresa e di governo dovrebbero appassionarsi per ciò che accade “nell’officina del mondo”. Ma forse sono troppo occupati a fare mobbing e discriminare 19 operai di Pomigliano, predicare più flessibilità, fare accordi separati, negare la democrazia in fabbriche e uffici, per accorgersi che persino la direzione di una delle fabbriche più produttive (e grandi) del mondo ha dovuto accettare di dare il diritto di voto ai propri dipendenti. Non è una fabbrica qualsiasi. Si tratta della Foxconn, colosso taiwanese che assembla in stabilimenti cinesi telefonini, tablet e altre diavolerie informatiche che invadono il mondo. Lì un milione di operai lavorano e vivono in condizioni per noi impensabili, come potete leggere nell’inchiesta pubblicata alle pagine 4 e 5 di questo giornale. Eppure persino lì, dopo decine di suicidi disperati e rivolte operaie, nell’autoritaria Cina, i lavoratori hanno conquistato il diritto di voto e potranno eleggere direttamente i loro rappresentanti. Chissà se Marchionne, Monti e Squinzi pensano che democrazia e diritti in fabbrica siano solo delle cineserie?


Carta rivendicativa contrattuale: iniziate le assemblee in tutti i luoghi di lavoro
La pratica della democrazia

Da tutti i territori stanno arrivando al centro nazionale i dati riguardo le assemblee in cui le lavoratrici e i lavoratori si stanno esprimendo sulla proposta della Fiom – in base alla Carta rivendicativa, pubblicata nello scorso numero di iMec – per riconquistare un vero contratto nazionale, rendendo inapplicabile l'intesa separata dello scorso 5 dicembre fra Fim, Uilm e Federmeccanica.
La proposta della Fiom, in tutte le fabbriche metalmeccaniche, sta riportando un coinvolgimento e un consenso elevatissimo.
A oggi ci sono pervenuti i dati (parziali rispetto alle assemblee effettivamente svolte) riguardo 439 aziende, per un totale di 41.737 dipendenti.
Alle assemblee hanno votato 22.871 lavoratrici e lavoratori, che rappresentano oltre il 56% degli aventi diritto. Di essi, ben 21.506 hanno risposto di sì alla proposta, rappresentando oltre il 94% dei votanti ma soprattutto più della metà dei dipendenti.
Le aziende nelle quali si è già votato vanno dalla Iece di Parma, con soli 4 dipendenti (e tutti e quattro hanno votato sì), al Nuovo Pignone, la fabbrica storica di Firenze che conta oggi circa 2.800 dipendenti, dei quali 1.596 (il 93,5% degli aventi diritto) hanno condiviso le ragioni della Fiom. Alcuni accordi sono già stati sottoscritti.
Uno spaccato del voto nelle aziende lombarde si può leggere nell'articolo di Lella Bellina a fianco, mentre da lunedì prossimo, 11 febbraio, pubblicheremo sul sito della Fiom (www.fiom.cgil.it) l'elenco di tutte le aziende in cui si è votato con i risultati e gli accordi già sottoscritti nei territori sulla base della Carta rivendicativa della Fiom.


I buoni voti della Lombardia
di Lella Bellina

Oggi più che mai la partita per riconquistare il contratto nazionale si gioca all’interno dei luoghi di lavoro, di ogni singolo luogo di lavoro, perché è lì che si misurano i reali rapporti di forza e il potere contrattuale ed è lì che si vince o si perde. Sul piatto c’è qualcosa che va oltre il contratto, i diritti, le libertà, le condizioni di lavoro: c’è la sopravvivenza del sindacato, dell’agire collettivo. I padroni lo sanno.
E allora la campagna di assemblee e il referendum certificato sulla proposta della Fiom non possono essere un esercizio di routine «in punta di fioretto»: è sulla base di ciò che accadrà nelle aziende, dal livello di rappresentanza che riusciremo ad affermare e, quindi, dal livello del conflitto che dimostreremo di poter mettere campo, che le «controparti» decideranno come muoversi, se considerarci interlocutori con cui trattare oppure permettersi il lusso della gestione unilaterale.
Se fossi l’ingegner Castoldi, presidente della Bcs nonché componente della giunta di Assolombarda, valuterei con grande attenzione i risultati della consultazione sulla Carta rivendicativa alla Bcs Divisione Mosa di Cusago (Mi) dove, su 152 dipendenti e 140 aventi diritto al voto, 102 hanno votato e 100 hanno detto Si alla piattaforma Fiom.
Altrettanto dovrebbe fare Alberto Bombassei, già vice presidente di Confindustria, attuale candidato nella lista Monti e presidente della Brembo, visto che questo è il risultato del referendum nei «suoi» tre stabilimenti in provincia di Bergamo: 1.055 votanti, 971 favorevoli, 76 contrari, 8 schede bianche e nulle.
Anche al gruppo dirigente della Tenaris Dalmine (Bg) risulterà complicato fingere che la Fiom non esista: 871 votanti, 758 favorevoli, 109 contrari. E i giapponesi della Nidec che da poco hanno acquisito la Ansaldo sistemi industriali faranno bene a prendere nota di quel che pensano i lavoratori del «seggio» di Milano: 145 aventi diritto, 110 si e 3 no.
Sempre in provincia di Milano, alla Electrolux di Solaro il verdetto è netto: 972 dipendenti, votanti 455, si 447, 7 no, 1 scheda bianca. Nella stessa fabbrica, nella consultazione fatta da Fim e Uilm, i votanti sono stati 122 di cui solo 70 favorevoli all’accordo. I 1.146 lavoratori (sui 1.782 aventi diritto) che si sono pronunciati sulla Carta alla Whirlpool di Varese sono stati più che espliciti: 877 si, 237 no, 15 bianche e 17 nulle.
E ancora. A Brescia: 146 votanti e 123 sì alla Carcano; 124 sì su 129 votanti alla Gnutti Carlo e 167 sì su 178 alla Twr. Nel mantovano: Kosme, 102 sì su 114 votanti; Bandioli & Pavesi 205 sì su 217 votanti; Belleli, 271 sì su 297. Il 100% con la Fiom in molte piccole e medie aziende delle provincie di Lecco e Cremona, mentre in Brianza, alla Vrv e alla Lima ci sono andati vicino: 75 sì su 78 votanti e 62 sì su 64 votanti.
In un quadro che definire difficile è poco, la Fiom nelle aziende contratta e ottiene risultati, anche nelle situazioni di crisi. È il caso ad esempio dell’Italtel di Castelletto (Mi), dove centinaia di esuberi sono stati evitati grazie al contratto di solidarietà ed è stato recentemente siglato un buon accordo sui diritti e le agibilità sindacali e della Colgar (Mi) dove l’intesa prevede l’ultrattività del Ccnl del 2008.
Prima di Natale, alla Kone di Pero (Mi) è stato rinnovato l’accordo aziendale che contempla il diritto alla contrattazione dell’orario e il pieno riconoscimento della Fiom.
Per augurare buon anno a Fim, Uilm e a tutti coloro che ci vorrebbero fuori dalle aziende, il giorno dopo la befana alla Mapal di Gessate è stato firmato un accordo in cui l’azienda riconosce il pagamento al 100% dei primi tre giorni di malattia, mantiene invariata la quota di ore straordinarie e conferma «che alla Fiom-Cgil, a ogni sua articolazione, ai suoi rappresentanti e ai lavoratori iscritti, continueranno a essere riconosciuti i diritti e le agibilità sindacali nella stessa misura, nelle stesse modalità e negli stessi termini con i quali sono stati riconosciuti finora».
Il 20 gennaio 2013, sul medesimo copione, c’è stata la replica alla Nacco di Masate. 
Certo che ogni realtà ha la propria storia e che assai diverso è contrattare in un’azienda che ha lavoro piuttosto che in una che ristruttura, che è in crisi, che licenzia. Ma, e torno all’inizio, oggi, sul piatto c’è qualcosa che va oltre il contratto, qualcosa che tocca i diritti, le libertà, le condizioni di lavoro: è in gioco la possibilità o meno dell’agire collettivo, la natura stessa del sindacato e, quindi, la sua esistenza.
In palio c’è una posta che forse non è mai stata così alta.


Un impegno parlamentare per portare la democrazia in fabbrica
Abbiamo chiesto ai candidati delle liste di sinistra un impegno per una proposta di legge che permetta alle lavoratrici e ai lavoratori di votare sugli accordi e i contratti che li riguardano.
Questo è il testo con le prime adesioni che ci sono giunte.

La Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro garantisce a tutti i cittadini il diritto di partecipare alla vita pubblica con il voto. Ma questo diritto, ancora oggi, si ferma di fronte alla soglia di fabbriche e uffici. Perché nulla garantisce alle lavoratrici e ai lavoratori di poter intervenire sulle decisioni che regolano la loro vita e la loro condizione di donne e uomini sul luogo di lavoro.                
Una privazione che diventa ancor più pesante nel corso di una crisi economica che difficilmente può essere superata senza la partecipazione democratica dei lavoratori.
È importante e urgente – per motivi concreti oltre che per affermare un valore costituzionale - il varo di una legge sulla rappresentanza sindacale che garantisca alle lavoratrici e ai lavoratori di poter giudicare con il voto gli accordi e i contratti che li riguardano e abrogare l’articolo 8 della legge 148/2011 che ostacola l’esercizio di questo diritto. È un impegno che assumiamo per la prossima legislatura nel momento in cui ci candidiamo alle elezioni parlamentari. 

Giorgio Airaudo, capolista Sel alla Camera in Piemonte
Giovanni Barozzino, capolista Sel al Senato in Basilicata
Carlo Galli, candidato Pd alla Camera in Emilia-Romagna
Piergiovanni Alleva, candidato Rivoluzione civile al Senato in Campania
Ida Dominijanni, capolista Sel al Senato in Calabria
Roberta Fantozzi, capolista Rivoluzione civile al Senato in Toscana
Manuela Palermi, candidata Rivoluzione civile alla Camera in Puglia
Mario Tronti, candidato Pd al Senato in Lombardia
Maurizio Zipponi, candidato Rivoluzione civile alla Camera in Toscana, Campania, Lombardia
Giovanna Marano, candidata Rivoluzione civile alla Camera in Lombardia, Lazio e Sicilia
Tino Magni, candidato Sel al Senato in Lombardia
Antonio Di Luca, candidato Rivoluzione civile alla Camera in Campania e Puglia


La Classe operaia globale
di Angela Pascucci
Ebbene sì, in Cina stanno nascendo i «nuovi operai». Sembra un paradosso storico, per una Repubblica popolare nata dalla rivoluzione di Mao e ancora oggi governata (bestia rarissima) da un Partito comunista, non solo sopravvissuto al grande crollo dell’89 ma trasformatosi nell’artefice di riforme che hanno fatto diventare la Cina la seconda economia mondiale. Un altro paradosso, che però spiega bene il primo.
Per giungere a tali vette la Rpc è diventata la «fabbrica del mondo» attraverso un percorso senza precedenti che ha scomposto radicalmente i connotati sociali del paese. La vecchia classe operaia, un tempo osannata e protetta in quanto «padrona» della Cina, è stata smantellata e ridimensionata, di pari passo con le ristrutturazioni delle fabbriche statali, per essere sostituita da un esercito di nongmingong, contadini lavoratori. In poco meno di 20 anni, 240 milioni di cinesi hanno lasciato le campagne, una migrazione dalle proporzioni bibliche avvenuta con una velocità che non ha uguali nella storia umana.
Nessuno li ha costretti. A spingerli era solo il bisogno di riscossa da un destino di privazioni, che le riforme avevano reso anche più duro, e il sogno di fare parte di una ricchezza nuova, un tempo stigmatizzata e oggi incoraggiata dai nuovi simboli dell’immaginario collettivo.
L’ingegneria sociale dettata dall’imperativo dello sviluppo ha creato così una nuova classe di sradicati dalla propria terra, sospesi nelle propria identità perché mai riconosciuti, nemmeno nei diritti, come gongren (operai a parte intera) ma solo come nongmingong (contadini lavoratori).
Flessibili oltre misura, sfruttabili oltre ogni limite, chiusi nei dormitori, allineati docilmente lungo catene di montaggio per 12 ore al giorno, hanno creato la ricchezza di un paese che solo oggi ha cominciato a porsi il problema di redistribuirla in modo meno gretto. Lo detta l’opportunità politica di sopravvivenza del sistema, perché lo squilibrio sociale è diventato insostenibile e l’economia non potrà continuare a crescere se non si modifica il suo asse di sviluppo. Ma lo impone anche la consapevolezza dei «nuovi operai» che la loro condizione deve cambiare. I 30 anni di «riforme e aperture» hanno infatti indotto un cambiamento antropologico accelerato nelle nuove generazioni e i nongmingong ne costituiscono la punta più avanzata.
Lo spiegano bene gli articoli del «Nanfeng Chuang» (Rivista del Sud) che abbiamo scelto di pubblicare, e un ringraziamento particolare va a Diego Gullotta che li ha segnalati e ne ha curato la traduzione. La rivista cinese è un quindicinale di politica e di attualità che sin dalla sua nascita, nel 1985, ha rivolto un’attenzione particolare ai cambiamenti della società e ai nodi più intricati della trasformazione cinese. In ottobre, la sua attenzione si è rivolta ai «nuovi operai», quelli nati negli anni 80 e 90 che stanno cambiando valenza alla questione operaia in Cina. L’ondata di scioperi partita nella primavera del 2010 dalla Honda di Foshan e diffusasi rapidamente in altre aree del paese, ha rivelato di colpo al mondo che «la fabbrica del mondo» sta mutando i propri connotati. Comprenderne le dinamiche è essenziale anche per il nostro destino di occidentali. La consapevolezza dei giovani operai è ancora in embrione, ma ci sono oggi in Cina organizzazioni che silenziosamente lavorano per farla crescere e indirizzarla, oltre l’insofferenza, verso una coscienza politica. Il sindacato ufficiale cinese non è fra queste, e la sua ambigua natura costituisce uno dei problemi che i lavoratori cinesi devono affrontare.


Vivere e morire per l’Apple
di Shi Po
Traduzione a cura di Diego Gullotta
Immaginate una fabbrica con centinaia di migliaia di operai. Che ci lavorano, ci mangiano, ci dormono. Tecnologia avanzatissima e condizioni di lavoro arretratissime. Così si producono tablet, palmari e telefonini. In Cina, per l’intero Occidente.

Il 17 marzo del 2010, non riuscendo a ottenere lo stipendio, Tian Yu, 17 anni, salta giù dal tetto del dormitorio della Foxconn di Longhua (Shenzhen), rimanendo paralizzata. Con l’aiuto di persone sensibili e generose è riuscita a tornare al paese d’origine, riscoprendone la bellezza.
Ci racconta che prima di lavorare, non aveva idea di cosa fosse la vita in fabbrica, pensava solo di andarci per fare esperienza. Aperta, spensierata, sorridente quando è entrata, dopo un mese alla Foxconn di Shenzhen salta giù.
Non aveva saputo nulla degli altri operai che prima di lei si erano uccisi. Ma come è potuto accadere che una ragazza così vivace commettesse un tale gesto? Non vuole rispondere a questa domanda. Non conosceva nessuno lì e non vuole sapere niente dell’attuale situazione alla Foxconn. Di quel posto non vuole parlare, nonostante su Weibo abbia scritto «dovessi costruire una fabbrica, la farei diversa dalle altre, dove non è consentito parlare, dove il controllo è severo. Gestirei le cose con umanità perché chi produce fosse felice, senza pressioni. Perché venisse al lavoro contento e contento se ne tornasse a casa».
Ottobre 2010. Alle assunzioni della Foxconn di Zhengzhou (Henan), un ragazzo di 20 anni arriva per il colloquio. Viene rifiutato, perché gli vedono ai polsi delle cicatrici e pensano a tendenze autolesioniste. In quel periodo c’erano già stati dieci suicidi consecutivi di operai saltati dal tetto (a Shenzhen). Un mese dopo riprova il colloquio e passa. Forse stavolta non gli hanno visto i polsi o forse non ci hanno voluto far caso. I requisiti per l’assunzione in realtà non sono molto alti. Nessuna richiesta riguardo al livello culturale, si indaga solo sul far di conto e sulla conoscenza dell’alfabeto inglese. Col vestito nuovo da lavoro, con altri 60 compagni va alla Foxconn di Shenzhen per il corso di formazione, che in realtà è già lavoro, forse perché la Foxconn ha semplificato ulteriormente il lavoro e dunque non c’è bisogno di alcuna conoscenza e preparazione particolare. Bisogna solo ripetere pochi e semplici gesti. È rimasto 6 mesi a Shenzhen, dopo l’apertura della Foxconn di Zhengzhou è tornato lì a lavorare. Era capo di una catena di montaggio. Anche se ha lasciato il lavoro, non vuole si faccia il suo nome.

«Dopo che sono andato a Shenzhen, ho sentito una forte e indescrivibile pressione. Ogni giorno 8 ore di lavoro, ma poi c’è lo straordinario. Spesso arrivi a 12 ore giornaliere. Per raggiungere la produzione richiesta, la catena è veloce. Non puoi sederti per 12 ore, i piedi si gonfiano».
Due palazzi per i dormitori, tre o quattromila operai. Ogni camera ha 8 operai, con letti a castello. I compagni di camera non sono gli stessi del reparto, a volte non fanno nemmeno lo stesso tipo di lavoro. Alcuni fanno il turno di notte, altri di giorno, rari i contatti.
Con alcuni arrivi a non parlare mai per 4 o 5 mesi. Le porte delle camere si susseguono. Finito il lavoro nessuno entra nelle camere altrui per paura dei sospetti sulle cose perse o rubate. Giochi e chiacchiere in rete sembrano essere le uniche attività del tempo libero.
«In rete puoi fare amicizia, sfogarti, ma con le persone che hai accanto c’è poco scambio».
Le finestre hanno tutte una rete metallica e al di sotto c’è una rete anti-suicidi. Questi operai dell’Henan hanno sentito dei suicidi alla Foxconn, ma non ci fanno troppo caso. Dopotutto ci sono decine di migliaia di operai, se accade qualcosa in mezzo a tutta questa massa di gente, è difficile che possa toccarli da vicino.
Alla catena gli operai si alternano per mangiare, ma le macchine non mangiano, quanto devono produrre tanto producono. Finito di mangiare non c’è nemmeno il tempo di respirare e di nuovo si torna alla catena, per recuperare il tempo perso. Oltre alla pausa per mangiare, se un operaio si allontana dalla catena deve segnalarlo e non può assentarsi per più di 5 minuti. Alcuni maschi si nascondono nei bagni a fumare, ma se ti beccano sei espulso.
Le punizioni si suddividono in tre tipi: monito, infrazione grave, espulsione. Due moniti sono un’infrazione grave, due infrazioni gravi portano all’espulsione. Prima di dimettersi a luglio, il ragazzo aveva subìto una punizione. Doveva tornare a casa e aveva chiesto a un compagno di sostituirlo. Il capo reparto si era opposto. Stavano per essere espulsi tutti e due ma decisero di andare dal superiore che abbassò la punizione a un monito. Il loro capo però non prese bene la faccenda e retrocesse il nostro operaio da capo della catena alla mansione di pulitura dei prodotti, cioè alla fine della catena. Se ne andò dopo un mese, «ero troppo depresso» dice. Ha poi trovato lavoro in un’altra piccola fabbica di Zhengzhou ma come commesso. Tutto il giorno su e giù, a contatto con le persone. È abbastanza soddisfatto.

La piccola cittadina della Foxconn

Vicino all’aeroporto di Zhengzhou c’è il quartier generale della Foxconn locale.
Fino a due anni fa c’erano solo campi coltivati e alberi, oggi c’è uno degli impianti più grandi al mondo di componenti e prodotti elettronici costruiti su committenza dei grandi marchi globali. Se ne sta lì, come un enorme mostro. In base ai dati forniti dall’ufficio risorse della Foxconn di Zhengzhou, alla metà di gennaio 2012, il totale degli operai e impiegati assommava a 130.000 persone, di cui 122.000 provenienti dalla stessa provincia dell’ Henan.
Se non fosse la Foxconn, sarebbe impensabile trovare una così alta concentrazione di giovani nati dopo gli anni 80 e 90. I loro studi sono stati brevi, vivono in un mondo di interessi molto materiali ma non hanno le risorse economiche necessarie per soddisfarli. Venire alla Foxconn forse non è una scelta sbagliata: sei mesi di prova, tre mesi di test e poi possono arrivare a un mensile di 3.000 yuan. Facile essere assunti, non serve nessuna istruzione tecnica. Tanto se ce l’hai non ti servirà.
Gli operai non hanno affatto l’idea di lavorare in una impresa hi-tech. Ogni giorno entrano in reparto e disciplinati, tranquilli e anestetizzati ripetono gli stessi movimenti alla catena.
Non hanno nessun interesse verso il futuro della fabbrica, non sanno nemmeno in quanti lavorano nel loro stesso reparto. Ogni giorno ci sono operai che si licenziano, se ne vanno, che vengono espulsi, che sono rimpiazzati. Catena di montaggio di produzione, catena di montaggio di operai.
A est della zona di produzione c’è un enorme quartiere residenziale dove vivono 100.000 persone. La differenza rispetto alle altre zone abitate della città è che qui non ci sono famiglie, solo dormitori con posti letto singoli. Gli operai della Foxconn devono pagarsi l’affitto dell’alloggio. Il lavaggio dei vestiti è gratuito, ad ogni piano c’è la televisione. Se un operaio si ammala, c’è l’ospedale della Foxconn. Si presenta il certificato medico e non si lavora, le medicine sono rimborsate al 70-80%.
Fuori dalle aree abitate, strade impolverate, e ovunque bancarelle che vendono merci e cibo al dettaglio e sembra che tutti i sapori dei cibi dello Henan si siano concentrati qui. Le strade sono affollate di persone che vanno al lavoro, che prendono i bus della fabbrica. Per mangiare alla mensa bisogna sempre fare la fila, anche per prendere posto. Ragazzi e ragazze che staccano dal lavoro gironzolano per le strade. Motorini elettrici, tre-ruote, furgoncini e taxi illegali prendono clienti, rumore di clacson.
Dentro la zona abitata l’atmosfera chiassosa del mercato è proibita. Gli internet point fanno affari. Qui i ragazzi chiacchierano in rete e giocano, vedono le fiction, alcuni invece se ne stanno nel dormitorio a riposare.
«Lavorare è meno noioso del tempo libero, ogni volta che hai tempo libero ti viene l’ansia », dice un operaio nato dopo gli 80. Qui non è città e non è campagna. Trascorrono una vita separata dal mondo, angusta, senza interessi, senza privacy e senza spazi dove esprimere la propria libertà. Lontani dalla famiglia, dalla società dei loro piccoli paesi natii, arrivano in questo luogo che raccoglie decine di migliaia di sconosciuti. Sono atterriti e al tempo stesso indifferenti. C’è chi si affitta una camera da solo o con altri compagni, ma subito salgono i prezzi e i locali da affittare si moltiplicano.
Anche se intascano due o tremila yuan, e ogni giorno fanno straordinari da distruggere le gambe per aumentare il proprio salario, molti operai e impiegati spendono tutto. Così velocemente che «le tasche sono più pulite della faccia». E così continuano a fare straordinari.
In questa enorme fabbrica spendono la loro giovinezza, e non vedono un’uscita. Il loro modo di vivere è modellato dalle regole della Foxconn, influenzato da una bassa cultura consumistica, vissuta fra sconosciuti, senza sapere cosa fare. La Foxconn è come un’enorme idrovora. Risucchia dalle campagne decine di migliaia di ragazzi e ragazze che rappresentano la vita, la forza e la speranza, e li riunisce qui. Le campagne diventano sempre più vecchie, chi ci resta è ancora più solo e senza aiuto. Ma anche senza la Foxconn, ci sono altre idrovore che prendono i nongmin e li scaraventano ovunque.
Anche se la strada per il loro paese natale non è lontana, è difficile tornarci.

Scheda sulla Rivista
Il Nanfeng Chuang (Rivista del Sud), nata nel 1985, è un quindicinale di politica e di attualità. Sin dalla nascita ha rivolto un’attenzione particolare ai cambiamenti della società, alle classi subalterne e alle ingiustizie sociali, alle questioni dello sviluppo e ambientali, all’istruzione. Di rilievo sono le sue cover story, veri e propri dossier di approfondimento sui nodi della trasformazione cinese. Gli articoli che pubblichiamo ne sono un esempio.



Contrattando
a cura di Giuseppe Bonanni
Acciai speciali Terni in vendita. Il 15 gennaio, nella sede del ministero dello Sviluppo economico, si è svolto un incontro tra le organizzazioni sindacali, le Rappresentanze sindacali, i vertici di Outokumpu (ex ThyssenKrupp-Inoxum), le istituzioni territoriali umbre: all'ordine del giorno la definizione delle procedure per la vendita dell'importante sito siderurgico umbro. I rappresentanti dell'azienda hanno illustrato le tappe del programma che dovrebbe portare entro il mese di marzo alla definizione di una lista di soggetti industriali interessati all'acquisto di Ast. Se entro il 6 maggio non verrà concluso il processo di vendita, il compito verrà assunto dalla Commissione europea. Proprio per questo, i sindacati hanno sollecitato l'impresa a concludere celermente le diverse procedure in atto e hanno sollecitato la direzione aziendale a privilegiare, nella ricerca di acquirenti, soggetti industriali credibili, in grado di proporre piani industriali di sviluppo che salvaguardino l'occupazione. Il ministero si è impegnato a mantenere aperto il confronto tra le parti nel corso delle prossime settimane. Un nuovo incontro è previsto nella prima metà di marzo.
Dopo la disdetta di tutti gli accordi aziendali da parte di Engineering.it, le parti si sono incontrate a Roma il 17 gennaio. L'obiettivo è la definizione di un nuovo accordo di gruppo. Fim, Fiom e Uilm hanno presentato la piattaforma per la contrattazione di gruppo precedentemente sottoposta al voto dei lavoratori. Per sviluppare il confronto e trovare una composizione sono state istituite due commissioni che discuteranno di tutti i problemi aperti: trattamento lavoro straordinario, permessi annuali retribuiti, ferie, congedo matrimoniale, ex premi aziendali, buoni pasto, mensa, trattamento economico maternità, erogazione della retribuzione, orario di lavoro, permessi per visite mediche, malattia e altro ancora. Il prossimo appuntamento di verifica è previsto per il 13 febbraio.
Va avanti la trattativa per l'accordo di gruppo alla AgustaWestland (Gruppo Finmeccanica). Passi in avanti sono stati fatti sulla definizione dei premi, sul riconoscimento delle prestazioni professionali, su orario e assistenza sanitaria integrativa. In vista dell’incontro tra le parti previsto per l’11 febbraio, verranno tenute assemblee per informare i lavoratori di tutti gli stabilimenti del gruppo.
Il coordinamento Fiom dei lavoratori Sirti (installazioni telefoniche) denuncia un grave incidente accaduto a Calenzano, in provincia di Firenze. Vittima un lavoratore Sirti, in trasferta dalla provincia di Foggia, impegnato a operare su un palo telefonico di Telecom Italia. Caduto a terra, il lavoratore ha riportato lesioni gravi che hanno reso necessaria l’asportazione della milza. Sotto accusa Telecom Italia, che, scrivono i rappresentanti della Fiom, per risparmiare, verifica sempre meno la tenuta dei pali telefonici in legno, ormai datati e pericolosi. A questo si aggiunge il peggioramento delle condizioni di lavoro: ritmi sempre più intensi, stress e stanchezza dei lavoratori costretti a lavorare continuativamente in trasferta, pur di mantenere il posto di lavoro. Il coordinamento Fiom chiede per questo un confronto sulle reali applicazioni delle norme in materia di sicurezza sul lavoro con Telecom, in qualità di committente, e con le imprese appaltanti.
Continua il confronto tra Rsu e direzione della Alpitel (installazioni telefoniche). L'azienda ha comunicato che prevede di mantenere lo stesso volume di appalti Telecom del 2012 e che per i lavoratori (circa 550) è previsto un uso limitato della Cassa integrazione. Il coordinamento Rsu ha avanzato forti dubbi sulla necessità reale della Cassa integrazione visto il ricorso massiccio a straordinario e subappalto. Per discutere di questo e altro è in calendario un incontro a metà febbraio.
Salvaguardare l'integrità del Gruppo Lucchini, difendere l'occupazione e il ciclo integrale, con la produzione di acciaio lungo di qualità. Questi, in sintesi, gli obiettivi che, stando a quanto emerso da un incontro tenuto a Roma il 22 gennaio presso il ministero dello Sviluppo economico, devono essere posti al centro di un piano industriale che abbia come primo obiettivo la conservazione dell'intero gruppo, con tutti i suoi siti produttivi, presenti in Toscana, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia e, di conseguenza, la salvaguardia del posto di lavoro per tutti i dipendenti. Il commissario straordinario Piero Nardi, in accordo con questi obiettivi, si è impegnato nella ricerca di un soggetto industriale interessato all'acquisto del gruppo siderurgico. Il confronto tra le parti, intanto, andrà avanti: sono stati istituiti un tavolo ministeriale e un tavolo dove verranno affrontati i temi specifici dei siti industriali di Piombino e di Trieste. Appuntamento al ministero entro un mese per verificare lo stato delle cose.
Il 24 gennaio si sono svolte le elezioni per gli Rls alla Fincantieri di Palermo. La Fiom ha ottenuto 192 voti pari al 53,93% e ha eletto 2 rappresentanti. L'altro rappresentante eletto è iscritto alla Uilm.
Il 22 gennaio Fim, Fiom e Uilm hanno incontrato la direzione di Nokia Siemens Network Italia per verificare l'attuazione di quanto stabilito nell'accordo sottoscritto presso il ministero per lo Sviluppo economico lo scorso mese di ottobre 2012. Anche nel settore delle telecomunicazioni si registra una situazione di crisi e le difficoltà di Telecom Italia, Vodafone e Wind si fanno sentire pesantemente su Nokia. A oggi, risultano in cigs 234 lavoratori, mentre 80 hanno aderito alla mobilità volontaria. Fim, Fiom e Uilm ritengono che sui delicati temi relativi a occupazione, riqualificazione professionale e mobilità, l'azienda, a partire dai prossimi incontri, debba dimostrarsi maggiormente disponibile e trasparente e debba informare costantemente le Rsu per sviluppare un positivo confronto con il sindacato.
Prosegue il processo di ristrutturazione della Selex (elettronica per la difesa) e di ridefinizione della struttura aziendale che prevede il blocco delle assunzioni, la ridefinizione delle collaborazioni e degli straordinari, la riduzione delle trasferte, chiusure o spostamenti di sedi. In un comunicato unitario del 31 gennaio, Fim, Fiom e Uilm informano che l'azienda ha richiesto l'apertura di un confronto sulla mobilità volontaria finalizzata al pensionamento dei lavoratori nei siti di ex Galileo, così come è già avvenuto precedentemente in altre due società del gruppo. I sindacati, da parte loro, hanno richiesto di allargare il confronto sulle strategie industriali e gestionali ai responsabili di primo livello della struttura aziendale. L'appuntamento è per il 20 febbraio.

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Amianto, una storia operaia
di Giuseppe Bonanni
È il 1969, un anno importante: rivolte studentesche, manifestazioni sindacali, scioperi, cortei, scontri e altro ancora. Il mondo si sta scrollando di dosso vecchi ordini, catene arrugginite.
Nada Malanima, in arte semplicemente Nada, nel 1969, ha 16 anni. Debutta al Festival di Sanremo con «Ma che freddo fa». Pochi giorni ed è in testa alle hit parade.
La storia operaia di Renato Prunetti, classe 1945, inizia da una fotografia. In un locale di Castiglioncello, Nada ha appena finito di cantare.
Un paparazzo la immortala in mezzo ad ammiratori e camerieri. Nella foto, quello a destra, alto e magro, è il cameriere Renato Prunetti, di giorno operaio alla Solvay, futuro operaio specializzato. È il padre di Alberto, autore di Amianto. Una storia operaia. Inizia così la storia dell'operaio specializzato Prunetti, tubista e saldatore, un trasfertista che va a lavorare in tante fabbriche italiane: Montecatini, acciaierie di Piombino e di Taranto, Busalla, Casale Monferrato, Amiata. I nomi: Gargano, Solmine, Solvay, Eni, Italsider, Maura, Iplom, Ilva. Acciaierie, petrolchimici, miniere: salda, aggiusta, ripara, monta e smonta, usa il fuoco vicino a depositi di petrolio, materiale infiammabile, si copre letteralmente con fogli di amianto per sicurezza: una scintilla potrebbe far saltare tutto. Ma mentre si protegge si espone quotidianamente all'amianto e a mille altri elementi tossici.
Viaggi, trasferte, notti passate in treno, un salario più alto, un membro della cosiddetta aristocrazia operaia, orgoglioso del proprio saper fare, una manualità artigiana più che industriale. Privilegi, chiamiamoli così, pagati a un prezzo altissimo: un tumore ai polmoni da esposizione all'amianto, la morte a soli 59 anni. Con l'impunità delle imprese che hanno usato le sue capacità e consumato la sua salute.
In realtà, questo libro è qualcosa di più della biografia di un operaio toscano, meglio livornese, cresciuto nel dopoguerra, negli anni del boom economico, negli anni 70 tra speranze e crisi, per arrivare fino a ieri, alla crisi degli anni 80, con l'industria che perde di peso, le fabbriche che chiudono. È una storia doppia. Il figlio racconta con dolore, amore e ironia la storia del padre e insieme si racconta come bambino, adolescente e uomo. In un flusso di memorie, ricordi, fatti, aneddoti riesce a tratteggiare un mondo proletario che conservava ancora una identità forte. Un senso di appartenenza che ti faceva sentire membro di una comunità oltre che di una famiglia. L'operaio e il figlio passano insieme 30 anni e insieme attraversano la storia d'Italia. Mentre l'uno gira di fabbrica in fabbrica, l'altro, spinto dal padre - «Non lavorare. Studia, mi diceva» -, si iscrive all'università, lavora e diventa un proletario della conoscenza, un narratore di storie e traduttore, anche lui in bilico tra orgoglio di mestiere, il saper scrivere, e precarietà economica.
Ma allora, è una storia senza lieto fine? senza riscatto? È una storia drammatica, difficile come sono le vite delle persone vere che vanno avanti, operai o precari, a «fronte alta, malgrado tutto» come scrive Valerio Evangelisti nella prefazione.
La sfida, allora, è anche questa: raccontare bene la storia di un operaio (o di un minatore, di un precario o di un programmatore), la storia delle persone e non del capitale, come fa questo libro.
Viene in mente un vecchio film degli anni 70 di Wim Wenders (Im Lauf der Zeit - Nel corso del tempo). Al compagno di viaggio, caricato in autostrada, che gli chiede: chi sei?, Bruno, che gira la Germania Ovest riparando proiettori cinematografici, risponde «Io sono la mia storia» e inizia a raccontare la propria vita.


Lutirom di Cosenza. Una ristrutturazione molto mirata
di Giancarlo Berardi

L’azienda calabrese approfitta di una ristrutturazione aziendale per licenziare i lavoratori iscritti alla Fiom

Operai, donne che perdono il posto di lavoro: sono notizie che si dissolvono, nei numeri vertiginosi che la crisi degli ultimi anni ci propone. Questa storia, tuttavia, proviamo lo stesso a raccontarla, perché particolarmente significativa di come e quanto la dignità e i diritti dei lavoratori siano sottoposti a offese e veri e propri sfregi, in questi tempi di crisi.
Il fatto: la Lutirom snc, azienda che assembla pezzi per conto di Alfagomma spa, con sede in Piano Lago, zona industriale di Cosenza, licenzia 13 lavoratori su 27 in organico, motivando i licenziamenti con la crisi aziendale in atto.
Dei licenziati, in cassa integrazione guadagni a zero ore, 11 sono donne e 2 uomini. I licenziamenti, individuali, arrivano, senza un solo giorno di preavviso, con Natale e Capodanno appena trascorsi.
Peraltro, avendo la Lutirom, prima di cedere in maniera fittizia un ramo d'azienda, più di 15 dipendenti e avendo proceduto a licenziare più di 5 dipendenti, secondo la legge n. 223 del 1991 sarebbe stata obbligata a procedere a un licenziamento collettivo, con tutte le garanzie che quella legge prevede: consultazioni  sindacali, predeterminazione dei criteri di scelte dei lavoratori da licenziare secondo le previsioni contrattuali e di legge, con maggiori tutele per quelli più anziani e con carichi familiari ecc.
Senonché, guarda caso, l'azienda proprio nel 2012 ha ceduto un ramo aziendale, dando vita a due distinte aziende, la «Lutirom» e «L'azzurra», ciascuna delle quali con meno di 15 dipendenti e, pertanto, entrambe sottratte a tutto quello precedentemente detto. Per di più, ciascuna delle due nuove aziende continua a far capo al medesimo nucleo familiare, l'attività aziendale si svolge nello stesso luogo in cui si svolgeva prima della cessione, a utilizzare i medesimi macchinari e ad avere lo stesso oggetto: assemblaggio pezzi per L'Alfagomma spa.
Non solo, colpisce la scelta aziendale di non usufruire della Cig rimasta. Oppure, considerato il numero di lavoratori licenziati, si sarebbe potuto procedere con un licenziamento collettivo, garantendo ai lavoratori licenziati la messa in «mobilità», infatti,con gli ammortizzatori sociali ancora previsti dalla legge, posto che l'istituto della mobilità nella riforma Fornero, che ha iniziato la sua valenza dal primo gennaio di quest'anno, andrà a regime solo dal 2017 e solo da quel momento entrerà in vigore per tutti il solo istituto dell'Aspi pertanto tutti i lavoratori licenziati avevano diritto a tutta la mobilità maturata.
Ultima, singolare (ma forse non tanto), coincidenza: tutti i lavoratori licenziati erano proprio e solo quelli che, avendo preso coscienza dei propri diritti, si erano iscritti al sindacato. La delegata Fiom, licenziata per motivi disciplinari, tutti gli altri iscritti, sempre alla Fiom, licenziati per motivi economici. Non solo, erano anche quelli con più anzianità e quindi più capaci e produttivi alle macchine.
Diventa, dunque, quasi irridente la motivazione addotta dall'azienda, secondo la quale, nella scelta fatta negli individuare gli esuberi, con tali licenziamenti si volesse garantire la produttività.
A meno che la strada non sia quella, oggi molto in voga e per di più nei fatti rivelatasi perdente, di diminuire il costo del lavoro facendo strame di diritti del lavoro e delle garanzie dei lavoratori.



martedì 6 marzo 2012

Rassegna Stampa: Corriere - Mucchetti intervista Marchionne



«L'EUROPA SI ERA ILLUSA DI POTER EVITARE SCELTE DOLOROSE ORA INEVITABILI»


Marchionne: «Le fabbriche italiane si salvano solo se esporteranno in America» 

Intervista all'a.d. Fiat: «Ma senza costi competitivi
dovremo ritirarci da 2 stabilimenti»

L'amministratore delegato di Fiat Chrysler Sergio MarchionneL'amministratore delegato di Fiat Chrysler Sergio Marchionne
MILANO - «Ha visto? Chrysler ha ritirato la domanda dei prestiti federali per le auto ecologiche». Il colloquio con Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, parte dall'America e sull'America finirà.
Dottor Marchionne, perché decidere ora quando Gm vi aveva rinunciato tempo fa?
«Perché ora Chrysler non ha più bisogno di quei dollari...».
Tre miliardi al tasso dello 0,1%.
«Alla fine eravamo scesi a 2, ma il tasso d'interesse basso si accompagnava a vincoli sugli aumenti di capitale e agli investimenti fuori dagli Usa. Troppi per mettersi le manette».
Adesso avete le mani libere.
«Sì, i prestiti dei governi di Stati Uniti e Canada li abbiamo restituiti nel 2011, versando mezzo miliardo di dollari quale risarcimento degli interessi che avremmo dovuto pagare se fossimo rimasti debitori fino alla scadenza».
Tiferete per la riconferma del presidente Obama che vi diede Chrysler?
«Ci auguriamo un risultato elettorale chiaro, con la stessa maggioranza al Congresso e alla Casa Bianca. Sennò si fatica a governare».
Sembra neutrale. Con Obama lo Stato è intervenuto nell'economia. Socialismo, accusano i repubblicani. Lei che pensa?
«L'intervento dello Stato non può essere giudicato in assoluto. Io condivido i valori americani, il primato dell'iniziativa privata. Ma nel 2008 l'economia intera stava andando alla malora. Il bail out dell'auto è stato necessario perché il sistema finanziario non era più in grado di affrontare i fallimenti. Ora i fondi Tarp sono stati quasi tutti rimborsati».

Marchionne risponde alle domande dei cronistiMarchionne risponde alle domande dei cronisti
Come vede il 2012 per l'America?
«Sono molto ottimista».
Con tutto quel debito pubblico?
«In quel concorso di bellezza che è la vita spesso vince la meno brutta».
E l'Italia?
«Non siamo in condizioni floride. E però il nuovo governo, in pochissimo tempo, ha dato al mondo l'idea di un Paese che sta svoltando. Un successo incredibile. Ero a Washington durante la visita del premier Mario Monti. Ha avuto un'accoglienza straordinaria: Monti è stato un'ora a colloquio con il presidente Obama, ha riscosso grandissima attenzione al Peterson Institute, il think tank più importante. L'America è un animale enorme, che tende a percepire tutti gli altri come piccoli. Non è facile che dia tanta importanza ai suoi ospiti...».
Silvio Berlusconi attaccava i giudici dall'estero. E lei non certo incoraggiava i capitali internazionali dicendo che la Fiat non poteva investire in Italia per colpa della Fiom.
«Un momento: io non ho mai parlato male dell'Italia. Ho solo riconosciuto quello che non va perché era serio farlo nell'interesse della Fiat, che è un gruppo multinazionale, e, se permette, del mio Paese».
Se in America le chiedessero: dimmi, Sergio, adesso conviene investire in Italia?
«Conviene investire man mano che le riforme del governo Monti vanno avanti».
Tra queste spicca la riforma del mercato del lavoro. Che cosa pensa dell'articolo 18?
«Che ce l'ha solo l'Italia. Meglio assicurare le stesse tutele ai lavoratori in uscita in modi diversi, analoghi a quelli in uso negli altri Paesi. Diversamente, le imprese estere non capiscono e non vengono qui a investire».
E la Fiat che fa?
«La Fiat sta investendo».
E' soddisfatto degli accordi sindacali?
«Sì. Ora possiamo lavorare».

Ad Auburn Hills, quartier generale Chrsyler a DetroitAd Auburn Hills, quartier generale Chrsyler a Detroit
Come mai allora, 14 mesi dopo il referendum, la produzione di Mirafiori scende da 70 mila a 54 mila auto l'anno quando se ne dovrebbero produrre 280 mila? Il progetto Fabbrica Italia, presentato nell'aprile 2010 a palazzo Chigi, appare in ritardo.
«Pomigliano è ripartita. Venga a visitarla: vedrà una fabbrica modello...».
Senza più iscritti Fiom tra i neoassunti.
«Falso. Si legga il Giornale . Riporta le parole on records di lavoratori che erano iscritti alla Fiom e non ne vogliono più sapere. Ma abbiamo deciso di non parlare più di Fabbrica Italia. Siamo l'unica azienda al mondo da cui si pretendono informazioni così di dettaglio. Gli investimenti li comunichiamo man mano li facciamo. E li facciamo in base al mercato. A Mirafiori, non si lavora per riempire i piazzali di veicoli invenduti. Ma Mirafiori tornerà a regime entro la fine del 2014 con un modello Fiat e uno Chrysler».
E' sano che sindacalisti dal seguito non trascurabile siano costretti a uscire dagli stabilimenti portandosi via gli scatoloni come i banchieri della Lehman dopo il crac? Perfino negli anni di Valletta le commissioni interne da vano cittadinanza a tutti.
«Lasciamo la storia agli storici. Il quadro anche giuridico era diverso. La Fiom si trova in questa situazione in seguito al referendum del 1995 sulle rappresentanze sindacali, che essa stessa aveva sostenuto, e perché non firma quando pure l'accordo è stato approvato dalla maggioranza assoluta dei lavoratori».
In un Paese che ha avuto il terrorismo rosso è saggio isolare il sindacalismo radicale?
«Onestamente, non vedo oggi rischi analoghi a quelli di oltre trent'anni fa».
E se il governo regolasse il diritto di sciopero e le rappresentanze sindacali attuando gli articoli 39 e 40 della Costituzione, e dunque riaprendo le porte delle fabbriche alle sigle che raggiungono un certo quorum?
«Che senso ha schierarsi sulle ipotesi? Qualsiasi riforma non potrà prescindere dall'esigibilità degli accordi approvati dalla maggioranza dei lavoratori. La Fiat sarà coerente con le intese raggiunte con tutti gli altri sindacati e convalidate dalla magistratura. Se si assume le sue responsabilità, la Fiom può rientrare già adesso. Ma temo che Maurizio Landini stia facendo una battaglia politica».
Difende, dice, i diritti dei lavoratori.
«C'è forse un sindacalista che dica il contrario? In pratica, vedo un Landini più rigido, molto di più del suo predecessore, Gianni Rinaldini, con cui si poteva dialogare».

Ha mai cercato un chiarimento?
«Ci sono stati incontri riservati con esponenti della Fiom. La sinistra più intelligente ha provato a ricucire. Ma è andata male. Non possono pretendere che, nei fatti, sconfessi Cisl, Uil, Ugl e Fismic».
In Cgil c'è ora Susanna Camusso.
«Con Epifani si riusciva a ragionare di più. Camusso forse parla troppo della Fiat e di Marchionne sui media e troppo poco con noi».
Vorrà evitare che nasca una quarta confederazione a egemonia Fiom.
«Io sono un metalmeccanico che fa automobili. E fatica a capire chi considera Parlamenti i sindacati. In America, il capo della Uaw comanda e sa prendere impegni. Lo stesso accade in Germania con l'Ig Metal. E, mi creda, non sono sindacati comodi».
L'Italia ha la sua storia.
«Di troppa storia si muore».
La sua dichiarazione pro Bombassei e l'eventuale rientro in Confindustria non rischiano di trasformare il dopo Marcegaglia in un referendum sulla Fiat?
«Al referendum non ci avevo proprio pensato. Ma riflettendoci non mi interessa molto. Ho voluto semplicemente dire che stimo Bombassei come persona e come imprenditore e che credo sia in grado di cambiare radicalmente Confindustria che, come tutto il Paese, deve essere profondamente modernizzata».
Veniamo ai bilanci. Parlate di record per il 2011, ma Fiat e Fiat Industrial assieme fanno un utile della gestione ordinaria di 4,1 miliardi, pari al 4,8% dei ricavi aggregati quando nel 1989 il gruppo Fiat portò a casa, a moneta attualizzata, 4,8 miliardi di euro, pari al 9% dei ricavi di allora.
«Nel 1989 c'erano business poi gradualmente ceduti: Telettra, Snia, Impresit, sistemi ferroviari, Avio. Nel loro insieme, contribuivano per 700 miliardi di lire al risultato operativo consolidato di 4.670 miliardi. A parità di perimetro e a moneta inflazionata, quel margine sarebbe di 4 miliardi di euro. Dunque...».
Beh, nell'89 non c'era Chrysler.
«Consolidi allora pro forma Chrysler per 12 mesi e vedrà che il risultato della gestione ordinaria arriva a 5 miliardi di euro: 3,3 miliardi Fiat Spa e 1,7 Fiat Industrial».
Ma su ricavi ancora maggiori. Dunque, i margini restano minori, fatale per i produttori generalisti europei. Concentriamoci perciò su Fiat Spa, il cui cuore è appunto l'auto. Ebbene, senza l'apporto di Chrysler e la rivalutazione delle azioni Chrysler ottenute senza esborso monetario, e con un'aliquota fiscale media del 24%, l'utile netto consolidato di Fiat Spa supera di poco i 300 milioni. Non è molto...
«Nel 2011, l'aliquota fiscale media è del 24% perché risente dell'impatto quasi nullo dei proventi atipici. Con un carico fiscale normalizzato in relazione ai diversi Paesi dove operiamo, e senza Chrysler e i proventi atipici, l'utile sarebbe di 700 milioni...».

Marchionne con John Elkann (al centro)
Escludevo la quota delle minoranze. Ma non è questo il punto. Con trasparenza, lei avverte che l'auto non è ancora a posto. Ed è questo il grosso problema per l'Italia.
«In effetti, ipotizzando Chrysler quale parte integrante del gruppo Fiat per l'intero 2011 e non solo per i 7 mesi citati, si può stimare che le attività automobilistiche in America Latina diano il 37% del risultato della gestione ordinaria e quelle nordamericane il 52%. Il resto del gruppo perderebbe appunto 500 milioni già a livello operativo se non potesse compensare con i risultati positivi di Ferrari, Maserati e componentistica».
Non crede che la Fiat Spa abbia anche un debito troppo grande e troppo costoso? Nel 2011 ha pagato 1,3 miliardi di oneri finanziari netti, pari al 55% del risultato della gestione ordinaria. «L'esborso che lei cita comprende pure componenti di natura contabile per 200 milioni quali la valutazione degli equity swap e l'attualizzazione dei fondi pensione. Fiat-Chrysler ha debiti finanziari per 26,8 miliardi di euro. Ma una ventina restano liquidi».
Gli impieghi liquidi, si sa, rendono meno di quanto costi il debito. Quanto meno?
«Quasi 700 milioni».
Non converrebbe ridurre tanta liquidità?
«Ma lei si fida dei mercati finanziari?».
Molto poco.
«E allora dovrà riconoscere che questa liquidità è la nostra polizza contro un credit crunch ; il suo costo è il premio assicurativo».
Vedere tanta liquidità ferma in un Paese che ha avuto la Parmalat...
«Ma come si permette?! Si tratta di disponibilità liquidabili in tempi brevissimi e investite con controparti solide. Nessun legame con FGA Capital (la joint-venture con il Credit Agricole per il finanziamento delle vendite, ndr ) né con le posizioni bancarie dei concessionari. Non ci sono Gmac nel nostro perimetro, tanto per capirci (Gmac era la «banca» commerciale di Gm che la tirò a fondo, ndr ). Il fatto è che la liquidità serve perché è finito il tempo dei convertendi!».
Spieghiamo. Si chiamò convertendo un prestito di 3 miliardi che si convertiva dopo 3 anni in azioni e che nel 2002 salvò la Fiat.
«Oggi le banche, con gli accordi di Basilea, non potrebbero fare un prestito di quel tipo nemmeno se volessero».
Quanto pagano il denaro Fiat e Chrysler?
«La prima il 6%, confermato anche nell'ultima emissione obbligazionaria in franchi svizzeri, e l'altra poco più dell'8%».
Perché questa differenza se Chrysler è meglio di Fiat? Il mercato si preoccupa perché ha un patrimonio netto negativo per 3 miliardi di dollari e uno netto tangibile negativo addirittura per 8 miliardi?
«Il patrimonio netto contabile di Chrysler risente degli oneri straordinari sostenuti al riavvio dell'attività nel 2009. E gli intangibles pesano per il 13% del totale di attività, impianti e macchinari per il 41%. Sono solo questioni contabili. Oggi il business fa profitti e cassa, le vendite aumentano del 26% in un mercato che cresce del 10%, ed è ciò che conta».
Chrysler dovrà pagare pensioni per circa 32 miliardi di dollari e ha attività finanziarie per 25,5 miliardi. Uno squilibrio pesante che non viene ricompreso nel debito. «La quota unfunded del fondo pensioni non è un debito finanziario, ma un impegno verso i dipendenti da onorare nel tempo. Molte imprese americane hanno quote unfunded nei fondi pensione. D'altra parte, l'1% in su o in giù nei tassi rivaluta o svaluta di 3 miliardi le attività finanziarie del fondo Chrysler».
Le decisioni della Federal Reserve contano più delle vostre, verrebbe da dire. Ma se la Fiat sale all'80% del capitale Chrysler, diventa responsabile in via surrogatoria di eventuali inadempienze del fondo pensioni.
«Sarebbe un problema solo se Chrysler versasse in stato di insolvenza. Gli Organizational Documents di Chrysler, comunque, assicurano che Fiat non sarebbe soggetta a tali obblighi in maniera inattesa. Ma oggi Chrysler va bene, ne abbiamo il 58% e il resto appartiene al fondo Veba dei sindacati».
Che rimarranno soci ancora a lungo?
«Non troppo a lungo. O compreremo noi quelle azioni (abbiamo un'opzione) o troveremo assieme il modo di ricollocarle».
Quale futuro per Fiat-Chrysler?
«Le ipotesi sono tre: a) un'offerta pubblica delle azioni Chrysler; b) Fiat compra e sale al 100%; c) si fa la fusione Fiat-Chrysler che comporterebbe l'automatica quotazione di Chrysler e diluirebbe sia Veba che Exor».
Qual è l'ipotesi più probabile?
«La meno probabile è la prima».
Dottor Marchionne, Giovanni Agnelli non volle rinunciare al controllo sull'auto. Lei riconobbe con gli analisti che Fiat Auto da tanti anni non ripagava il costo del capitale investito dai soci. Qual è il suo mandato?
« Il mio mandato nel 2004 era molto semplice: salvare un'azienda quasi fallita. E ci siamo riusciti. Poi di rendere la Fiat redditiva. E il risultato del 2011, pur in una situazione economica molto difficile, mi pare testimoni che l'operazione è ampiamente riuscita».
L'entità dei suoi compensi fa discutere.
«I miei compensi hanno una parte fissa e una variabile costituita da opzioni sulle azioni Fiat, e dunque legata alle quotazioni del titolo. E' questa che ha indotto a certi calcoli. In realtà, nel 2004, quando nessuno ci credeva, mi è stato assegnato lo stesso numero di opzioni che aveva Giuseppe Morchio, e un prezzo d'esercizio più alto. Per quattro anni su otto non avevano alcun valore. Se oggi ce l'hanno, dipende dall'andamento del titolo di cui beneficiano tutti i soci».
Ma c'è un'enorme sproporzione tra i compensi dei top manager e quelli del dipendente medio. Un tempo non era così.
«Trent'anni fa non si era ancora creato un mercato delle competenze manageriali come quello attuale».
Lo spread tra le obbligazioni Volkswagen e quelle Fiat è superiore al differenziale tra i Btp e i Bund tedeschi. Come mai?
«Ciascun debitore ha la sua storia».
Infatti, lo Stato italiano ha varato la manovra per risanare i conti pubblici. La Fiat farà un aumento di capitale?
«Non serve. Nel 2012 investiremo oltre 7 miliardi, ma senza aumentare il debito. Useremo semmai un po' della nostra liquidità...».
E intanto zero dividendo alle ordinarie .
«E' il momento di rafforzare il patrimonio. Più in generale, si deve capire che l'auto è un business che, quando tira, genera molta cassa. Già nel 2007 il gruppo Fiat aveva azzerato il debito industriale netto».
Ne avete abbastanza per reggere la sfida della multipiattaforma Volkswagen per 20 modelli diversi?
«Fiat spende in ricerca e sviluppo il 5,3% dei ricavi La media dei produttori generalisti europei è del 5,7%. Ce la stiamo giocando. La multipiattaforma Volkswagen rientra nei processi di standardizzazione e razionalizzazione comuni a tutti i produttori, anche se c'è chi ha cominciato prima e chi, come noi, un po' dopo. Ferdinand Piëch è un grandissimo. Ma con le sue 10 architetture, Fiat-Chrysler riuscirà a non sacrificare le prestazioni delle vetture di segmento superiore e a non caricare costi insostenibili su quelle di segmento inferiore. Già nel 2014 metà dei nuovi modelli Chrysler e Fiat verranno da una piattaforma comune».
Ford e Gm varano piattaforme da 2 milioni di pezzi.
«Oltre il milione le economie di scala tendono a esaurirsi».
Ma dove sono questi nuovi modelli?
«La Fiat ha scelto di rallentare il lancio dei nuovi modelli per la scarsità della domanda in Europa».
I concorrenti fanno il contrario.
«Ed ecco che Peugeot-Citroen, Opel, Renault e la stessa Ford Europe perdono soldi nel Vecchio Continente».
Come voi, del resto. Ma almeno hanno difeso le quote di mercato.
«Ragionando così non si va lontano. Guardiamo avanti. La domanda di automobili in Europa è destinata a rimanere bassa ancora a lungo. Almeno fino al 2014. Le case generaliste hanno troppa capacità produttiva...».
Secondo il Financial Times , Renault e Psa sfruttano gli impianti al 62%, Fiat al 50%. Volkswagen al 75%.
«Volkswagen è un caso a parte. Ha cominciato 20 anni fa a scalare il mondo e ci sta arrivando. La Francia invece si era illusa di poter reggere tale e quale, magari con i sussidi statali. Ora anche Philippe Varin, il mio collega della Psa, pone il problema dell'eccesso di capacità produttiva in Europa. Ma la Fiat ha una straordinaria opportunità negli Stati Uniti. Che hanno fatto quanto l'Europa si era illusa di poter evitare: chiudere un certo numero di stabilimenti per abbassare i costi fissi in relazione alla domanda attesa nella produzione di massa. Le linee premium, dove eccellono Bmw, Audi, Mercedes, Porsche, ma anche le nostre Ferrari e Maserati, sono tutto un altro film...».
L'Europa come la Detroit del 2005?
«Ricordo solo che Chrysler perdeva vendendo quasi 3 milioni di automobili, oggi pareggia con 1,5 milioni e nel 2012 ne venderà 2,4 milioni. La domanda sta rifiorendo...».
Chrysler riaprirà i siti dismessi?
«No, quelli sono finiti alla car.co in liquidazione. Le fabbriche della nuova Chrysler stanno già marciando a pieni giri. Potremo aumentarne un po' la capacità produttiva. Ma ormai negli Usa c'è un terzo della domanda che potrà essere soddisfatta solo dal Messico, dal Canada o dall'Europa. Gli stabilimenti Fiat italiani hanno l'opportunità di esportare negli Stati Uniti. Questo penso di fare per l'Italia ed è per questo che trovo insopportabilmente razzista dipingermi come un uomo senza patria: svizzero, canadese, americano, italiano a seconda delle comodità polemiche».
Che cosa ci vuole adesso?
«L'indebolimento dell'euro verso il dollaro aiuta, ma servono costi competitivi. Sa perché gli Usa funzionano con un costo orario del lavoro più alto di quello italiano? Perché si utilizzano in modo pieno e flessibile gli impianti. L'Italia deve tenerne conto».
Ma bisogna anche avere il prodotto. La Chrysler ha avuto la tecnologia Fiat...
«Chrysler è tornata al profitto ristrutturandosi, e cioè con le sue forze. Il primo modello a tecnologia Fiat è la Dart. Che abbiamo cominciato a vendere adesso».
Grazie agli accordi, Fiat ha avuto il 35% di Chrysler in cambio dell'accesso a tutte le sue tecnologie da parte della casa di Auburn Hills. Il governo americano le valuta miliardi di dollari. Nel bilancio Chrysler sono iscritte per 320 milioni di dollari.
«Confermo i numeri di Chrysler
Che danno a Fiat 120 milioni di guadagno.
«Il prezzo delle tecnologie dipende dalle circostanze in un cui vengono scambiate».
La Fiat inventò il common rail e lo vendette per poche decine di miliardi di lire.
«Non giudico quelle scelte. Non c'ero. Nelle condizioni in cui è oggi la Fiat non lo venderei. Magari ci farei una licenza».
L'Italia ha ancora un cluster dell'auto competitivo oppure no?
«La storia è grande, ma anche la Grecia era il bacino della democrazia. Esistono ancora diffuse competenze. Non mancano tentativi di aggregazione. Ma manca una regia. E oggi anche la Chrysler sta dimostrando inaspettate capacità tecnologiche. Lo dico sempre ai nostri ingegneri: non si vive sugli allori».
Chi dovrebbe essere il regista?
«Se ne dovrebbe occupare chi guida la politica industriale del Paese».
La Fiat non è riuscita a rilanciare l'Alfa Romeo. Perché non la cede a Volkswagen?
«Perché non la vogliamo vendere. E in ogni caso Piëch vorrebbe solo il marchio».
Non si prenderebbe un sito produttivo?
«So quel che dico. E l'Alfa ci serve in America».
In Brasile, Serbia, Usa la Fiat trova diversi ma sempre rilevanti aiuti da parte degli Stati. Che cosa si attende dal governo italiano?
«Mi attendo soprattutto che non dia altri incentivi alle rottamazioni. E' vero, in passato li abbiamo chiesti anche noi. E abbiamo fatto male. Anche perché hanno sostenuto al 70% le vendite dei concorrenti».
La Fiat Auto ha lasciato Termini Imerese. Le restano Mirafiori, Cassino, Atessa, Melfi e Pomigliano. Se non funzionassero le esportazioni verso gli Usa, quanti sarebbero i siti eccedenti?
«Tutti gli stabilimenti staranno al loro posto. Abbiamo tutto per riuscire a cogliere l'opportunità di lavorare in modo competitivo anche per gli Stati Uniti, ma se non accadesse dovremmo ritirarci da 2 siti dei 5 in attività».
Quali?
«Ricorda Sophie's choice ? Nel film, alla fermata del treno il nazista chiede a Sophie uno dei suoi due figli. In caso contrario li avrebbe ammazzati tutti e due. Sophie resiste, ma alla fine deve scegliere e passa il resto della sua esistenza con l'incubo di quella decisione. Dunque, per favore, non me lo chieda».

MASSIMO MUCCHETTI

24/02/2012

lunedì 5 marzo 2012

Rassegna Stampa: La Repubblica



Marchionne e i suoi 5 "figli"
La Fiat verso il sacrificio
di Mirafiori e Pomigliano



500L, verrà dalla Serbia il crossover del Lingotto


Si chiama 500 L che sta per "Large" ed è il primo crossover di casa Fiat. È infatti una versione allungata (4 metri e 14), a metà strada tra wagon e monovolume, dell’auto più amata del Lingotto negli ultimi sessant’anni di cui mantiene qualche tratto somatico, soprattutto nel frontale. Per il resto la nuova crossover italiana può contare sin dal debutto, previsto in autunno, su un parco motori di livello: i due Twinair a benzina 1.4 e 900 cc, più il 1.3 Multijet a gasolio.
L’auto destinata a presidiare da sola il segmento delle monovolume di segmento B e C, dopo che l’azienda torinese ha stabilito il pensionamento di Musa e Idea, tuttavia non nascerà in Italia ma nell’exJugoslavia: più precisamente nell’impianto di Kragujevac, situato nella Shumadja centrale. Ovvero nel cuore industriale della Serbia, dove la Fiat è presente fin dagli anni ’50. Quest’anno se ne produrranno tra le 30 e le 50 mila, ma nel 2013 potrebbero essere anche 250 mila se incontrerà le fortune del mercato.

05/03/2012


Rassegna Stampa: La Repubblica


Fiat, la scelta di Marchionne 
addio Mirafiori e Pomigliano


PAOLO GRISERI

Quali sono gli stabilimenti Fiat dal futuro più incerto in Italia? Dopo l’intervista di Sergio Marchionne (senza il mercato americano "dovremmo ritirarci da due siti su cinque") la radiografia delle fabbriche dell’auto al di qua delle Alpi si impone. Negli ultimi giorni, a proposito dell’intervista, Marchionne ha precisato: "Era un’ipotesi, lavoreremo per garantire l’attività di tutti". Ma siccome la battuta sui due siti in eccesso non si può considerare una voce dal sen fuggita, vale la pena verificare. Dei cinque stabilimenti di cui parla l’ad del Lingotto, uno è fuori gioco. E’ quello della Sevel di Atessa, in Val di Sangro, che produce furgoni e veicoli commerciali in joint venture con Psa. E’ una delle poche fabbriche italiane della Fiat che lavora a pieno ritmo nonostante la crisi. Al punto che nelle scorse settimane per non aver firmato un accordo sui recuperi produttivi, la stessa Fim ha rischiato di incappare nelle sanzioni disciplinari previste dal nuovo contratto del gruppo entrato in vigore il 1 gennaio.
Insomma alla Sevel si lavora a pieno ritmo. L’unica incognita sul futuro della fabbrica riguarda le conseguenze del recente accordo tra i francesi di Psa e gli americani di Gm. Se il nuovo socio statunitense chiedesse a Peugeot e Citroen nuove sinergie nel settore dei veicoli commerciali, è evidente che rischierebbe di saltare la decennale joint venture tra Torino e Parigi. In quel caso le conseguenze toccherebbero inevitabilmente la fabbrica di Val di Sangro. Ma è comunque uno scenario di fine decennio perché fino al 2017 l’alleanza industriale tra i due costruttori è garantita da un accordo.
Rimangono dunque sul tavolo i quattro stabilimenti dell’auto. Il quinto, Termini Imerese, ha cessato la produzione automobilistica il 31 dicembre scorso come ampiamente preannunciato, con trenta mesi di anticipo, dall’ad di Torino. Marchionne ipotizza che due di queste fabbriche siano a rischio chiusura nel caso in cui non riescano a sfruttare l’opportunità offerta dall’eccesso di domanda del mercato Usa.
Naturalmente Sergio Marchionne precisa che in realtà ci sono tutte le condizioni perché gli stabilimenti italiani ce la facciano a cogliere quell’opportunità. Ed è immaginabile che la sua frase serva nella continua battaglia di pressioni nei confronti del sindacato per ottenere condizioni di lavoro sempre più favorevoli all’azienda.
Inoltre la Fiat sarà prossimamente sul banco degli imputati nei processi aperti dalla Fiom per comportamento antisindacale. I metalmeccanici della Cgil accusano Marchionne di aver violato il diritto dei lavoratori ad essere rappresentati in fabbrica dai sindacati che preferiscono. Battaglia complessa perché aperta in ogni città in cui la Fiat ha stabilimenti. Decine di tribunali dovranno esprimersi e può convenire a Marchionne far sapere che ci sono stabilimenti a rischio di chiusura se l’azienda si troverà ad operare in un ambiente ostile.
Al di là delle convenienze tattiche dell’ad, è evidente che non tutti i quattro stabilimenti di produzione automobilistica del gruppo si trovano nelle stesse condizioni.
Rischia poco o nulla, ad esempio, la fabbrica di Melfi. E’ il principale stabilimento italiano della Fiat, oggi sforna 250 mila Punto ed è il perno della produzione delle utilitarie. In futuro i programmi dicono che potrebbe arrivare a produrre quasi 400 mila vetture.
E’ stata la prima fabbrica ad essere organizzata secondo i criteri produttivi che ora Marchionne ha deciso di esportare in tutto il gruppo. Infine Melfi non potrebbe ragionevolmente vivere sull’esportazione in America. Prima di riuscire a vendere la Grande Punto a Chicago deve passare molto tempo. Non è dunque Melfi uno dei due stabilimenti in bilico di cui parla Marchionne nell’intervista.
Molto a rischio è invece lo stabilimento torinese di Mirafiori. Non nella sua parte direzionale, i 5.000 impiegati della palazzina dove si governano tutte le attività di Fiat Auto nel mondo. Ma nella sua parte produttiva, sulle linee di montaggio delle Carrozzerie dove sono impiegati altri 5.000 lavoratori. Meglio sarebbe dire che sono in organico perché ormai da un anno le linee di Mirafiori sono quasi totalmente ferme. Il prodotto principale è stata la cassa integrazione alla quale l’azienda ha fatto ricorso in modo massiccio per sopperire alla mancanza di modelli.
Fino a tre anni fa si realizzavano a Torino Alfa 166, Thesis, Idea, Musa, Multipla e Mito. Oggi di quei modelli resta solo la Mito. Idea e Musa vengono ancora prodotte in quantità limitata in attesa di essere soppiantate dai due piccoli monovolume che saranno realizzati nello stabilimento serbo di Kragujevac a partire dai prossimi mesi.
Mirafiori sopravviverà dunque con la sola Mito fino al dicembre 2013 quando dovrebbe iniziare la produzione di un minisuv con il marchio Fiat seguito a metà 2014 da un altro piccolo suv con il marchio Jeep. Secondo i piani dell’azienda queste due automobili dovrebbero essere prodotte in 250 mila pezzi all’anno e saranno destinate al mercato mondiale, Usa compresi. "Stiamo procedendo alla velocità della luce, l’investimento di Mirafiori è confermato", ha risposto nei giorni scorsi Marchionne alle preoccupazioni di chi aveva letto nelle sue parole una dichiarazione di morte per lo stabilimento torinese. Ma è un fatto che la partenza della produzione dei due minisuv era prevista per fine 2012 ed è stata posticipata di un anno.
E’ un altro fatto che nel corso del tempo l’identità dei modelli su cui dovrà vivere la fabbrica di Torino è cambiata diverse volte: nel 2010 erano berline del gruppo Chrysler, poi sono diventati monovolume (quelli successivamente finiti in Serbia), poi suv medi del segmento C, infine piccoli suv realizzati sul pianale delle utilitarie.
Tutta questa incertezza non fa che abbassare il rating di Mirafiori nel borsino degli stabilimenti. Ad aumentare i timori c’è la stessa metafora scelta dell’amministratore delegato del Lingotto per spiegare in quale dilemma si troverebbe dovendo tagliare capacità produttiva. "Ricorda La scelta di Sophie?", chiede Marchionne a Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera. E prosegue: "Nel film, alla fermata del treno il nazista chiede a Sophie uno dei suoi due figli. In caso contrario li avrebbe ammazzati tutti e due". Qual è lo stabilimento italiano della Fiat che ha un valore simbolico paragonabile a quello di un figlio?
Anche ammettendo che, sempre nell’ipotesi di una crisi drammatica, Marchionne fosse costretto a sacrificare la fabbrica di Mirafiori, rimarrebbe ancora un sito da chiudere. Uno tra Cassino e Pomigliano. Nella fabbrica vicino a Napoli il Lingotto ha investito 700 milioni negli ultimi anni per trasformarla nel polo produttivo della Nuova Panda. Un investimento "non totalmente razionale, fatto anche per senso di responsabilità verso l’Italia", ha aggiunto recentemente il manager di Torino. Il punto di forza di Pomigliano sta proprio nel fatto che la chiusura significherebbe annunciare al mondo di aver perso una scommessa anche un po’ temeraria.
Il punto debole è nella vasta scelta di stabilimenti alternativi a disposizione di Marchionne. La Nuova Panda potrebbe essere prodotta di nuovo in Polonia, da dove è stata trasferita, o nel nuovo stabilimento serbo, a poche centinaia di chilometri dall’Italia, principale mercato dell’utilitaria.
Infine c’è la fabbrica di Piedimonte San Germano, vicino a Cassino. E’ l’unico polo italiano di produzione delle auto di segmento C, quello delle medie, dove il Lingotto ha sempre avuto difficoltà a sfondare. Cassino produce una ‘media’ per marchio: la Brava per la Fiat, la Delta per la Lancia ed la Giulietta per l’Alfa. Difficile pensare che Marchionne voglia chiudere questa fabbrica. Potrebbe semmai rispolverare un vecchio progetto pubblicato come indiscrezione dalla stampa tedesca ai tempi del tentativo, fallito, di acquisto della Opel da parte di Torino.
All’epoca, era l’estate 2009, era circolata l’ipotesi dell’accorpamento in un unico polo delle attività produttive di Cassino e Pomigliano, due fabbriche anche geograficamente non distanti, meno di cento chilometri di autostrada. Ipotesi comunque abbastanza azzardata che la Fiat non ha mai confermato.
Questo è il quadro. In caso di pericolo lo stabilimento più a rischio appare oggi Mirafiori, quello più sicuro Melfi. Ma sono scenari che possono cambiare in fretta, con la modifica delle missioni produttive dei diversi siti.
Preoccupa comunque i sindacati l’idea che una parte della produzione italiana sia così strettamente legata all’andamento del mercato statunitense. Che oggi va a gonfie vele e nel 2011 ha superato la soglia dei 15 milioni di auto vendute. Ma che domani potrebbe tornare in crisi creando problemi al pieno utilizzo degli impianti nella Penisola.
Inoltre Marchionne ha messo esplicitamente in concorrenza, per soddisfare l’eccesso di domanda del mercato statunitense, gli stabilimenti italiani, messicani e canadesi. Una battaglia difficile da vincere sul terreno dei costi, anche solo per ragioni logistiche. L’alterativa sarebbe quella di rendere gli stabilimenti italiani più orientati al mercato europeo con nuovi prodotti in grado di sfondare anche oltralpe dove invece il gruppo Fiat continua a incontrare difficoltà. Anzi, nel mese di febbraio i problemi hanno cominciato ad esse evidenti anche sul mercato domestico.
In Italia la Fiat si allontana sempre di più dalla soglia del 30 per cento, cedendo altro terreno alla concorrenza straniera. Nei prossimi mesi si vedrà quale effetto riequilibratore potrà avere la Nuova Panda per aumentare le vendite europee del Lingotto.

05/03/2012