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martedì 5 marzo 2013

Giornale Metalmeccanico: iMec 21 febbraio 2013






Dall’Assemblea dei Grandi gruppi metalmeccanici una lettura dello stato dell’industria italiana
Grandi sfide
di Giuseppe Bonanni
Dopo dieci anni tornano finalmente a riunirsi i delegati Fiom delle grandi imprese italiane. All'assemblea nazionale dei grandi gruppi metalmeccanici hanno partecipato ben oltre 200 delegati e la sala Di Vittorio, presso la sede nazionale della Cgil, è risultata decisamente troppo piccola. Dieci anni non sono certamente pochi in un panorama industriale globale in continua trasformazione, in un inizio secolo che ha visto la piena globalizzazione dell'industria e della finanza, l'affermazione di un nuovo modello economico mondiale, e, in rapida successione, la sua crisi drammatica, soprattutto per i cittadini del vecchio continente e, in particolare, per noi italiani.
Per questo è quanto mai opportuno che la Fiom sia tornata ad interrogarsi con i suoi delegati sulle trasformazioni e sui cambiamenti delle grandi imprese scosse dalla crisi, su quali politiche sindacali e industriali approntare come organizzazione sindacale e su quali interventi politici chiedere a chi, subito dopo le elezioni, avrà il compito di far uscire il paese dalla crisi. Misurare lo stato di salute dei grandi gruppi italiani (piuttosto piccoli, visto che tra i primi 500 gruppi mondiali di italiano ci sono solo Eni e Finmeccanica, dopo la divisione in due distinte società del gruppo Fiat), le loro prospettive di sviluppo, il ricorso alla cassa integrazione, il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori, cercare di capire le nuove condizioni di lavoro, i meccanismi di determinazione dei salari, l'effettivo esercizio dei diritti sindacali, scattare, insomma, una foto complessiva e aggiornata delle grandi industrie non potrà che essere un impegno difficile, che richiede tempo, energie e idee nuove. Questa prima assemblea è quindi solo l'avvio di un cammino che, proprio perché nelle intenzioni si prefigge mete ambiziose, non potrà che essere lungo e articolato. «Abbiamo iniziato a raccogliere dati su oltre 200 grandi aziende - ha detto Michela Spera, della segreteria nazionale della Fiom, in apertura dei lavori dell'assemblea - dove lavorano circa 127 mila persone, dove si registra una bassa sindacalizzazione ma con una buona presenza Fiom che ha oltre il 53% dei delegati, ovvero una percentuale superiore a quella degli iscritti.
Già dai primi dati emerge che la situazione tra i comparti è disomogenea: elevata sindacalizzazione nella siderurgia, buona nel settore degli elettrodomestici, scarsa iscrizione al sindacato nell'informatica e nelle telecomunicazioni, dove la Fiom ha comunque un buona presenza nelle Rsu».
Quindi, e innanzitutto, conoscere più a fondo come è cambiata la struttura della grande industria e come è stato rivoluzionato il funzionamento delle imprese. «Solo su questa base di conoscenze sarà possibile costruire una iniziativa sindacale efficiente – ha affermato nella sua relazione di apertura il segretario generale della Fiom Maurizio Landini – all'altezza delle sfide sia sul piano delle condizioni di lavoro che su quello dell'esercizio dei diritti sindacali, stravolti e negati in questi ultimi anni».
L'attacco al lavoro, la negazione della sua dignità parte da lontano. Nel 2001, il famigerato libro bianco del governo Berlusconi sul mercato del lavoro,conteneva l'auspicio del superamento dei contratti collettivi di lavoro. E oggi, dopo l'ulteriore colpo portato dall'accordo illegittimo imposto da Federmeccanica a Fim e Uilm il 5 dicembre scorso, siamo di fronte al fatto che il contratto collettivo nazionale non c'è più. «C'è un attacco durissimo alla contrattazione collettiva – dice Landini – con quell'articolo 8 che sancisce per legge la possibilità di derogare ai contratti collettivi e alle leggi sul lavoro, spingendo verso una aziendalizzazione dei rapporti di lavoro.» Quanto è accaduto alla Fiat non è quindi un caso. Molte grandi imprese hanno già dato la disdetta degli accordi e chiedono mani libere su salari e orari. Per questa ragione, quindi, la scelta della Fiom di opporre una strategia nazionale di ricostruzione contrattuale da realizzarsi azienda per azienda, facendo votare alle lavoratrici e ai lavoratori i contenuti della Carta rivendicativa, deve vivere anche e soprattutto nei grandi gruppi industriali metalmeccanici, a partire dalla riconferma dei diritti e della democrazia nei luoghi di lavoro fino alla difesa reale del potere d'acquisto dei salari, alla riconferma della disciplina vigente sugli orari di lavoro, riducendoli a fronte di un maggior utilizzo degli impianti, all'estensione dell'utilizzo dei contratti di solidarietà e della cassa integrazione nelle situazioni di crisi, all'affermazione della parità di trattamento economico e normativo a parità di lavoro, alla limitazione dell'utilizzo delle forme di lavoro atipico e al diritto al pagamento dei primi tre giorni di malattia.
In mancanza di una reale opposizione ai processi attuali l'idea di un sindacato che difende interessi generali viene meno e cambia la natura stessa del sindacato, con un accrescimento del potere decisionale dei dirigenti di azienda: «è un modello di relazioni industriali che va contrastato sia sul piano giuridico sia con l'azione rivendicativa e contrattuale, all'interno di un quadro complessivo difficile e reso più drammatico dal rischio concreto di una deindustrializzazione del paese».
Un processo dai tratti autoritari che va assolutamente respinto. «Serve più democrazia – dice Landini – bisogna ottenere una legge sulla rappresentanza che permetta a tutti i lavoratori di poter votare gli accordi a tutti i livelli. Questo è il cuore della questione democratica aperta nel paese, perché solo con nuove forme di democrazia economica sarà possibile per i lavoratori discutere e decidere sui modelli organizzativi del lavoro, sugli orari, sui salari, cioè sulla loro vita in fabbrica.»
Per la Fiom il governo che uscirà dalle urne dovrà innanzitutto rispondere ad alcuni punti dirimenti: cancellazione dell'articolo 8, sulla rappresentanza che dia diritto di votare ai lavoratori, politiche industriali per uscire dalla crisi e ruolo dello Stato, un vero contratto nazionale di lavoro. «Vogliamo inoltre – dice ancora Landini – che venga incentivata la riduzione degli orari di lavoro e che venga esteso l'uso dei contratti di solidarietà, chiediamo che venga lanciato un piano straordinario di investimenti anche pubblici per stimolare l'economia.» Risorse economiche per uscire dalla crisi, nuove politiche industriali e di sviluppo, riconoscimento dei diritti, costruzione di un nuovo modello democratico della rappresentanza sindacale. A sostegno di queste  la Fiom prevede di mettere in campo, nel mese di aprile, una mobilitazione nazionale, che verrà preventivamente discussa dai delegati delle grande aziende in un nuovo appuntamento a marzo. «I lavoratori sono stati lasciati da soli in questi anni, c'è stato un vuoto della politica – ha proseguito Landini – noi difendiamo la nostra autonomia e chiediamo alle forze politiche di rispondere sulle questioni del lavoro, noi non difendiamo interessi corporativi ma interessi di tutti. Dobbiamo impedire che si usi la crisi per cancellare i diritti generali e per questo, insieme, dobbiamo  il nesso, il  tra le nostre  e la nostra azione  di tutti i giorni  fabbrica».
E in tutto  bisogna anche  come non ci  oggi «a livello  – ha aggiunto il  della Fiom – una dimensione sindacale adeguata ai processi  che sono in atto nel lavoro e nelle imprese. E per questo motivo noi scontiamo il rischio di una competizione fra lavoratori e fra paesi». Serve quindi un'Europa dei diritti del lavoro che impedisca di spostare investimenti e delocalizzazioni a seconda dei vantaggi fiscali ed economici offerti da paese a paese.
Una sfida difficile, anche ambiziosa. Perseguire insieme alle lavoratrici e ai lavoratori obiettivi di giustizia: interpretare alla lettera il significato della parola sindacato.


Riconquistare la democrazia
di Stefano Rodotà
La questione democratica è la vera agenda del governo che noi tutti ci auguriamo possa uscire dalle prossimi elezioni. È il tema centrale della società e della politica italiana, quella politica diventata ancella dell’economia, con le leggi dello stato soppiantate da quelle di un mercato concepito come elemento indiscutibile e «naturale», producendo una progressiva riduzione del senso della presenza politica. È così che la questione democratica si lega alla questione della rappresentanza, che se è molto forte ed evidente nel mondo del lavoro, ci riguarda anche come cittadini. Non possiamo dimenticare che tuttora votiamo con una legge dalla dubbia costituzionalità, mentre la politica non è stata sensibile a questo problema, al carattere democratico della rappresentanza, con le conseguenti distorsioni che vediamo in questa campagna elettorale, l’emergere dei populismi, la tendenza al voto di protesta.
Qui la questione del lavoro è centrale. Il ruolo del lavoro deve essere ripensato a partire dal ruolo che deve avere il pubblico, come ci ricorda la stessa Corte dei Conti sottolineandol’urgenza di fare un bilancio critico delle nostre privatizzazioni, che per lunghi anni sono invece state considerate un sacro tabù. In questi ultimi vent’anni il ruolo pubblico è stato emarginato e individuato come il male da combattere. I risultati sono di fronte a noi, non solo nella dimensione italiana, perché sappiamo che la crisi che attanaglia il mondo almeno in parte è stata generata dal privato e dalla sua presunta sacralità. Così siamo arrivati al punto da incontrare parecchie difficoltà nel dare regole al privato, cosa invece indispensabile per «ripubblicizzare» le nostre società e affrontare le nostre emergenze, prima fra tutte quella della cittadinanza. Cittadinanza che non può prescindere dal lavoro, come ci ricorda la nostra carta costituzionale, lavoro che è intrecciato profondamente con tutti gli altri diritti. Questo chiama in causa il ruolo del sindacato. Spesso negli ultimi anni il sindacato – almeno un certo tipo di sindacato – è stato dipinto come un nemico, responsabile di qualunque male. È un filo lungo che sta nella storia di questo paese, penso al decreto di san Valentino sulla scala mobile che aveva anche lo scopo di decretare l’irrilevanza politica del sindacato. Così oggi il sindacato viene accettato solo se torna a essere cinghia di trasmissione di qualcuno, mentre è considerato un soggetto turbativo se riparte dalla rappresentanza, perché il populismo concepisce la politica solo come «presa diretta» priva di qualunque struttura di mediazione. Da qui l’ossessione degli attacchi alla Cgil o alla Fiom, illudendosi di cancellare il conflitto e chi lo gestisce, rimuovendo il ruolo fondamentale di coesione sociale che assume un sindacato autonomo dal potere. Per questo la rappresentanza sindacale è un tema politico generale, che riguarda tutti, un componente della questione democratica da affrontare: la legge sulla rappresentanza del lavoro ne è un passaggio necessario.
Una seconda questione è che in democrazia ogni negoziazione deve essere «all’ombra della legge», cioè con regole che la mettano al riparo dalle sopraffazioni. E qui mi chiedo perché partiti vicini a noi non hanno colto l’importanza dei referendum sull’articolo 8 e sull’articolo 18, contro la dissoluzione privatistica del diritto del lavoro, il diritto di coalizione dei lavoratori, il diritto di sciopero, la riconquista del potere sociale che non è solo un problema italiano ma che in Italia acquista maggior peso, per la crisi della politica e per la sua distanza dai problemi del lavoro. Noi abbiamo avuto una continua abdicazione del ruolo pubblico in economia e sui rapporti tra imprese e lavoro, come nel caso dei persistenti attacchi allo Statuto dei lavoratori. Per questo i referendum sull’articolo 8 e sull’articolo 18 sono più che necessari. E mi spiace che pure nel sindacato e dalle nostre parti non sempre questi referendum siano stati sostenuti con la dovuta energia. Oggi dobbiamo riproporne la crucialità come parte della questione democratica che mi auguro il prossimo governo affronti. Una terza questione riguarda l’Europa, la necessità di un’iniziativa sindacale europea, ancora troppo debole rispetto alle dimensione dei problemi che vanno ormai affrontati in un quadro europeo. Però è importante, ad esempio, che i sindacati dei lavoratori pubblici europei abbiano già raccolto più di un milione di firme da sottoporre alla Commissione Ue, contro la privatizzazione dei servizi pubblici. Perché l’iniziativa sindacale su scala europea è indispensabile per evitare che la giusta richiesta di più Europa politica non si riduca a dare più potere per governare con mano di ferro l’economia azzerando la dimensione dei diritti. Pericolo che va scongiurato ribadendo il ruolo fondativo dei diritti dei cittadini nella storia europea. Da questo punto di vista, in questi giorni è stata presentata un proposta di legge d’iniziativa popolare sul reddito minimo garantito, il cui primo articolo fa riferimento all’ìmpegno contenuto nella carta europea di garantire un’esistenza dignitosa a tutti i suoi cittadini, evitando l’esclusione sociale. Credo che anche il sindacato debba confrontarsi con queste proposte, se non altro perché la lunga crisi economica che stiamo attraversando e di cui non conosciamo l’esito, richiede un ripensamento degli ammortizzatori sociali nati parecchi anni fa. La lotta per un’esistenza dignitosa di cui dobbiamo farci carico per aggiornare il nostro welfare anziché smantellarlo è l’opposto di quella concezione caritatevole dell’assistenza contenuta, ad esempio, nell’agenda Monti laddove si parla di reddito di sostentamento minimo e lo si aggancia alla social card, uno degli strumenti peggiori messi in campo dal governo Berlusconi. Come a dire, «al massimo vi impediremo di morire di fame». Questo è un ritorno indietro nel tempo, a prima della modernità, a prima di Locke, pensatore liberale che considerava il lavoro proprietà della persona. Noi stiamo vivendo una regressione culturale che si traduce in interventi istituzionali: dobbiamo contrastare questa tendenza, compresi quegli aiuti – più o meno inconsapevoli - venuti anche da sinistra a un pensiero riassumibile nelle banalità del «pubblico è brutto».



Un impegno parlamentare per portare la
democrazia in fabbrica
 
Abbiamo chiesto ai candidati delle liste di sinistra un impegno per una proposta di legge che permetta alle lavoratrici e ai lavoratori di votare sugli accordi e i contratti che li riguardano. Questo è il testo con le adesioni che ci sono giunte.

La Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro garantisce a tutti i cittadini il diritto di partecipare alla vita pubblica con il voto. Ma questo diritto, ancora oggi, si ferma di fronte alla soglia di fabbriche e uffici. Perché nulla garantisce alle lavoratrici e ai lavoratori di poter intervenire sulle decisioni che regolano la loro vita e la loro condizione di donne e uomini sul luogo di lavoro. Una privazione che diventa ancor più pesante nel corso di una crisi economica che difficilmente può essere superata senza la partecipazione democratica dei lavoratori.
È importante e urgente – per motivi concreti oltre che per affermare un valore costituzionale - il varo di una legge sulla rappresentanza sindacale che garantisca alle lavoratrici e ai lavoratori di poter giudicare con il voto gli accordi e i contratti che li riguardano e abrogare l’articolo 8 della legge 148/2011 che ostacola l’esercizio di questo diritto. È un impegno che assumiamo per la prossima legislatura nel momento in cui ci candidiamo alle elezioni parlamentari.

Adesioni
Giorgio Airaudo, capolista Sel alla Camera, in Piemonte
Mario Tronti, candidato Pd al Senato, in Lombardia
Giovanni Barozzino, capolista Sel al Senato, in Basilicata
Piergiovanni Alleva, candidato Rivoluzione Civile al Senato, in Campania
Ida Dominijanni, capolista Sel al Senato, in Calabria
Roberta Fantozzi, capolista di Rivoluzione civile al Senato, in Toscana
Carlo Galli, candidato Pd alla Camera, in Emilia Romagna
Giovanna Marano, candidata di Rivoluzione civile alla Camera, in Lombardia, Lazio, Sicilia
Tino Magni, candidato Sel al Senato, in Lombardia
Manuela Palermi, candidata di Rivoluzione civile alla Camera, in Puglia
Giuseppe Guerini, candidato Pd alla Camera in Lombardia
Maurizio Zipponi, candidato di Rivoluzione civile alla Camera,in Toscana, Campania e Lombardia
Giulio Marcon, candidato Sel alla Camera in Veneto
Antonio Di Luca, candidato Rivoluzione civile alla Camera, in Campania e Puglia
Fabrizio Montuori, capolista Pcl alla Camera in Lombardia
Augusto Rocchi, candidato Rivoluzione civile alla Camera, in Veneto e Marche
Simone Bonanomi, candidato Sel alla Camera in Lombardia
Maria Colombari, candidata Sel alla Camera in Lombardia
Stefano Micheli, candidato Rivoluzione civile alla Camera nel Lazio
Luca Prini, candidato Pcl alla Camera in Lombardia
Nicola Magnella, candidato Rivoluzione civile alla Camera in Basilicata



Riconquistare il contratto. La proposta della Fiom
Continuano le Assemblee sulla Carta rivendicativa

Continuano ad arrivare da tutti i territori al centro nazionale i dati riguardo le assemblee in cui le lavoratrici e i lavoratori si stanno esprimendo sulla proposta della Fiom, in base alla Carta rivendicativa, per riconquistare un vero contratto nazionale, rendendo inapplicabile l'intesa separata dello scorso 5 dicembre fra Fim, Uilm e Federmeccanica. Al momento ci sono pervenuti i dati (parziali rispetto alle assemblee effettivamente svolte) relativi a circa 1.620 aziende, per un totale di circa 154.600 lavoratrici e lavoratori. Alle assemblee hanno votato più di 88.000 lavoratrici e lavoratori, che rappresentano quasi il 57% degli aventi diritto. Di essi, ben 81.600 hanno risposto di sì alla proposta, rappresentando oltre il 94% dei votanti ma soprattutto più della metà dei dipendenti. Si è già votato in moltissime aziende lombarde, dell'Emilia-Romagna e del Piemonte, ma anche in tutte le altre regioni proseguono ad altissimo ritmo le assemblee nei luoghi di lavoro. Tra gli ultimi dati arrivati quelli relativi alle assemblee alla Fincantieri di Sestri Ponente – dove ha votato l'85% degli aventi diritto, il 98% dei quali ha risposto sì alla proposta della Fiom – e alla Merlo di Cuneo – con 365 votanti su 750 dipendenti totali e il 94% di sì.
Molte sono le trattative già avviate sulla base del mandato che le lavoratrici e i lavoratori stanno dando nelle aziende alla Fiom. La settimana scorsa, solo per segnalarne una, il Coordinamento Fiom Marcegaglia ha inviato alla direzione aziendale, sulla base dei risultati ottenuti negli stabilimenti del Gruppo, una richiesta di incontro per illustrare i punti contenuti nella carta rivendicativa e aprire una trattativa. Tra gli accordi già sottoscritti – e che sono consultabili nell'area dedicata sul sito www.fiom.cgil.it – quello alla Bondioli&Pavesi di Mantova, alla Polo nautico e alla Fabbrica italiana Panfili, entrambe di Viareggio.