NON C'E' TRACCIA DI EQUITA' NELLA MANOVRA DI DICEMBRE SULLE PENSIONI MA SOLO UN'ULTERIORE SCELTA DI FARE CASSA CON MISURE STRUTTURALI CHE INCIDONO SUI REDDITI DEI PENSIONATI E DEI LAVORATORI E LASCIANO INTATTI I PRIVILEGI
Nonostante le pressioni esercitate unitariamente da CGIL-CISL-UIL in sede di conversione di legge, le nostre richieste di modifica non sono state accettate dal Parlamento che ha confermato l'impostazione del provvedimento del Governo promulgando la Legge 214 del 22-12-2011.
Il giudizio della CGIL su questa norma è fortemente negativo: si tratta infatti dell'ennesimo provvedimento-cassa che riproduce e aggrava le iniquità già presenti nel sistema senza offrire davvero una soluzione per il diritto alla pensione di tutti, in particolare per i giovani, le donne e i lavoratori del settore pubblico. Tale scelta sul sistema previdenziale, fatta senza il necessario confronto con le parti sociali rischia di essere ulteriormente aggravata dall'annunciata riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali. Il sistema previdenziale infatti si regge sul sistema di contribuzione e di solidarietà tra generazioni ma ha particolarmente bisogno di un mercato del lavoro solido e non parcellizzato e precario come quello cui si è giunti, come la CGIL denuncia da tempo. Una riforma del sistema previdenziale, che garantisca i diritti acquisiti e il futuro ha bisogno di un intervento strutturale di tutt'altra natura, che ristabilisca equilibrio e intacchi i privilegi. Invece:
La così detta riforma previdenziale dunque non solo non affronta le condizioni dei giovani e del futuro ma rappresenta ancora una volta una scelta dettata dalla necessità di tagliare i costi e non di ristabilire equità. Queste scelte non solo non aiuteranno i giovani ad entrare nel mondo del lavoro, ostruendo e rallentando i meccanismi di uscita, ma produrranno una riduzione di risorse da destinarsi invece al loro presente e al loro futuro. Per la CGIL la partita pensioni non è chiusa. Va riaperto il confronto a difesa dello stato sociale e dei diritti.
Nonostante le pressioni esercitate unitariamente da CGIL-CISL-UIL in sede di conversione di legge, le nostre richieste di modifica non sono state accettate dal Parlamento che ha confermato l'impostazione del provvedimento del Governo promulgando la Legge 214 del 22-12-2011.
Il giudizio della CGIL su questa norma è fortemente negativo: si tratta infatti dell'ennesimo provvedimento-cassa che riproduce e aggrava le iniquità già presenti nel sistema senza offrire davvero una soluzione per il diritto alla pensione di tutti, in particolare per i giovani, le donne e i lavoratori del settore pubblico. Tale scelta sul sistema previdenziale, fatta senza il necessario confronto con le parti sociali rischia di essere ulteriormente aggravata dall'annunciata riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali. Il sistema previdenziale infatti si regge sul sistema di contribuzione e di solidarietà tra generazioni ma ha particolarmente bisogno di un mercato del lavoro solido e non parcellizzato e precario come quello cui si è giunti, come la CGIL denuncia da tempo. Una riforma del sistema previdenziale, che garantisca i diritti acquisiti e il futuro ha bisogno di un intervento strutturale di tutt'altra natura, che ristabilisca equilibrio e intacchi i privilegi. Invece:
- Si programma la riduzione del potere di acquisto delle pensioni e del valore stesso dell'assegno pensionistico, cancellando i diritti acquisiti, come la soglia dei 40 anni di contribuzione per l'accesso alla pensione.
- La rivalutazione automatica è prevista al 100% solo per i trattamenti pensionistici che raggiungono un importo complessivo fino a 3 volte quello minimo, ovvero la soglia di 1405.05 euro lorde. Questo provvedimento iniquo riduce il valore delle pensioni più basse che sono la grande maggioranza di quelle erogate, colpisce in particolar modo le donne e, in caso di titolarità di più pensioni, introduce una ulteriore penalizzazione in quanto gli importi si sommerebbero determinando facilmente il superamento della soglia prevista.
- Dal 2012 si alza ulteriormente il limite di età per l'accesso a pensionamento di vecchiaia ordinario (con il requisito minimo contributivo di 20 anni): 66 anni per autonomi, 66 anni per il pubblico impiego, comprese le donne, 62 anni per le lavoratrici dei settori privati e 63 anni e 6 mesi per le lavoratrici autonome. A questi si aggiungono gli aggiornamenti triennali legati alla speranza di vita. Vuol dire che chi ha cominciato da poco a lavorare andrà in pensione a 70 anni o più! Non vi è limite infatti all'innalzamento dell'età pensionabile. E' evidentemente un provvedimento irrazionale, iniquo e incivile, che aggrava la condizione delle donne, che grazie a questa norma potranno lavorare fino a 5 anni in più del previsto, rincorrendo l'età della pensione all'infinito.
- Non si salva dall'innalzamento dell'età nemmeno il requisito anagrafico per l'assegno sociale che sale a 65 anni a partire dal 1 gennaio 2012 e nel 2018 arriverà a 66 anni, tenendo conto che già nel 2013 i 65 anni si incrementeranno per la speranza di vita di 3 mesi!
- Si introduce il contributivo pro rata per tutti dal 2012, ma i coefficienti di trasformazione del montante restano programmati al ribasso, riducendo nei fatti il valore della pensione. Invece vengono calcolati i coefficienti per i 65 anni e oltre, vista la progressione in alto dell'età anagrafica. Alcuni aggiornamenti si fanno, eccome!
- Le nuove regole a decorrere dal gennaio 2012 per i requisiti di pensione di vecchiaia (l'anzianità come noto scompare fatta eccezione per alcune fattispecie di lavoratori) prevedono ulteriori peggioramenti: viene infatti innalzata la soglia minima per l'accesso che diventa 1,5 volte l'assegno sociale ovvero un lordo di 643,50 euro per il 2012, calcolati in base al contributivo. Cioè i lavoratori privi di contribuzione al 1 gennaio 1996 potranno ottenere la pensione di vecchiaia prima dei 70 anni solo se l'importo sarà pari o superiore a tale soglia! Di nuovo saranno colpiti in particolare le donne e i giovani atipici che con difficoltà potranno raggiungere tale soglia lorda, a causa di retribuzioni discontinue e povere.
- E' peggiorata la normativa sui lavori usuranti. Pur rimanendo la possibilità di accesso anticipato alla pensione per queste tipologie di lavoratori, i requisiti contributivi e anagrafici stabiliti dal decreto n. 67 sono stati brutalmente innalzati! Resta come unica possibilità di uscita il meccanismo delle quote con applicazione della finestra mobile, dal gennaio 2012 però vengono cancellati i requisiti ridotti specifici per i lavoratori così detti “interamente usurati” ai quali dunque si applicano i meccanismi incrementali di aspettativa di vita esattamente come a tutti gli altri lavoratori. Il requisito degli anni di contribuzione è elevato per le donne a 41 anni e 1 mese e per gli uomini a 42 anni e 2 mesi. Questa normativa, appena partita, è già stata profondamente manomessa.
- Ulteriormente peggiorate le condizioni dei così detti 10.000 derogati, che le stime dell'INPS portano in realtà a 45.000 e si tratta di stime prudenziali. Non si definisce un tetto annuo per l'accesso al diritto che viene rimandato ad un provvedimento ministeriale successivo, che sarà comunque ricondotto alla capacità di spesa anno per anno e a scelte politiche da riconquistare ogni volta. Dunque non un diritto ma una lotteria! Una norma iniqua e particolarmente odiosa poiché tocca lavoratrici e lavoratori già espulsi dal mondo del lavoro in età adulta e che difficilmente raggiungeranno i nuovi requisiti anagrafici previsti dalla manovra.
- Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda l'istituzione di una “commissione di esperti” per valutare in che modo e con che gradualità sarà possibile cedere proprie quote di contribuzione obbligatoria (nel sistema pienamente contributivo) da indirizzare verso la previdenza integrativa. E' una scelta grave, che non va nella giusta direzione di prevedere un sistema integrativo non sostitutivo del sistema previdenziale pubblico. Altro che favorire i giovani, è evidente la volontà di indebolire il sistema di previdenza pubblica che riguarda i giovani lavoratori.
- L'aumento dei contributi per gli autonomi è operato in misura minore rispetto a quello che avevamo richiesto (ovvero di portarli alla contribuzione dei parasubordinati).Si elimina il vincolo dei 3 anni per l'esercizio della totalizzazione ma la ricongiunzione continua ad essere onerosa. Altro che flessibilità, è una riforma che irrigidisce il sistema.
- Si sopprimono INPDAP e ENPALS che confluiscono nella gestione INPS. Senza alcun accordo o concertazione sindacale, restano aperti dubbi e criticità relative al personale in carico agli enti soppressi e la sua ricollocazione, agli assetti organizzativi in sede INPS, all'armonizzazione dei fondi che non hanno rendimenti parificati e gestionalmente comparabili .
La così detta riforma previdenziale dunque non solo non affronta le condizioni dei giovani e del futuro ma rappresenta ancora una volta una scelta dettata dalla necessità di tagliare i costi e non di ristabilire equità. Queste scelte non solo non aiuteranno i giovani ad entrare nel mondo del lavoro, ostruendo e rallentando i meccanismi di uscita, ma produrranno una riduzione di risorse da destinarsi invece al loro presente e al loro futuro. Per la CGIL la partita pensioni non è chiusa. Va riaperto il confronto a difesa dello stato sociale e dei diritti.
A cura della CGIL Piemonte
Torino, 4 gennaio 2012
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