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giovedì 15 marzo 2012

Rassegna Stampa: Chiara Saraceno su Repubblica




L'illusione della flessibilità

pubblicato il 15 marzo 2012

Sembra superata la brutta scivolata di ieri della ministra Fornero con l'infelice frase sulla "paccata di miliardi".
"Paccata di miliardi" che sarebbe disponibile solo se le parti sociali accettano preventivamente il pacchetto di riforme proposto dal governo.
Per lo meno non ha fermato quel pezzo simbolicamente importante di negoziato che riguarda l'articolo 18.
La voglia di arrivare ad un accordo sostenibile per tutti prevale, per fortuna, sulle irritazioni e i passi falsi.
Anche se sarà bene che Elsa Fornero, come tutto il governo di cui fa parte, ricordino che l'ottica del bene comune non solo va verificata con i soggetti interessati, ma deve valere sempre, verso tutti i soggetti e interessi.
Il negoziato con sindacati e Confindustria sta avvenendo in modo pubblico e trasparente, anche se con qualche insofferenza di troppo.
Non così è andata sulle liberalizzazioni, dove più che di un negoziato sul bene comune si è avuta l'impressione di un cedimento agli interessi di lobby ristrette ma potenti, al riparo dagli sguardi dei cittadini che ne hanno visto solo gli esiti non sempre favorevoli per loro stessi.
Ma entriamo nel merito del pacchetto di riforme messo sul tavolo dalla ministra.
Vi sono diverse cose apprezzabili, in primis l'introduzione di una indennità di disoccupazione unica, che copra diverse fattispecie di perdita del lavoro, benché sia dubbio che riguardi anche i vari co.co.pro. e finte partite Iva, ovvero tutti coloro che sono attualmente sprotetti.
Continueranno ad essere esclusi anche coloro che hanno contratti così brevi e provvisori da non riuscire a maturare 52 settimane lavorative piene in due anni.
Anche il rafforzamento dell'apprendistato come via di ingresso nel mercato del lavoro è un passaggio importante.
Ma non risolve il problema dell'ingresso dei neo laureati o di chi, come molte donne, si ricolloca sul mercato del lavoro in età non giovanile, o di chi perde una occupazione in età matura.
Non affrontare la questione di una maggiore standardizzazione dei contratti di lavoro all'ingresso è una delle debolezze del pacchetto di riforme proposte dal governo, che sembra tutto spostato sul, certo importantissimo, tema degli ammortizzatori sociali e sulla flessibilità in uscita (articolo 18).
Questa impostazione suggerirebbe che il problema del mercato del lavoro italiano, e addirittura della mancata competitività del sistema produttivo, sia la scarsa flessibilità in uscita.
Ma i modelli danesi e tedesco, spesso citati anche dalla Fornero, sono dinamici innanzitutto perché sono dinamiche le aziende, che creano posti di lavoro; per cui perdere l'occupazione non è un salto nel buio, ma un passaggio abbastanza veloce verso un altro lavoro.
Non è così in Italia, nonostante ormai da diversi anni il mercato del lavoro italiano sia diventato tra i più flessibili, anche per i cosiddetti garantiti.
La scarsa competitività italiana, da cui deriva anche l'alto tasso di disoccupazione, ha a che fare non con la mancanza di flessibilità in uscita, ma con la scarsa capacità di innovazione delle aziende, il basso investimento in capitale umano e in ricerca e innovazione.
E se le aziende straniere non investono volentieri in Italia non è certo per timore dell'articolo 18, ma perché temono la macchinosità e la lentezza della nostra burocrazia, per altro incapace di proteggere da fenomeni di corruzione, quando non vi è coinvolta essa stessa.
Infine, in Danimarca e in Germania, come in molti altri Paesi europei, nessuno è lasciato senza protezione una volta terminato il diritto all'indennità di disoccupazione senza aver trovato una nuova occupazione.
Possono accedere ad una garanzia di reddito assistenziale, destinata a chi ha perso il diritto alla indennità o a chi non ne ha mai avuto diritto, ma è povero.
È una misura cui la ministra si è dichiarata più volte favorevole, trovando risposte per altro tiepide in una parte almeno dei sindacati.
Ma richiede risorse consistenti che non possono che venire dal bilancio dello Stato.
In Germania, ad esempio, dopo la cosiddetta riforma Hartz del 2002, questo sussidio garantisce 350 euro al mese per una persona sola, che possono salire fino al 1240 euro circa per una coppia con due bambini, più integrazioni per l'affitto, i libri di scuola, le spese mediche.
Anche chi riceve l'indennità di disoccupazione, se questa è inferiore al sussidio, può ricevere una integrazione fino ad un livello equivalente.
Inoltre esistono centri per l'impiego efficienti, che accompagnano e stimolano chi riceve il sussidio a stare nel mercato del lavoro, formarsi, e così via.
Accanto al dinamismo dell'economia, l'esistenza di questa rete di protezione consente di affrontare meglio le crisi vuoi nell'economia, vuoi nelle biografie personali.
In assenza di entrambe queste cose, rimane solo la disoccupazione di lunga durata senza sussidi e senza speranze. 

Chiara Saraceno 

sabato 10 marzo 2012

CGIL: giovani non + disposti a tutto - Flexsecurity = Fregaturity

Si parla di una riforma del lavoro per i giovani.
Di contratti unici. Di introdurre la flexsecurity.
Ma per adesso all’orizzonte vediamo solo...
F R E G A T U R I T Y !

"IN NOME DEI GIOVANI"
Il Presidente Monti ha più volte detto che i veri interlocutori di questa riforma sono i giovani, ma la verità è che giovani e precari sono uno specchietto per le allodole.
Servono a giustificare l'ideologia della flessibilità, che ancora una volta viene proposta come soluzione a tutti i mali e che aveva bisogno di un bel restyling: infatti è sotto gli occhi di tutti che un trentennio di flessibilizzazione selvaggia ha creato solo nuovadisoccupazione, povertà e depressione.

"TOGLIERE AI PADRI PER DARE AI FIGLI"
E' il principio che hanno sbandierato con la riforma delle pensioni Il risultato è noto:
l'allungamento dell'età pensionabile non solo colpisce chi ha lavorato una vita, ma blocca l'accesso a chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro. Non solo. Dietro alla retorica dei Ministri si nasconde un nulla di fatto: non è stato speso 1 euro per garantire pensioni dignitose ai giovani. Che continuano a rischiare un futuro previdenziale a tinte fosche.

"IL GOVERNO COMBATTE LA FLESSIBILITA’ CATTIVA"
Il Governo dice di voler combattere la flessibilità cattiva. Eppure non è affatto chiaro se saranno eliminate o quantomeno ridotte le 46 tipologie contrattuali precarie esistenti.
Anzi! Nel frattempo, nel decreto liberalizzazioni, invece di combattere la precarietà il Governo fa l'esatto contrario: alimenta l’abuso del lavoro interinale e sotto-pagato.
Inoltre elimina l'equo compenso per i praticanti.
Altro che pagare di più il lavoro precario!

"WELFARE PER TUTTI"
Questa è forse la bufala più grossa (e più amara) per chi il welfare se lo sogna la notte e quando scade il contratto rimane senza soldi. Il Ministro del Welfare appena insediata ha annunciato di essere a favore del reddito minimo garantito e ora non passa giorno che non dichiari di voler estendere anche ai precari gli ammortizzatori sociali. Volontà nobilissima. Eppure le risorse non si vogliono trovare, tant'è che il Ministro vorrebbe una riforma a costo sottozero. Come?Ridimensionando la cassa integrazione straordinaria e con una proposta così tecnica da non essere immediatamente chiara a tutti:si riducono i contributi figurativi, ovvero quei contributi pensionistici che vengono versati a coloro che fruiscono degli ammortizzatori sociali e che servono per la continuità dei versamenti e quindi una pensione “piena” a fine carriera.

"L’ARTICOLO 18 FRENA LO SVILUPPO"
Ci dicono che le aziende del nostro paese non crescono per colpa dell'art 18. Ma l'articolo 18 non si applica alle aziende al di sotto dei 15 dipendenti e il 95% delle aziende italiane ne ha meno di 10 . Pare proprio che il loro problema non sia l'art 18.Ci dicono che l'art 18 prevede che non si possa licenziare. FALSO! In questo paese si licenzia eccome, purtroppo.
L'art 18 è un diritto che prevede la reintegra in caso di licenziamento illegittimo (ingiustificato e discriminatorio). Forse si vuole licenziare i dipendenti “poco graditi” a piacimento? La modifica dell'articolo 18 è quindi un'arma di distrazione di massa per non affrontare i veri problemi (politica industriale, innovazione, investimenti per lo sviluppo).
Ma è anche un'arma ideologica, la stessa scusa con cui ci hanno propinato i contratti precari e il risultato è stato la disoccupazione giovanile ai massimi storici.
Sarà che qualcuno vuole perseverare?

ECCO COSA
BISOGNA
FARE
(SENZA FREGATURE!)

RIDURRE LE TIPOLOGIE CONTRATTUALI
Esistono 46 tipologie contrattuali. Molte di esse sono forme di lavoro usa e getta, nascondono sfruttamento legalizzato e quindi vanno abolite.

UN CONTRATTO VERO DI FORMAZIONE E ACCESSO AL LAVORO
L'apprendistato deve essere privilegiato quale contratto di accesso al lavoro.
La formazione in apprendistato però deve essere reale e certificabile.
La durata del periodo di formazione deve corrispondere al tipo di attività lavorativa, deve essere incentivata fortemente la stabilizzazione ed impedito l'utilizzo continuo di apprendisti senza che vi sia un effettivo inserimento.

IMPEDIRE GLI ABUSI DI CONTRATTI A TERMINI, COLLABORAZIONI, PARTITE IVA, STAGE.
Il lavoro a termine dovrebbe essere un'eccezione per specifiche esigenze e invece è diventato la norma. Questo fenomeno va contrastato e disincentivato attraverso l'aumento del costo per il datore di lavoro. Infatti in molti casi siamo in presenza di contratti sottocosto ottenuto attraverso finto lavoro autonomo (collaborazioni e partite iva). Servono regole chiare che impediscano gli abusi e controlli per verificare la loro corretta applicazione. Il lavoro autonomo, quello genuino, deve costare di più ed essere pagato di più a compensazione del rischio che si assume il collaboratore. Gli stage devono essere occasioni di formazione e non lavoro mascherato. Per questo devono svolgersi esclusivamente durante i percorsi scolastici e universitari o entro 6 mesi dal termine di essi.

GARANTIRE LA CONTINUITA’ DI REDDITO, ESTENDERE LE TUTELE
Le tutele per la maternità/paternità e la malattia devono essere universali e garantite a tutte le tipologie di lavoro. Bisogna estendere l'indennità di disoccupazione a coloro che attualmente ne sono esclusi.

CREARE LAVORO E LIBERARE I GIOVANI
Cancellare la precarietà non basta. Bisogna sconfiggere la recessione con investimenti mirati nei settori ad alto contenuto innovativo e di ecosostenibilità al fine di orientare il nostro modello di sviluppo e creare lavoro, in particolare per i giovani. Bisogna infatti mettere fine allo spreco di una generazione che è costretta a fuggire all'estero per vedere valorizzate le proprie competenze.
Infine tutti devono avere diritto alla formazione e bisogna garantire una rete di servizi all'impiego pubblici in grado di sostenere e orientare chi cerca lavoro e chi lo perde.

martedì 24 gennaio 2012

CGIL: resoconto incontro Governo parti sociali del 23 gennaio



Pubblichiamo un resoconto pervenutoci dalla Segreteria Nazionale CGIL in merito all'incontro di ieri tra Governo e parti sociali. Il giudizio che la CGIL nè dà è di un confronto molto problematico ed incerto.

Si è svolto oggi il primo incontro fra Governo e parti sociali su crescita e mercato del lavoro.
Nel corso del confronto il Presidente del Consiglio ha introdotto informando che il prossimo Consiglio dei Ministri varerà il decreto sulle semplificazioni.
Nel merito ha indicato l'importanza di questo tavolo di confronto, indicando nel lavoro e nel suo futuro il fattore produttivo più prezioso e degno di rispetto e contemporaneamente la sua incidenza quantitativa nei processi produttivi.
I provvedimenti già adottati secondo il Presidente del Consiglio (a partire da liberalizzazioni e semplificazioni, assieme a investimenti e riattivazione del CIPE) possono dare più spazio alla discussione su questo tavolo per trovare soluzioni strutturali.
Ha poi svolto la relazione il Ministro Fornero (erano presenti anche i Ministri Passera, Profumo, Grilli e il sottosegretario Catricalà)
Il Ministro ha proposto un percorso articolato su argomenti tematici, indicando in 3 o 4 settimane il tempo per lo svolgimento del confronto.
I tavoli originali proposti erano 5, poi in seguito ridotti a 4.
  • Tipologie di impiego
  • Apprendistato, formazione e aggiornamento professionale
  • Flessibilità, produttività e sviluppo
  • Ammortizzatori sociali, politiche attive del lavoro e servizi all'impiego
Questi tavoli dovrebbero essere preceduti da un documento base del Governo condiviso fra le parti.
I punti di quel documento letto dal Ministro, partivano dagli stessi concetti utilizzati per la riforma previdenziale: “cambiare il ciclo di vita, schema totalmente assicurativo, ecc..”
Nel merito sono state riproposte norme per le assunzioni (criticando meccanismi troppo legati all'anzianità?) basate su un nuovo contratto in cui le tutele dovrebbero evolvere con l'aumento dell'anzianità di servizio, che avrebbe riguardato solo i futuri rapporti di lavoro e che potrebbe essere applicato con un approccio sperimentale di settore o di azienda.
Quindi, riproponendo, pur senza denominazione, il concetto: meno tipologie sostituite da un meccanismo di gradualità per tutele e diritti. Meccanismo che risulterebbe penalizzante per i giovani e per chi ha perso il lavoro.
Un maggior costo, definito lieve, per le altre tipologie di lavoro, senza specificare quali, e di cui si prevede anche una riduzione, rendendo più conveniente la conversione a tempo indeterminato.
Per quanto riguarda gli ammortizzatori si è parlato della trasformazione dell'attuale meccanismo in 2 pilastri più 1.
Il primo che richiama la cassa integrazione, restringendola però solo ai problemi di contrazione della operatività (in sostanza solo l'attuale ordinaria e superamento della straordinaria)
Il secondo solo per chi perde l'impiego, naturalmente con ampie indicazioni sul fatto che va scoraggiato un suo uso prolungato o ripetuto.
Entrambi questi aspetti devono essere finanziati con meccanismo assicurativo e quindi a totale carico di lavoratori e imprese.
Il possibile terzo pilastro è il cosiddetto reddito minimo (non meglio specificato), chiarendo però che non è disponibile nessuna risorsa pubblica e quindi il sistema andrebbe definito nell'accordo ma non entrerebbe in vigore per molto tempo.
La Ministra ha parlato inoltre di un possibile intervento legislativo sui vincoli alla contrattazione delle parti.
La proposta metodologica, se le linee guida non fossero state rigettate, era quella di svolgere un confronto basato su gruppi di lavoro informatici con scambio di pareri.
E' ovvio che come CGIL non abbiamo condiviso né le linee guida, né il metodo di confronto chiedendo la non divulgazione del documento perché non condiviso. Inoltre noi, ma anche tutte le altre parti sociali hanno rivendicato la piena autonomia delle parti e non norme di legge sulla contrattazione.
Anche CISL e UIL sulla base del documento unitario si sono dette non d’accordo sullo schema di proposta.
Le organizzazioni imprenditoriali presenti (Confindustria, ABI, Rete Imprese Italia e Cooperative) pur con diverse accentuazioni e motivazioni (molto simili sugli ammortizzatori alle posizioni sindacali, diverse sulle tipologie di lavoro) hanno comunque non condiviso le linee guida e il metodo di confronto.
Per questo il Ministro ha dovuto, concludendo, dire che il documento sarà rivisto e inviato la prossima settimana e i tavoli di confronto riprenderanno successivamente in plenaria.
Come si capisce da questa sommaria ricostruzione con la giornata di oggi si è solo superato un primo problema che però poteva diventare insormontabile per il proseguo del confronto.
Va costruita adesso un'altra agenda e altre priorità di merito (in questo senso interessanti i brevi interventi del Ministro Profumo sulla formazione permanente e del Ministro Passera sullo sviluppo e su strumenti per l’emergenza lavoro) sapendo che questa battuta d'arresto non significa di per sé cambiamento dell'orientamento del Ministro.
Come reazione a questa situazione alcune parti sociali hanno ipotizzato un confronto a latere che vorrebbe preservare molto dell’esistente e che presenta delle problematicità.
Le differenze fra noi e le organizzazioni dei datori di lavoro non sono certo tutte superate, e va evitato un percorso in cui positive conclusioni tra le parti su singoli aspetti possano incidere positivamente sul Governo, ma punti di dissenso lascerebbero totale scelta di decisione all'esecutivo.
Verificheremo nei prossimi giorni tutti questi aspetti e, non appena ci sarà inviato il nuovo testo del Governo, ve lo faremo pervenire insieme alle nostre osservazioni sul merito e sui meccanismi del confronto.

giovedì 1 dicembre 2011

Rassegna Stampa: Intervista a Chiara Saraceno


Chiara Saraceno: «Sì alla flex security ma con stipendi più alti»



La sociologa Chiara Saraceno d'accordo con il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nell’intervista a l’Unità in cui poneva la necessità di puntare sui giovani.




«Gli stiamo costruendo un futuro da poveri». La sociologa Chiara Saraceno non è sorpresa dalle allarmate parole con cui il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nell’intervista a l’Unità ha descritto la situazione dei giovani in Italia. «Il suo grido d’allarme è condivisibile - dice -. Purtroppo, il tema non è nuovo». 

La diagnosi del governatore Visco è chiara, ma la terapia c’è? 
«È tanto che si sente questo grido di dolore, il problema è che si è fatto pochissimo. Visco centra la questione: i bassi salari di ingresso dei nostri giovani laureati. Qui la contraddizione è fortissima, perché non solo sono costretti a lavorare e a vivere in modo precario, non solo sono quelli su cui si scaricano le rigidità del nostro mercato del lavoro e a cui viene applicato il meccanismo contributivo per le pensioni, ma sono anche pagati meno. Subiscono tutti gli svantaggi, ma non hanno in cambio neppure un minimo vantaggio salariale. Se non ci fossero le famiglie a sostenerli non potrebbero certo reggere». 

Un presente da poveri e futuro peggiore. Il direttore dell’Inps disse che non rendeva noto il dato sulle pensioni dei precari perché altrimenti ci sarebbe stata una sommossa. 
«Oltre all’aliquota contributiva bassa c’è il salario che non solo è basso ma è anche instabile. Vengono colpiti da continue interruzioni, e ogni volta che finisce un contratto ripartono da zero, tornano sempre al via in un infinito gioco dell’oca. Insomma non hanno né un salario dignitoso, né una sicurezza per il domani». 

Il problema è come se ne esce. Si aumenta il costo orario del lavoro precario rendendolo più alto di quello a tempo indeterminato o si sceglie la flex security?
«Io sono per la flex security ma decente. Non finta, non si può guardare solo alla possibilità di licenziare. È un approccio sbagliato al problema. Io ritengo che il posto fisso per tutta la vita come l’abbiamo conosciuto noi non ci sia più. Ma questo non significa non avere uno stipendio che sia in grado di far vivere le persone in maniera dignitosa e non avere una rete di protezione credibile. Invece oggi abbiamo la precarietà e un sistema di protezione sociale legato solo al posto fisso. Un sistema che protegge dall’emergenze, non dal fatto che una persona possa cambiare più di un lavoro nel corso della sua vita e che in questi passaggi possa avere dei momenti di vuoto». 

Ma io imprenditore perché dovrei assumere una persona se posso utilizzare, risparmiando un bel po’, una persona con finta partita Iva o un contratto precario? Mi costa meno e lo mando via quando voglio. 
«E' evidente che c’è il problema di una imprenditoria italiana che non investe in ricerca e in capitale umano, che ritiene che tutto, anche il lavoratore, sia fungibile. Non a caso il problema delle nostre imprese è la competitività perché la scarsa innovazione nei prodotti deriva proprio dagli scarsi investimenti in ricerca e nelle persone. Ma questa è miopia. Perché è ovvio che se ad esempio un laureato in ingegneria lo pago poco, poi se ne andrà via. L’imprenditoria italiana dovrebbe fare mea culpa. Perché è vero che c’è il problema di collegare la formazione, scuola e università, al mondo del lavoro, ma è anche vero che spesso c’è il sospetto da parte delle imprese verso le persone colte e preparate». 

In Italia ci sono pochi laureati che però poi sono poco cercati dalle nostre imprese, che preferiscono manodopera non qualificata, e quei pochi assunti sono pure pagati poco. Ma perché succede? 
«Da una parte perché il nostro sistema imprenditoriale è fatto da tantissime piccole e micro aziende a gestione familiare e poi perché come sistema Paese abbiamo perso grandi imprese in settori, come la chimica, dove fare ricerca e formazione è fondamentale per andare avanti». 

Quindi non è solo colpa della rigidità del mercato del lavoro se oggi i giovani trovano quasi soltanto lavori precari e mal pagati? 
«Certo ogni medaglia ha sempre due facce. Del famoso Libro Bianco del professor Biagi ad esempio è stato realizzato solo un pezzetto, quello della flessibilità, le parti che trattavano la rete di protezione diffusa e la formazione permanente se le sono dimenticate. E alle imprese che hanno ragione a lamentarsi dovrebbe essere chiesto che hanno fatto fin qui oltre a utilizzare al massimo ogni possibilità di flessibilità. Quanto alla politica se è mancato il Governo, anche la sinistra ha perso troppe occasioni». 

In che senso?
«Che è rimasta statica, non ha più guardato alla realtà che cambiava, col risultato che non è riuscita neppure nell’intento di proteggere chi voleva tutelare. Abbiamo perso anni, almeno 15, e il problema è che il Paese nel frattempo ha perso treni che, temo, non passeranno più».

27 novembre 2011