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mercoledì 16 gennaio 2013

Rassegna Stampa: La Repubblica


L'ex premier ha lasciato in eredità una pressione al 45%. Ecco la stangata nascosta. Fu deciso un taglio agli sgravi basilari, un costo di 800 euro a famiglia per i redditi bassi e per i nuclei numerosi. Il centrodestra ha alzato le imposte di due punti, il governo attuale di uno. Sostituito l'aggravio Irpef con l'Iva. Con una clausola poco nota, Tremonti aveva finito per abolire l'esenzione dell'Irpef sulla abitazione principale. La svolta avvenne nel 2011: invece di riformare la spesa, si preferì caricare i tributi. Il programma elettorale prevedeva l'onere fiscale sotto il 40%

di MARCO RUFFOLO 

Ci risiamo. La crociata berlusconiana contro le tasse è ripartita, con tutto il suo corredo di rito: gli attacchi al governo Monti che le ha alzate e le puntuali promesse elettorali, dalla cancellazione dell'Imu prima casa alla riduzione di Irpef e Iva.

Fino all'opzione zero-tasse per chi assume giovani. Insomma, si torna al passato, quando la destra minacciava scioperi fiscali, strizzava l'occhio agli evasori e annunciava operazioni "libera tutti". Musica già sentita, partitura già letta. Ma questo déjà vu tributario finisce per mischiare le carte della memoria, per far comparire avvenimenti mai accaduti o per cancellare fatti realmente successi. Sembra quasi che prima di Monti abbia governato una maggioranza capace di ridurre o quanto meno tener ferma la pressione fiscale. In realtà, non è andata così. Anzi, a conti fatti, con le ultime manovre il governo Berlusconi-Tremonti ha finito per alzare la pressione fiscale esattamente il doppio di quello che ha fatto poi il suo successore.

NIENTE RIDUZIONE - Quando il Cavaliere arriva a Palazzo Chigi nel maggio 2008 il peso delle tasse sul Pil è al 42,7 per cento. L'anno dopo, nonostante l'abolizione dell'Ici sulla prima casa, la pressione sale al 43,1. Negli anni successivi si riporta ai valori iniziali e fino al 2011 non cambia. Dunque, nessun forte aumento delle tasse ma neppure la caduta verticale promessa in campagna elettorale: secondo il programma del centrodestra sarebbero dovute scendere sotto il 40 per cento del Pil.

ANNUS HORRIBILIS - Poi arriva l'annus horribilis, il 2011, con l'Italia screditata sul piano internazionale per l'inerzia su conti pubblici e riforme e per gli scandali del premier. Lo spread parte al galoppo, e Tremonti vara una prima manovra. Le previsioni saltano, la pressione fiscale è destinata a salire a ridosso del 44% nei tre anni successivi. Lo dicono gli stessi documenti del Tesoro. Ma i nuovi interventi non riescono a risollevare l'immagine del nostro Paese che torna rapidamente ad essere bersagliato dai mercati. Così arriva il semi-commissariamento ad opera di Bce e Ue. Pressato dalla inusuale lettera di Trichet e Draghi, che detta misure e tempi, Giulio Tremonti si impegna a raggiungere il pareggio di bilancio con un anno di anticipo: nel 2013. Le misure necessarie, secondo l'"invito" europeo, dovrebbero consistere soprattutto in un taglio delle spese. Tremonti punta invece tutto sulle tasse. E qui si apre un capitolo ancora poco conosciuto.

BOMBA A SCOPPIO RITARDATO - Problema: come fare a far digerire al Paese un aumento delle imposte dopo aver sbandierato per anni e anni la liberazione degli italiani dalle spire di un fisco troppo soffocante? L'idea di Tremonti è un capolavoro di equilibrismo: coprire i miliardi mancanti scaricando l'onere fiscale sul futuro governo. Con il beneplacito del premier e di tutti i ministri, viene inserita nella manovra una clausola che, ai fini del bilancio, fa scattare non subito ma negli anni successivi tagli lineari del 20 per cento a regime su tutte le agevolazioni fiscali. Gettito previsto: 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 nel 2014. Circa ottocento euro a famiglia, secondo le prime stime della Cgia. Queste misure potranno essere evitate solo se la futura riforma dell'assistenza darà altrettanto gettito. Cosa assai improbabile, visti gli intollerabili tagli al welfare che comporterebbe.

STANGATA IRPEF - Dunque, taglio di tutte le agevolazioni fiscali, ma a scoppio ritardato. Si dirà: che male c'è. Tutti i governi cercano più o meno con successo di sfrondare qualche aiuto tributario a questa o a quella categoria. In questo caso, però, il governo Berlusconi-Tremonti va decisamente oltre, perché tra le agevolazioni tagliate non ci sono solo sconti più o meno ingiustificati come quelli sulle spese veterinarie o sul costo delle palestre. Ci sono anche quegli sgravi basilari che hanno lo scopo di alleviare il carico fiscale delle famiglie meno agiate e dei nuclei più numerosi. Ossia le detrazioni per lavoro dipendente e per carichi familiari. Insomma, si tagliano proprio gli aiuti che attribuiscono al nostro sistema fiscale una certa equità sociale. E non è finita. Con un'aggiunta a dir poco sorprendente, dal momento che arriva da chi ha sempre tuonato contro le tasse sulla casa, si decide di abolire l'esenzione Irpef sull'abitazione principale.

PESANTE EREDITÀ - Riassumendo, prima di andarsene il governo di allora lascia in eredità al successivo nuove pesantissime tasse per le famiglie con figli e con redditi bassi e per tutte quelle che vivono in abitazioni di loro proprietà. Così quando arriva Monti, il nuovo governo si trova subito tra i piedi questa bomba ad orologeria e si affretta a sostituire la stangata Irpef (socialmente insopportabile) con un aumento più o meno differito dell'Iva. Nelle previsioni ufficiali per il 2013 e 2014, intanto, la pressione fiscale sale ancora: non più verso il 44 per cento ma a ridosso del 45. Tutto questo avviene prima del governo Monti, che poi, a sua volta, innalza ulteriormente la pressione fiscale portandola, come denuncia la Corte dei Conti, quasi un punto più su, appena sotto il 46%. A conti fatti, Silvio Berlusconi aumenta le tasse di due punti percentuali e Mario Monti di un altro punto. Risultato finale: due a uno. 

(13 gennaio 2013)




Rassegna Stampa: La Repubblica



Fondata sul lavoro

di Conchita De Gregorio
 
A chi non ha lavoro non importa assolutamente niente se la sinistra, una volta al governo, aumenterà o meno le tasse a chi guadagna più di un milione di euro. E’ un argomento che serve solo ad alimentare le paure di pancia dell’elettorato di destra, quello che quando gli dici: ‘i comunisti odiano i ricchi’ annuiscono e si sentono a posto nel loro posto. E’ un argomento che non interessa molto neppure chi guadagna più di un milione di euro, una davvero risicatissima minoranza di italiani: costoro, infatti, sono in genere molto avvertiti, assistiti da staff di consulenti e professionisti del ramo contabile, evitano di dichiarare quando possono, evadono se credono, portano i loro capitali all’estero da anni e per consuetudine familiare, un’abitudine domestica. Con qualche meritoria eccezione, naturalmente, che assai applaudita rammenta la regola.
Gli italiani guadagnano in media 20 mila euro l’anno, ricordava ieri il ministro Barca nel corso della trasmissione Piazza Pulita, in cui si parlava appunto di tasse. Non un milione, è più che ovvio. Nemmeno la decima parte di un milione, centomila euro, un lusso. Nemmeno la ventesima parte di un milione, la cinquantesima: la media degli italiani guadagna ventimila euro lordi all’anno, dividete per tredici togliete le imposte e guardate quanti sono, netti, in tasca, al mese. Eppure anche l’esercito di chi prende 1000-1200 euro al mese gode di un grande privilegio, quello che oggi chiamiamo privilegio e che è un diritto invece: il lavoro è un diritto garantito dalla Costituzione, che si fonda, articolo 1, su questo. Il diritto al lavoro viene prima di ogni altro argomento e li esaurisce tutti, perché senza libertà dal bisogno e senza dignità personale non ci possono essere discussioni politiche, economiche, sociali. Senza libertà materiale non c’è altra libertà accessoria possibile. Una diminuzione delle aliquote che riporti in busta paga al ceto medio e medio basso 30 o 40 euro al mese, anche 100 non cambierà le condizioni di vita di una famiglia i cui figli non hanno prospettiva di lavoro, una famiglia in cui le donne sono costrette a stare a casa per bisogno o per mancanza di alternativa. Non cambierà la loro capacità di spesa, avere cento euro in più, consentirà al massimo di erodere il debito familiare, e di poco. Quello che sì cambierebbe la vita di una famiglia sarebbe che le donne tornassero al lavoro in condizioni dignitose e paritarie, che i giovani avessero una prospettiva che non sia solo quella di nascondere il titolo di studio e prendere 30 euro al nero, al giorno, in un bar o 5 in un call centre. E per creare lavoro c’è bisogno di legalità, nessuno investe in un paese controllato dalle mafie e corrotto. Perché gli imprenditori tornino a fare profitto e creare lavoro bisogna che non debbano pagare il pizzo, sia quello del crimine o quello dell’usura bancaria. Che sia favorita la trasparenza, non aggirata, che assumere sia conveniente per chi lo fa.
La Fiat mette in cassa integrazione gli operai di Melfi. In quest’ultimo anno ho girato l’Italia andando ad ascoltare le storie di rabbia di chi ha perso il lavoro o non lo trova. Di chi è stato ingannato, o ha dovuto cedere al ricatto. Ho sentito Emanuela, figlia di un operaio di Pomigliano, l’ho vista scrivere a Marchionne. Emanuela dice che suo padre ha votato sì al referendum piangendo, e che lo ha fatto per mantenere il posto e poter pagare i libri ai suoi figli. Dice che lei avrebbe anche smesso di studiare, se suo padre l’avesse lasciata, perché tanto studiare non serve a niente. Tanto lavoro non lo trovi lo stesso. Ci avevo parlato alcuni mesi fa, l’ho risentita oggi. Mi ha detto: hai visto, avevo ragione io. Non c’era nessun piano di sviluppo, c’era solo un piano di tagli e quello che avanza, quello che è da scartare siamo noi. Le ho chiesto di questa campagna elettorale, se non spera che le cose possano cambiare. Mi ha detto no, non m’interessa, tanto noi siamo maledetti. Pieni di rabbia inutile, invisibili. Serviamo solo quando c’è da chiederci il voto, e allora io non lo do più a nessuno il mio voto. Ho cercato di convincerla a pensarci meglio, ad avere fiducia ancora ma mi ha congedata con gentilezza triste. Lascia stare, mi ha detto, che si è anche fatto tardi e alle quattro attacco al ristorante: faccio le pulizie quando mi chiamano, un lavoretto, sì, due soldi proprio. Magari ne parliamo a voce quando scendi, se passi sei ospite, vieni a pranzo da noi.

15/01/2013

giovedì 31 maggio 2012

CGIL, CISL, UIL Manifestazione Roma 2 giugno 2012









CAMBIARE IL FISCO PER IL LAVORO, LA CRESCITA, IL WELFARE

L'aggravarsi della situazione economica e sociale a livello europeo impone l'esigenza di una svolta nella politica economica dell'Europa, concentrando l'attenzione sui temi della crescita e dell'occupazione accanto alle politiche di controllo del debito. E‘, quindi, necessaria una nuova politica europea che liberi risorse per finanziare investimenti a sostegno dell'occupazione, dell'innovazione e dello sviluppo.
In Italia la grave situzione economica e l'emergenza finanziaria sono state affrontate senza una politica di crescita, attraverso drastiche, quanto ingiuste, misure sul sistema pensionistico, volte solo a fare cassa, e attraverso l'ulteriore aumento dell'imposizione fiscale, soprattutto sui redditi fissi (IMU sulla casa di abitazione, addizionali IRPEF regionali e comunali, aumenti IVAe dell'accise sulla benzina, riduzione della rivalutazione delle pensioni).
Cosi facendo, il conto è stato ancora una volta pagato soprattutto dai lavoratori dipendenti e dai pensionati. Fermo restando le esigenze di una riforma strutturale del fisco e di politiche orientate allo sviluppo, occorrono azioni immediate che cambino la politica economica del Governo.

Ridurre subito le tasse a lavoratori e pensionati 
CGIL, ClSLe UIL chiedono nell'immediato di:
  1. Aumentare di 400 euro annui pro-capite le detrazioni per i redditi da lavoro dipendente e da pensione, compresi entro l'attuale limite di 55.000 euro.
  2. Abolire I'IMU sulla abitazione principale (per gli immobili non di pregio) esclusivamente per chi possieda un solo immobile.
  3. Varare il decreto attuativo per rendere applicabile il meccanismodi detassazione dei premi di risultato, erogati tramite la contrattazione collettiva aziendale o territoriale.

Una svolta epocale nella lotta all'evasione fiscale
Le tasse nel nostro paese le pagano prevalentemente i lavoratori e i pensionati. Nessuna economia, soprattutto nella nuova fase di competizione globale, può sopportare una cosi alta evasione.
Non c'è vera democrazia senza democrazia fiscale.

In particolare CGIL, CISL e UIL chiedono:
  • una riorganizzazione dell'apparato statale rafforzando ed estendendo i controlli e l'accertamento;
  • l'incrocio tra le banche dati delle Amministrazioni centrali, locali e dei servizi pubblici;
  • la modifica del sistema sanzionatorio al fine di rendere effettiva l'applicazione della pena;
  • la revisione degli Studi di settore da trasformare in uno strumento di reale accertamento;
  • l'esigibilità dello Statuto del contribuente per garantire diritti fondamentali con l'istituzione di una “carta dei servizi’ fiscali”, fornendo annualmente uno schema semplificato degli adempimenti fiscali.

Interventi straordinari per l'occupazione e le sviluppo
La difficile situazione occupazionale rende necessario mettere all'ordine del giorno l'attuazione di politiche per le creazione di lavoro, a partire dall'emergenza della disoccupazione giovanile e femminile, particolarmente accentuata nel Mezzogiomo e dalla necessità di reimpiegare le centinaia di migliaia di lavoratori ancora coinvolti dagli ammortizzatori sociali.

Vanno create tutte le condizioni necessarie per rilanciare, con l'impegno di tutti i livelli Istituzionali e nei tempi più solleciti, gli investimenti infrastrutturali, materiali ed immateriali, nei trasporti, nelle reti energetiche, nella manutenzione e difesa del suolo, nella innovazione e nella ricerca, utilizzando a questo fine tutte le risorse pubbliche disponibili, coinvolgendo le imprese e i capitali privati, sbloccando il Patto di Stabilità negli Enti Locali per gli investimenti ed ottimizzando l'utilizzo dei Fondi nazionali ed Europei per il Mezzogiomo.

Come finanziare le richieste di CGIL, CISL e UIL
Utilizzare una quota significativa delle risorse recuperate nel 2012 dalla lotta all'evasione fiscale 

Istituire una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze

Accelerare un accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali esportati 

Rendere più effciente e meno costoso il “sistema politico”, razionalizzando i costi di gestione della Pubblica Amministrazione e semplificando i processi decisionali. 

Riformare il sistema e le regole degli appalti della Pubblica Amministrazione per eliminare clientele, sprechi ed inefficienze che sono stimate dalla Corte dei Conti in oltre 60 miliardi 

Prevedere interventi immediati di riduzione dei costi di funzionamento del sistema pubblico: blocco per due anni di tutte le consulenze e riduzione del 20% degli emolumenti dei 24.000 componenti dei consigli degli enti della P.A.


MANIFESTAZIONE NAZIONALE ROMA 2 giugno 2012
Intervengono i Segretari Generali
S. CAMUSSO, R. BONANNI,  L. ANGELETTI