martedì 11 settembre 2012

Rassegna stampa: La Repubblica


A rischio l'informatica "made in Torino"
Chiusure e esuberi, sos del sindacato

Il settore informatico in difficoltà sotto la Mole: dall'Ibm a Agile Eutelia: una lunga lista di chiusure e trasferimenti in altre città

di STEFANO PAROLA

Richieste di esuberi, trasferimenti in altre città, chiusure, utilizzo della cassa integrazione. Nessuna situazione catastrofica, solo tanti piccoli e grandi scricchiolii che fanno temere per il domani dell'Ict torinese, il secondo settore più importante nel tessuto industriale della provincia dopo l'automotive. L'informatica "made in Torino" vive una fase critica, resa ancora più delicata dalla paura che a crollare sia uno dei suoi giganti: il Csi Piemonte.
Il futuro del consorzio che gestisce l'Ict della pubblica amministrazione piemontese è ancora oscuro. L'unica certezza, per il momento, sono le sforbiciate che hanno subito i suoi incassi, garantiti quasi esclusivamente dagli enti locali, a loro volta messi in difficoltà dalle ristrettezze di bilancio. Ma il Csi non è l'unico. Le aziende in difficoltà o in fuga sono tante, alcune hanno nomi famosi.
Claudio Gonzato e Bruno Ieraci sono i due funzionari della Fiom-Cgil Torino che seguono più da vicino il comparto. Solo una parte delle aziende del settore applica il contratto metalmeccanico, eppure l'elenco stilato dai due sindacalisti è lungo. Si parte dall'Ibm, che ha deciso di trasferire 72 dipendenti su 700 da Torino a Segrate e sta valutando la possibilità di esternalizzarne un altro centinaio (per questo stamattina sono in programma tre ore di sciopero con presidio). Eppure, sottolinea Gonzato, "fino a dieci anni fa il colosso informatico contava 2.500-3.000 lavoratori sotto la Mole". Poi si prosegue con Oracle, 40 dipendenti, e con Solgenia, 80 addetti, che sono intenzionate a dimezzare la quantità di personale. Con la Csc, multinazionale pronta a vendere le sue attività in Italia, compresa la sede torinese che dà lavoro a 350 dipendenti. Si va avanti con la Dianos (gruppo Scai), che conta 50 tra tecnici e impiegati che hanno provato ogni tipo di cassa integrazione negli ultimi quattro anni. Senza scordare la vicenda Agile-Eutelia, che vede ancora coinvolti 250 lavoratori di Torino e Ivrea in un complicato tentativo di risanamento.
"Esiste poi una miriade di piccole aziende legate a quelle più strutturate che chiudono senza fare rumore. Per non parlare della marea di consulenti esterni lasciati a casa da un giorno all'altro", raccontano i due sindacalisti. E aggiungono: "Le istituzioni piemontesi non possono fare finta di nulla. Serve una discussione seria sul futuro del comparto torinese, perché il rischio concreto è che il baricentro di molte realtà si sposti altrove".
Anche Renato Bellavita, vicepresidente del gruppo Ict dell'Unione industriale, conferma che il comparto vive un momento molto difficile: "Da un lato - spiega - risentiamo di un generale problema economico dell'area piemontese, dall'altro patiamo la principale debolezza del nostro comparto, che è poco legato alla ideazione e vendita di prodotti ed è troppo incentrato soprattutto sulla fornitura di servizi alle aziende".
Insomma, l'Ict torinese si occupa più che altro di gestire l'informatica degli altri, più che di creare nuovi software. E negli ultimi anni ha perso alcuni clienti importanti: "La Crt - elenca Bellavita - è confluita in Unicredit, la Rai si è ridimensionata, Telecom pure, Fonsai ha spostato molte attività informatiche della Sai a Fondiaria e la fusione di Intesa e Sanpaolo ha messo a rischio il centro dati di Moncalieri, dove lavorano 700-800 consulenti esterni, cioè dipendenti delle nostre aziende". Adesso la paura delle aziende Ict è di dover fare a meno pure del Csi Piemonte. Per evitarlo, secondo l'esponente dell'Unione industriale occorre trovare "una forma di condivisione tra pubblico e privato, che magari sfoci in una privatizzazione totale e che sia accompagnata da un affidamento al Csi dell'informatica dell'intera sanità piemontese". 

 (11 settembre 2012)

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