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giovedì 2 maggio 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica



Pensioni: i giovani rischiano la povertà

Attualmente lo Stato integra più del 40% degli assegni, ma per chi ha cominciato a lavorare dal '96 non è più possibile. Eppure solo il 30% dei giovani si è costruito una previdenza integrativa. Così in tanti rischiano di trovarsi in difficoltà a fine carriera. L'allarme di Alberto Brambilla, che lancia la Giornata nazionale della previdenza

di RAFFAELE RICCIARDI

MILANO - Due milioni di giovani sappiano, già oggi, che rischiano di avere una pensione 'povera'. Il monito è lanciato da Alberto Brambilla, docente dell'Università Cattolica e fino al dicembre 2011 presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale del ministero del Lavoro. Con la piena attuazione delle riforme pensionistiche culminate con il testo Fornero - i cui effetti si sentono pienamente da inizio anno - è venuta meno l'integrazione da parte pubblica dei trattamenti per coloro che non raggiungono gli assegni minimi. In sostanza, per chi è entrato nel mondo del lavoro dal 1996, lo Stato non aggiunge più nulla per integrare le pensioni. "Da quella data sono entrate nel mondo del lavoro circa 7 milioni di persone", spiega Brambilla. "Secondo i dati relativi al 2011, 6,9 milioni di pensionati ricevono un'integrazione, su un totale di 16,7 milioni di pensionati". Significa poco più del 40% del totale.

A questo si aggiunge la scarsa incidenza delle forme previdenziali integrative: "I 'lavoratori giovani' iscritti alla previdenza integrativa stentano ad arrivare al 30%", spiega il professore. In pochi - di fatto - hanno iniziato a costruire un tesoretto personale. Se si confermasse una necessità di integrazione intorno al 40% anche per quei 7 milioni di lavoratori che, avendo iniziato dopo il '96, non ne hanno più diritto "si arriva a un totale di 2,8 milioni di bisognosi potenzialmente di integrazione". Ma di questi - tornando invece a indicare il trend di accesso alle forme previdenziali - "meno di un terzo ha provveduto a integrare personalmente il proprio assegno: due milioni rischiano quindi di ritirarsi dal lavoro e scoprire di essere poveri". E' vero - aggiunge Brambilla - "che ora le età di ritiro sono più elevate e molti degli integrati sono andati in pensione molto giovani, ma è altrettanto vero che questo dato non considera tutti quelli che inizieranno a lavorare nei prossimi anni e non è quindi balzano definirlo sottostimato".

Per Brambilla emerge la necessità di informare i giovani di questa situazione: non a caso è tra gli animatori della Giornata nazionale della previdenza, che si terrà in Piazza Affari il 16, 17 e 18 maggio prossimi e che sul proprio sito internet fornisce strumenti di calcolo sulla situazione pensionistica personale (qui) e di comparazione dei fondi previdenza integrativa per ottenere i risultati migliori (qui). Ma il suo sguardo è corroborato dalle statistiche internazionali. E' stata l'Ocse, ricorda Brambilla, "a sottolineare che se si inizia a contribuire da giovani, con il 5% del proprio reddito si avrà il 20% in più di assegno pensionistico. Ma se si comincia a metà della vita lavorativa, cioè dopo vent'anni circa, bisognerà versare fino al 20% del reddito per lo stesso obiettivo". E ormai vent'anni sono quasi passati per quelli che hanno cominciato a lavorare dopo il '96.

(20 aprile 2013)


venerdì 22 febbraio 2013

Rassegna Stampa: Il Fatto Quotidiano



di econoNuestra 21 febbraio 2013

Le ultime statistiche sulla disoccupazione hanno occupato, purtroppo, la scena mediatica sia a livello nazionale, che internazionale, e ad acquistare un triste protagonismo è stata la questione dei giovani (secondo i dati dell’Epa – istituto nazionale di statistica spagnolo – il 91% del lavoro distrutto negli ultimi quattro anni riguarda gli under 35). L’alto tasso di disoccupazione giovanile mostra un panorama desolante per l’economia spagnola. Nelle sue ultime dichiarazioni, Angela Merkel lamentava l’aumento della disoccupazione per colpa della crisi in Spagna e metteva la problematica al centro delle future politiche di azione comunitaria. Pochi giorni dopo, si approvavano i bilanci 2014-2020 dell’Ue nei quali si destinava lo 0,05% degli stessi alla lotta contro questa piaga. Inoltre, lo scorso 14 febbraio, il governo spagnolo e le parti sociali si sono accordate nel destinare 3.500 milioni di euro per combattere la disoccupazione giovanile attraverso il Piano strategico per l’apprendimento e il lavoro composto da 100 misure.
E’ evidente che il problema inizia ad inquietare tanto la Spagna come l’Europa. L’insostenibilità di questa situazione nel breve termine ha obbligato i dirigenti politici a riflettere e a mettere al centro misure per la riduzione dei livelli di disoccupazione giovanile, che, secondo Eurostat, è arrivata nel 2012 al 23,7% in Europa e il 57% in Spagna.
Ma, disgraziatamente, né con le ultime riforme del lavoro, né con il pacchetto di misure che ora si vogliono attuare si raggiungerà la tanto desiderata pietra filosofale. Se è certo che il tasso di disoccupazione è esploso man mano che si è sviluppata la crisi, la situazione lavorativa che presenta la Spagna è lontana dall’essere un problema congiunturale. L’insieme di fattori politici, sociali, storici e economico-produttivi che hanno determinato l’attuale mercato del lavoro, mostrano la complessità e il carattere strutturale della suddetta problematica, il che a sua volta obbliga a visualizzarla in uno spazio temporale che va oltre la crisi.
Se torniamo agli anni ’90, la disoccupazione totale, giovanile e non, raggiungeva allora un tasso esorbitante e molto superiore alla media Ue (tabella).
Col modello di crescita che iniziò a nascere durante gli anni ’90, la Spagna raggiunse il successo di un tasso di crescita economica e assorbì gran parte della popolazione senza lavoro. Nonostante questo, l’ubriacatura di queste esemplari statistiche sembrava ovviare al fatto che la realtà lavorativa si stesse configurando sulla base di una debole struttura economica e sociale, con alti tassi di disoccupazione addirittura negli anni di maggiore crescita e politiche di lavoro che hanno deteriorato le condizioni di lavoro e di vita.
La deregulation lavorativa permanente è sfociata in una precarizzazione e peggioramento della qualità del lavoro. La temporaneità si è stabilita come forma contrattuale abituale molto al di sopra della promessa europea. Sono cresciuti anche i contratti part-time che, descritti allora come una relazione lavorativa volontaria per favorire la conciliazione della vita professionale con quella familiare, ha dato luogo a soluzioni non volontarie e è diventata fonte di segregazione lavorativa tra uomini e donne, visto che sono state queste ultime le uniche ad usufruire della maggior parte di contratti di questo tipo.
Allo stesso modo, si sono estese altre forme di precarizzazione attraverso i contratti a turno, a ore, socialmente sfavorevoli e l’incremento di ore extra, che hanno presupposto un deterioramento della vita professionale e personale della popolazione.
Le politiche e le strategie promosse hanno seguito una tendenza globale fino alla flessibilizzazione del mercato del lavoro e hanno creato un importante cambiamento nella correlazione tra forze nella negoziazione tra capitale e lavoro, che si è riflesso a sua volta nel crollo dei redditi da salario sul Pil. Politiche ispirate a “rigorosi” modelli che difendono matematicamente il fatto che la riduzione della disoccupazione si ottiene soltanto con la riduzione de: 1) la negoziazione collettiva; 2) la protezione del lavoro; 3) i salari minimi e 4) la prestazione di disoccupazione, o altrimenti, raggiungendo un equilibrio rivedendo al ribasso i salari.
Partendo da questi presupposti si sono avallate le numerose riforme e decreti sul lavoro come verità inconfutabili, quando non esistono fondamenti che provino una relazione diretta tra minori salari e diritti del lavoro con maggiore creazione di lavoro. In questo senso alcuni studi mostrano che non esiste correlazione alcuna tra disoccupazione e rigidità/flessibilità lavorativa.
Aggrappati alla necessità di “modernizzare” e far convergere la struttura del mercato del lavoro verso quella dei nostri vicini europei, le distinte riforme della legislazione del lavoro hanno ripetuto sistematicamente misure collettive, la precarizzazione delle forme contrattuali e l’instabilità dei sussidi per disoccupazione. Un aggregato di politiche che né sono isolate né nascono alla luce delle ultime riforme del lavoro, ma che formano parte di un largo processo di ristrutturazione in cui il consumo ha potuto mantenersi con l’indebitamento, che ha supplito alle insufficienti retribuzioni salariali.
Le conseguenze di questo piano mostrano un panorama desolante per la popolazione giovane. Più di una generazione, con un alto livello di specializzazione, si sta vedendo toccata dalla disoccupazione di lunga durata (40% dei giovani disoccupati nel 2012) e dall’incapacità di raggiungere l’indipendenza economica a causa dell’instabilità contrattuale e i bassi salari. Una situazione che ha reso più profonda la disuguaglianza e la povertà (più del 32% dei giovani nel 2012) oltre ad obbligare quasi 400mila giovani ad emigrare davanti alla mancanza di opportunità (e non per spirito d’avventura).
Davanti ad una situazione così complessa, i meccanismi programmati per combattere la disoccupazione, e specialmente la disoccupazione giovanile, non sono nient’altro che toppe. La gravità della situazione, oltre a toccare la vita di questo gruppo, avrà conseguenze presenti e future sull’economia del paese (sostenibilità del sistema di pensioni, fuga dei cervelli, povertà, disuguaglianza…).
Continuare su questa strada, senza considerare il fatto che la disoccupazione strutturale in Spagna è strettamente relazionata con il modello di crescita, il sistema produttivo e d’impresa, renderà solo più profonda la ferita al posto di curarla. Nonostante tutto, ai giovani non resta che crearsi il futuro, nonostante i saggi cialtroni del presente.
di Mariu Ruiz-Gálvez Juzgado: Ricercatrice del Gruppo Economia Politica della Mondializzazione e membro di Econonuestra
(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)

sabato 10 marzo 2012

CGIL: giovani non + disposti a tutto - Flexsecurity = Fregaturity

Si parla di una riforma del lavoro per i giovani.
Di contratti unici. Di introdurre la flexsecurity.
Ma per adesso all’orizzonte vediamo solo...
F R E G A T U R I T Y !

"IN NOME DEI GIOVANI"
Il Presidente Monti ha più volte detto che i veri interlocutori di questa riforma sono i giovani, ma la verità è che giovani e precari sono uno specchietto per le allodole.
Servono a giustificare l'ideologia della flessibilità, che ancora una volta viene proposta come soluzione a tutti i mali e che aveva bisogno di un bel restyling: infatti è sotto gli occhi di tutti che un trentennio di flessibilizzazione selvaggia ha creato solo nuovadisoccupazione, povertà e depressione.

"TOGLIERE AI PADRI PER DARE AI FIGLI"
E' il principio che hanno sbandierato con la riforma delle pensioni Il risultato è noto:
l'allungamento dell'età pensionabile non solo colpisce chi ha lavorato una vita, ma blocca l'accesso a chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro. Non solo. Dietro alla retorica dei Ministri si nasconde un nulla di fatto: non è stato speso 1 euro per garantire pensioni dignitose ai giovani. Che continuano a rischiare un futuro previdenziale a tinte fosche.

"IL GOVERNO COMBATTE LA FLESSIBILITA’ CATTIVA"
Il Governo dice di voler combattere la flessibilità cattiva. Eppure non è affatto chiaro se saranno eliminate o quantomeno ridotte le 46 tipologie contrattuali precarie esistenti.
Anzi! Nel frattempo, nel decreto liberalizzazioni, invece di combattere la precarietà il Governo fa l'esatto contrario: alimenta l’abuso del lavoro interinale e sotto-pagato.
Inoltre elimina l'equo compenso per i praticanti.
Altro che pagare di più il lavoro precario!

"WELFARE PER TUTTI"
Questa è forse la bufala più grossa (e più amara) per chi il welfare se lo sogna la notte e quando scade il contratto rimane senza soldi. Il Ministro del Welfare appena insediata ha annunciato di essere a favore del reddito minimo garantito e ora non passa giorno che non dichiari di voler estendere anche ai precari gli ammortizzatori sociali. Volontà nobilissima. Eppure le risorse non si vogliono trovare, tant'è che il Ministro vorrebbe una riforma a costo sottozero. Come?Ridimensionando la cassa integrazione straordinaria e con una proposta così tecnica da non essere immediatamente chiara a tutti:si riducono i contributi figurativi, ovvero quei contributi pensionistici che vengono versati a coloro che fruiscono degli ammortizzatori sociali e che servono per la continuità dei versamenti e quindi una pensione “piena” a fine carriera.

"L’ARTICOLO 18 FRENA LO SVILUPPO"
Ci dicono che le aziende del nostro paese non crescono per colpa dell'art 18. Ma l'articolo 18 non si applica alle aziende al di sotto dei 15 dipendenti e il 95% delle aziende italiane ne ha meno di 10 . Pare proprio che il loro problema non sia l'art 18.Ci dicono che l'art 18 prevede che non si possa licenziare. FALSO! In questo paese si licenzia eccome, purtroppo.
L'art 18 è un diritto che prevede la reintegra in caso di licenziamento illegittimo (ingiustificato e discriminatorio). Forse si vuole licenziare i dipendenti “poco graditi” a piacimento? La modifica dell'articolo 18 è quindi un'arma di distrazione di massa per non affrontare i veri problemi (politica industriale, innovazione, investimenti per lo sviluppo).
Ma è anche un'arma ideologica, la stessa scusa con cui ci hanno propinato i contratti precari e il risultato è stato la disoccupazione giovanile ai massimi storici.
Sarà che qualcuno vuole perseverare?

ECCO COSA
BISOGNA
FARE
(SENZA FREGATURE!)

RIDURRE LE TIPOLOGIE CONTRATTUALI
Esistono 46 tipologie contrattuali. Molte di esse sono forme di lavoro usa e getta, nascondono sfruttamento legalizzato e quindi vanno abolite.

UN CONTRATTO VERO DI FORMAZIONE E ACCESSO AL LAVORO
L'apprendistato deve essere privilegiato quale contratto di accesso al lavoro.
La formazione in apprendistato però deve essere reale e certificabile.
La durata del periodo di formazione deve corrispondere al tipo di attività lavorativa, deve essere incentivata fortemente la stabilizzazione ed impedito l'utilizzo continuo di apprendisti senza che vi sia un effettivo inserimento.

IMPEDIRE GLI ABUSI DI CONTRATTI A TERMINI, COLLABORAZIONI, PARTITE IVA, STAGE.
Il lavoro a termine dovrebbe essere un'eccezione per specifiche esigenze e invece è diventato la norma. Questo fenomeno va contrastato e disincentivato attraverso l'aumento del costo per il datore di lavoro. Infatti in molti casi siamo in presenza di contratti sottocosto ottenuto attraverso finto lavoro autonomo (collaborazioni e partite iva). Servono regole chiare che impediscano gli abusi e controlli per verificare la loro corretta applicazione. Il lavoro autonomo, quello genuino, deve costare di più ed essere pagato di più a compensazione del rischio che si assume il collaboratore. Gli stage devono essere occasioni di formazione e non lavoro mascherato. Per questo devono svolgersi esclusivamente durante i percorsi scolastici e universitari o entro 6 mesi dal termine di essi.

GARANTIRE LA CONTINUITA’ DI REDDITO, ESTENDERE LE TUTELE
Le tutele per la maternità/paternità e la malattia devono essere universali e garantite a tutte le tipologie di lavoro. Bisogna estendere l'indennità di disoccupazione a coloro che attualmente ne sono esclusi.

CREARE LAVORO E LIBERARE I GIOVANI
Cancellare la precarietà non basta. Bisogna sconfiggere la recessione con investimenti mirati nei settori ad alto contenuto innovativo e di ecosostenibilità al fine di orientare il nostro modello di sviluppo e creare lavoro, in particolare per i giovani. Bisogna infatti mettere fine allo spreco di una generazione che è costretta a fuggire all'estero per vedere valorizzate le proprie competenze.
Infine tutti devono avere diritto alla formazione e bisogna garantire una rete di servizi all'impiego pubblici in grado di sostenere e orientare chi cerca lavoro e chi lo perde.

lunedì 16 gennaio 2012

CGIL Piemonte: nota del 3 gennaio sulla manovra Monti








 
 
 
 
NON C'E' TRACCIA DI EQUITA' NELLA MANOVRA DI DICEMBRE SULLE PENSIONI MA SOLO UN'ULTERIORE SCELTA DI FARE CASSA CON MISURE STRUTTURALI CHE INCIDONO SUI REDDITI DEI PENSIONATI E DEI LAVORATORI E LASCIANO INTATTI I PRIVILEGI

Nonostante le pressioni esercitate unitariamente da CGIL-CISL-UIL in sede di conversione di legge, le nostre richieste di modifica non sono state accettate dal Parlamento che ha confermato l'impostazione del provvedimento del Governo promulgando la Legge 214 del 22-12-2011.

Il giudizio della CGIL su questa norma è fortemente negativo: si tratta infatti dell'ennesimo provvedimento-cassa che riproduce e aggrava le iniquità già presenti nel sistema senza offrire davvero una soluzione per il diritto alla pensione di tutti, in particolare per i giovani, le donne e i lavoratori del settore pubblico. Tale scelta sul sistema previdenziale, fatta senza il necessario confronto con le parti sociali rischia di essere ulteriormente aggravata dall'annunciata riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali. Il sistema previdenziale infatti si regge sul sistema di contribuzione e di solidarietà tra generazioni ma ha particolarmente bisogno di un mercato del lavoro solido e non parcellizzato e precario come quello cui si è giunti, come la CGIL denuncia da tempo. Una riforma del sistema previdenziale, che garantisca i diritti acquisiti e il futuro ha bisogno di un intervento strutturale di tutt'altra natura, che ristabilisca equilibrio e intacchi i privilegi. Invece:
  • Si programma la riduzione del potere di acquisto delle pensioni e del valore stesso dell'assegno pensionistico, cancellando i diritti acquisiti, come la soglia dei 40 anni di contribuzione per l'accesso alla pensione.
  • La rivalutazione automatica è prevista al 100% solo per i trattamenti pensionistici che raggiungono un importo complessivo fino a 3 volte quello minimo, ovvero la soglia di 1405.05 euro lorde. Questo provvedimento iniquo riduce il valore delle pensioni più basse che sono la grande maggioranza di quelle erogate, colpisce in particolar modo le donne e, in caso di titolarità di più pensioni, introduce una ulteriore penalizzazione in quanto gli importi si sommerebbero determinando facilmente il superamento della soglia prevista.
  • Dal 2012 si alza ulteriormente il limite di età per l'accesso a pensionamento di vecchiaia ordinario (con il requisito minimo contributivo di 20 anni): 66 anni per autonomi, 66 anni per il pubblico impiego, comprese le donne, 62 anni per le lavoratrici dei settori privati e 63 anni e 6 mesi per le lavoratrici autonome. A questi si aggiungono gli aggiornamenti triennali legati alla speranza di vita. Vuol dire che chi ha cominciato da poco a lavorare andrà in pensione a 70 anni o più! Non vi è limite infatti all'innalzamento dell'età pensionabile. E' evidentemente un provvedimento irrazionale, iniquo e incivile, che aggrava la condizione delle donne, che grazie a questa norma potranno lavorare fino a 5 anni in più del previsto, rincorrendo l'età della pensione all'infinito.
  • Non si salva dall'innalzamento dell'età nemmeno il requisito anagrafico per l'assegno sociale che sale a 65 anni a partire dal 1 gennaio 2012 e nel 2018 arriverà a 66 anni, tenendo conto che già nel 2013 i 65 anni si incrementeranno per la speranza di vita di 3 mesi!
  • Si introduce il contributivo pro rata per tutti dal 2012, ma i coefficienti di trasformazione del montante restano programmati al ribasso, riducendo nei fatti il valore della pensione. Invece vengono calcolati i coefficienti per i 65 anni e oltre, vista la progressione in alto dell'età anagrafica. Alcuni aggiornamenti si fanno, eccome!
  • Le nuove regole a decorrere dal gennaio 2012 per i requisiti di pensione di vecchiaia (l'anzianità come noto scompare fatta eccezione per alcune fattispecie di lavoratori) prevedono ulteriori peggioramenti: viene infatti innalzata la soglia minima per l'accesso che diventa 1,5 volte l'assegno sociale ovvero un lordo di 643,50 euro per il 2012, calcolati in base al contributivo. Cioè i lavoratori privi di contribuzione al 1 gennaio 1996 potranno ottenere la pensione di vecchiaia prima dei 70 anni solo se l'importo sarà pari o superiore a tale soglia! Di nuovo saranno colpiti in particolare le donne e i giovani atipici che con difficoltà potranno raggiungere tale soglia lorda, a causa di retribuzioni discontinue e povere.
  • E' peggiorata la normativa sui lavori usuranti. Pur rimanendo la possibilità di accesso anticipato alla pensione per queste tipologie di lavoratori, i requisiti contributivi e anagrafici stabiliti dal decreto n. 67 sono stati brutalmente innalzati! Resta come unica possibilità di uscita il meccanismo delle quote con applicazione della finestra mobile, dal gennaio 2012 però vengono cancellati i requisiti ridotti specifici per i lavoratori così detti “interamente usurati” ai quali dunque si applicano i meccanismi incrementali di aspettativa di vita esattamente come a tutti gli altri lavoratori. Il requisito degli anni di contribuzione è elevato per le donne a 41 anni e 1 mese e per gli uomini a 42 anni e 2 mesi. Questa normativa, appena partita, è già stata profondamente manomessa.
  • Ulteriormente peggiorate le condizioni dei così detti 10.000 derogati, che le stime dell'INPS portano in realtà a 45.000 e si tratta di stime prudenziali. Non si definisce un tetto annuo per l'accesso al diritto che viene rimandato ad un provvedimento ministeriale successivo, che sarà comunque ricondotto alla capacità di spesa anno per anno e a scelte politiche da riconquistare ogni volta. Dunque non un diritto ma una lotteria! Una norma iniqua e particolarmente odiosa poiché tocca lavoratrici e lavoratori già espulsi dal mondo del lavoro in età adulta e che difficilmente raggiungeranno i nuovi requisiti anagrafici previsti dalla manovra.
  • Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda l'istituzione di una “commissione di esperti” per valutare in che modo e con che gradualità sarà possibile cedere proprie quote di contribuzione obbligatoria (nel sistema pienamente contributivo) da indirizzare verso la previdenza integrativa. E' una scelta grave, che non va nella giusta direzione di prevedere un sistema integrativo non sostitutivo del sistema previdenziale pubblico. Altro che favorire i giovani, è evidente la volontà di indebolire il sistema di previdenza pubblica che riguarda i giovani lavoratori.
  • L'aumento dei contributi per gli autonomi è operato in misura minore rispetto a quello che avevamo richiesto (ovvero di portarli alla contribuzione dei parasubordinati).Si elimina il vincolo dei 3 anni per l'esercizio della totalizzazione ma la ricongiunzione continua ad essere onerosa. Altro che flessibilità, è una riforma che irrigidisce il sistema.
  • Si sopprimono INPDAP e ENPALS che confluiscono nella gestione INPS. Senza alcun accordo o concertazione sindacale, restano aperti dubbi e criticità relative al personale in carico agli enti soppressi e la sua ricollocazione, agli assetti organizzativi in sede INPS, all'armonizzazione dei fondi che non hanno rendimenti parificati e gestionalmente comparabili .

La così detta riforma previdenziale dunque non solo non affronta le condizioni dei giovani e del futuro ma rappresenta ancora una volta una scelta dettata dalla necessità di tagliare i costi e non di ristabilire equità. Queste scelte non solo non aiuteranno i giovani ad entrare nel mondo del lavoro, ostruendo e rallentando i meccanismi di uscita, ma produrranno una riduzione di risorse da destinarsi invece al loro presente e al loro futuro. Per la CGIL la partita pensioni non è chiusa. Va riaperto il confronto a difesa dello stato sociale e dei diritti.

A cura della CGIL Piemonte
Torino, 4 gennaio 2012

venerdì 20 maggio 2011

Rassegna Stampa: I giovani diminuiscono, la disoccupazione aumenta


(Da Presseurop)

Italia

I giovani diminuiscono, la disoccupazione aumenta

18 maggio 2011
I giovani italiani sono "in via di estinzione", scrive il Corriere della Sera citando l'allarme lanciato dal direttore del Censis Giuseppe Roma durante un'audizione davanti alla Commissione lavoro della Camera dei deputati. Rispetto a dieci anni fa la fascia di popolazione compresa tra 15 e 34 anni si è ridotta di due milioni di unità, a causa del calo della natalità e dell'aumento dell'emigrazione dovuto alle scarse opportunità professionali. "Uno strappo nel tessuto connettivo del mercato del lavoro dove i ragazzi sono 'merce sempre più rara'", commenta il quotidiano milanese, secondo cui questo non si traduce però in un aumento della domanda di giovani lavoratori.
Al contrario, sottolinea La Stampa, i giovani "neet" (not in education, employment or training) hanno raggiunto un preoccupante 11,2 per cento, rispetto a una media europea del 3,4. La mancanza di opportunità non è una spiegazione sufficiente, dato che in Spagna, dove la disoccupazione giovanile ha superato il 40 per cento, i giovani che hanno smesso di cercare lavoro sono solo lo 0,5 per cento. In Italia "molti giovani guardano all’inattività come a un’alternativa possibile di vita", spiega il Censis, e "la funzione di ammortizzatore sociale che le famiglie si sono ormai abituate a svolgere" non li aiuta a superare l'apatia. I laureati hanno ancora più difficoltà a trovare lavoro rispetto ai diplomati, quindi non sorprende che solo il 20,7 per cento degli italiani termini l'università (la media europea è 33). In questo contesto la riduzione della popolazione giovanile potrebbe rivelarsi positiva per l'occupazione: "entro il 2020 8 milioni di anziani usciranno dal mercato del lavoro, e non ci sono abbastanza ragazzi per sostituirli".

domenica 21 novembre 2010

CGIL: manifestazione nazionale 27 novembre 2010


è dei giovani
e del lavoro
PIÙ DIRITTI

PIÙ DEMOCRAZI
A

ROMA 27 NOVEMBRE 2010

MANIFESTAZIONE NAZIONALE
ORE 9,30 DA PIAZZA DELLA REPUBBLICA
E DA PIAZZALE DEI PARTIGIANI
A PIAZZA SAN GIOVANNI


in diretta su CGILTV
su www.cgil.it